Fantafestival 2025. Cronache semi-serie dal pipistrello romano. Giorno 7
Il Fantafestival taglia il traguardo della settimana! Il settimo giorno ha avuto l’animazione come vera grande protagonista, con la seconda edizione del Focus Animazione, che ha occupato la porzione più consistente della serata. Ma prima dei cartoni animati per adulti, è stata la volta dell’attesa Masterclass del Maestro degli Effetti speciali Sergio Stivaletti… ma andiamo con ordine…
Dopo le repliche dei Fantacorti che abbiamo già visto lo scorso venerdì, si parte con la presentazione editoriale di Greenaway. Morte e decomposizione del cinema, firmato da Stefano Bessoni per Bakemono Lab, alla presenza dell’editrice Valentina Cestra. Un quaderno di appunti, riflessioni e illustrazioni dedicato a Peter Greenaway, l’autore che ha insegnato all’autore del volume che il film è prima di tutto «un contenitore illimitato» in cui rinchiudere concetti, ossessioni e teorie. Bessoni legge Greenaway come un artigiano enciclopedico: pittura, scrittura, musica, teatro, danza — ogni forma espressiva alimenta il suo cinema complesso e artificioso. È una conversazione compatta, sapiente e visivamente curata che si allinea perfettamente con lo spirito critico e curioso del Fantafestival.
Subito dopo, il festival passa dalla teoria alla pratica con la masterclass dell’effettista Sergio Stivaletti, che continua a dimostrare come gli effetti speciali artigianali non siano una nostalgica reliquia, ma un linguaggio vivo. Stivaletti non insegna solo “come si costruisce un mostro”, ma perché oggi ha ancora senso farlo con lattice, sangue e fantasia invece che con mille plugin. È una lezione tecnica, certo, che non si sottrae ai grandi aeddoti di chi ha fatto la Storia del Cinema italiano. Ma è soprattutto un atto politico in favore del cinema fatto con le mani e con l’istinto.
Alle 21 si entra ufficialmente nel territorio dell’animazione, ma quell’animazione che non consola, non culla, non rilassa. Si apre con The Girl Who Cried Pearls di Chris Lavis e Maciek Szczerbowski: una fiaba marcia, tenerissima e crudele, dove le lacrime sono perle e l’amore è una maledizione a tempo indeterminato.
Segue Les bêtes di Michael Granberry, una discesa elegante nell’incubo evolutivo, e a chiudere i corti Geometrie del tempo – Lo scarafaggio, alla presenza della regista e animatrice di stop-motion Francesca Ferrario. Il corto è molto breve e va dritto al punto: un uomo torna a casa sua e, accidentalmente, calpesta uno scarafaggio, non curandosene troppo. Questo evento apparentemente di poco conto scatena una serie di paranoie e angosce, dove il reale e il fittizio si fondono tra loro fino a sospendere lo scorrere del tempo. Il corto è dichiaratamente ispirato ai lavori e alle tematiche dello scrittore Dino Buzzati; il fantastico si fonde col reale per riflettere sulla morte, sullo scorrere del tempo e la ciclicità della vita, mostrando come eventi ai nostri occhi piccoli e trascurabili contengano in realtà un mondo vasto e inesplorato. È un lavoro molto riuscito che, grazie alla tecnica del passo uno, ha il sapore di una piccola fiaba oscura che sarebbe perfetta come tassello di una possibile serie antologica.
Poi arriva il momento clou per i cinefili da incubo: Sanatorium – Under the Sign of the Hourglass dei fratelli Stephen Quay e Timothy Quay. Qui non si guarda un film: si entra in un organismo vivente fatto di oggetti, insetti, corpi mai del tutto vivi, sogni fossilizzati. È cinema da laboratorio alchemico, dove il tempo perde qualunque funzione civile e diventa materia narrativa. In sala si esce disorientati, confusi, ma irrimediabilmente affascinati.
Quasi a mezzanotte, ecco l’anteprima italiana di Adorable Humans film diretto da quattro registi di Copenaghen: Anders Jon, Kasper Juhl, Michael Kunov e Michael Panduro.
Titolo ingannevole: di adorabile c’è ben poco. Basato sull’opera dello scrittore danese H.C. Andersen, Adorable Humans è un horror a episodi ben confezionato e capace di esplorare sentimenti, stati d’animo e concetti quali il destino, l’accettazione, l’amore e la perdita, oltre che a regalare momenti di puro terrore grazie ad atmosfere cupe e tetre che ben si sposano con l’ormai consolidata tradizione del cinema nordico.
La storia, come detto, si divide in quattro capitoli, ognuno dedicato a vicende e protagonisti diversi: Una coppia si trasferisce in campagna in cerca di un nuovo inizio. Ma uno specchio misterioso capovolge tutto. Una giovane assistente sociale accetta di prendersi cura di un uomo morente, solo per imbattersi in segreti che si rifiutano di rimanere nascosti. Un musicista alle prese con il blocco dello scrittore è perseguitato dalla sua stessa musa e una psicologa inizia a perdere il contatto con la realtà dopo un incidente straziante.
Nonostante la struttura ad episodi, Adorable Humans può vantare uno stile coerente e ricercato e i quattro autori che si alternano alla regia, sono abili a mantenere un rigore stilistico e una profondità narrativa, ma al tempo stesso mettono in scena storie appartenenti a filoni differenti: c’è la ghost story, il plot più autoriale e concettuale e la storia con venature più violente ed estreme. Insomma, un’opera variegata, dai ritmi alti e a metà strada tra il puro cinema di genere e quello più impegnato.
La Redazione










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