Eternity, la recensione

Eternity arriva in un periodo in cui il fantastico, nelle sue diverse incarnazioni, sta vivendo una sorta di rinascimento culturale: l’ascesa di serie come Black Mirror ha sensibilizzato il pubblico alla riflessione su futuro, tecnologia, realtà parallele e universi alternativi — ma ha anche spalancato la porta a narrazioni che sondano la psicologia, la memoria, i rimorsi e le speranze umane attraverso il filtro del fantastico. Allo stesso modo, opere come Sliding Doors, Past Lives o il lungometraggio Pixar Soul — ciascuna a suo modo — sono diventate punti di riferimento per il tema delle seconde possibilità, del destino, di quello che sarebbe potuto accadere. Eternity, con la sua miscela di romanticismo, commedia e metafisica da “aldilà su misura”, sembra voler riprendere e amplificare questo spirito: non parla di tecnologia o distopie alla Black Mirror (pur facendo tornare alla mente l’indimenticabile San Junipero), bensì di vita, ricordi, relazioni e — soprattutto — di scelte definitive, che persistono oltre la morte.

In Eternity, siamo subito catapultati in un’idea forte e semplice: dopo la morte, ogni anima finisce in un luogo di transizione, un “Hub”, una sorta di terminal spirituale. Qui, le anime – ricomposte nella loro forma “giovane” o comunque nella versione migliore di sé – devono decidere dove e con chi passare l’eternità. E per la protagonista, Joan Cutler (interpretata da Elizabeth Olsen), la domanda non è banale: passare l’eternità con Larry Cutler (Miles Teller), l’uomo con cui ha condiviso una vita intera, o con Luke (Callum Turner), il suo primo amore, morto giovane e in attesa da decenni nell’aldilà? Il triangolo diventa l’occasione per interrogarsi su cosa significhi davvero amore, fedeltà, memoria, desiderio e identità.

La sceneggiatura, firmata dal regista David Freyne e Pat Cunnane, gioca con grande maestria su questo conflitto centrale. Fin dalla premessa si avverte un mix di dramma e leggerezza: la morte improvvisa, il lutto, la perdita vengono filtrati da un’impronta quasi comica. L’“Hub”, con i suoi consulenti dell’aldilà (gli Afterlife Coordinators), non è un luogo cupo o minaccioso, ma una sorta di grande agenzia di viaggi per anime: accogliente, luminosa, con un tocco ironico, quasi da screwball comedy. I consulenti — in particolare il premio Oscar Da’Vine Joy Randolph e John Early — hanno una presenza rilevante: scherzosi, compassionevoli, guida e spesso coscienza morale per i protagonisti.

Questa scelta conferisce al film un respiro leggero, divertente, vivace, anche nei momenti più dolorosi che puntano sul lato emozionale. Eppure, sotto la patina romantica e a tratti bonaria, Eternity chiede allo spettatore una riflessione affatto banale: cosa scegliere, alla fine, fra ciò che è reale e vissuto, e ciò che è ideale, desiderato, rimpianto? È domandare: preferiamo l’amore con cui abbiamo costruito una vita — con tutte le sue imperfezioni — o l’amore che abbiamo sognato, idealizzato, forse mai vissuto davvero?

È una tensione profonda, che tocca l’identità perché scegliere significa fare i conti con chi siamo, con cosa abbiamo vissuto, con cosa vorremmo… anche in eterno. In questo senso, il film accetta la sua dimensione romantica, nostalgica, ma non evita la concretezza: l’aldilà non è fuga dalla realtà, è piuttosto un’ulteriore possibilità, un’estensione metaforica della vita che abbiamo vissuto o potuto vivere.

Il world-building spirituale ha un tocco malinconico dal fascino rétro: l’idea dell’“Hub” come terminal‑stazione/terminal‑hotel per anime è visivamente e simbolicamente efficace: non si tratta di inferno o paradiso, ma di un luogo neutro, un limbo, dove il tempo e le scelte umane diventano definitive. E proprio il fatto che le anime tornino giovani — o nella forma in cui sono stati più felici — amplifica il contrasto fra memoria, rimpianto, speranza e consapevolezza.

Tuttavia, Eternity mostra anche alcuni limiti strutturali. Il punto più vulnerabile è la parte centrale: l’esplorazione delle opzioni d’eternità, i contatti con Larry o Luke, la revisione dei ricordi — tutto questo a volte risulta dilatato, ripetitivo, come se il meccanismo della scelta non riuscisse a generare la varietà e la profondità emotiva che il tema meriterebbe. Il contrasto fra commedia e dramma non sempre trova un equilibrio solido e non tutte le scelte di tono reggono: a volte la leggerezza rischia di banalizzare la profondità del dolore e del rimpianto.

E qui entra una riflessione più ampia, culturale e contemporanea: in un mondo dominato dall’effimero, dal consumo di emozioni usa‑e‑getta, dall’idealizzazione di vite perfette — social, Instagram, filtri — Eternity appare come una metafora quasi dolorosamente lucida. L’opzione di un aldilà “su misura”, dove puoi scegliere la versione perfetta di te stesso e della tua vita, è allettante: ma c’è sempre il rischio di perdere ciò che dà senso alla vita reale: il quotidiano, le imperfezioni, la fragilità, la memoria. In un’epoca in cui le seconde possibilità si cercano spesso con nostalgie retromaniacali, il film ci ricorda che la vita non è un buffet di opzioni, ma un susseguirsi di scelte, con responsabilità, storia, dolore, gioie e compromessi.

Eternity non è un film che pretende di rispondere a tutte le domande sulla vita, la morte e l’eternità — non è e non vuole assolutamente essere un trattato filosofico né un melodramma esistenziale — ma è un racconto romantico e pop: usa il meraviglioso e il metafisico per metterci con i piedi per terra, per farci guardare le nostre relazioni, le nostre nostalgie, le nostre scelte con un misto di tenerezza, malinconia e accettazione.

Eternity è nei cinema italiani dal 4 dicembre distribuito da I Wonder Pictures.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • World‑building dell’aldilà originale e ben concepito.
  • Ottimo equilibrio tra dramma e commedia: lo script sa essere brillante e toccante insieme, con momenti surreali ben dosati.
  • Il dilemma di Joan è universale e affrontato con delicatezza.
  • La parte centrale risente di una certa ripetitività.
  • Alcune scelte di tono oscillano: la leggerezza comica a volte sminuisce la profondità emotiva che la premessa richiederebbe.
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Valutazione: 7.0/10 (su un totale di 1 voto)
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