Founders Day, la recensione

Il cinema slasher non muore mai. Ogni volta che sembra essere arrivato al capolinea, trova nuovi territori da esplorare, nuovi volti da mascherare e nuove vittime da inseguire con coltelli, machete o qualsiasi altra arma da taglio possibile. Dopo il revival di Scream, che negli ultimi anni ha ripreso vita con sequel capaci di attirare le nuove generazioni, e dopo un ritorno più generalizzato all’horror sanguinolento con Thanksgiving di Eli Roth in prima linea, era inevitabile che arrivasse un titolo come Founders Day, slasher che punta a mischiare l’elemento tradizionale della carneficina con una punta di satira sociale.

Il film si svolge in una piccola cittadina americana in piena campagna elettorale. L’atmosfera è quella da provincia sonnolenta, con i candidati che si sfidano a colpi di proclami moralisti, promesse vuote e ipocrisie di facciata. Ma l’arrivo di un misterioso killer mascherato trasforma la retorica politica in incubo tangibile: le strade si macchiano di sangue, gli elettori diventano carne da macello e l’intera comunità viene travolta da una spirale di violenza che mette a nudo la corruzione e il cinismo del potere.

La trama segue il canovaccio classico del genere: una serie di omicidi efferati, un gruppo di giovani sospettati e potenziali vittime, adulti che non sanno gestire la situazione, colpi di scena che spostano continuamente i sospetti da un personaggio all’altro. Ma a differenza di tanti altri slasher, qui c’è il tentativo di affiancare all’elemento splatter un discorso satirico. Se Scream ironizzava sul linguaggio del cinema horror e sul modo in cui il pubblico consuma il genere, Founders Day usa lo stesso meccanismo per prendere in giro la società americana e in particolare il teatrino della politica locale. Le scene con i candidati che litigano mentre la città affonda nel terrore sono un ritratto pungente di un sistema incapace di offrire soluzioni, interessato solo alla propaganda.

Il problema è che l’intenzione spesso supera la realizzazione. I dialoghi, pur cercando la sagacia tipica della commedia nera, raramente colpiscono nel segno e a tratti sembrano più verbosi che brillanti e alcune battute mancano completamente di mordente. Anche il look del killer lascia perplessi: una toga scura, linee semplici e una maschera che richiama in modo quasi imbarazzante quella di Ghostface. In un genere che vive anche di icone visive, il fatto che il villain non abbia un’identità estetica forte pesa sulla memoria dello spettatore, che rischia di dimenticare il film pochi giorni dopo la visione.

Dove invece Founders Day funziona è nella costruzione dei colpi di scena. La sceneggiatura sa giocare con il meccanismo del “whodunit”, ribaltando più volte le certezze del pubblico e mantenendo un ritmo piuttosto vivace. Gli amanti del gore troveranno pane per i loro denti: le uccisioni sono crude, spesso molto sanguinolente, con effetti speciali artigianali che non lesinano dettagli splatter. Non siamo ai livelli più estremi dello slasher anni ’80, ma ci si avvicina abbastanza da strappare un sorriso complice agli appassionati.

Dal punto di vista registico, Erik Bloomquist – anche sceneggiatore, produttore e interprete – adotta un look patinato che ricorda da vicino Scream, con ambientazioni suburbane, corridoi scolastici e perfino la sala di un cinema, ma senza l’inventiva visiva che aveva reso iconica la saga di Wes Craven. La fotografia è curata e le scene notturne hanno una buona resa, ma non c’è quel guizzo in grado di imprimere un marchio personale. Anche i personaggi, pur rispettando gli archetipi di genere, mancano di un reale spessore: le tensioni sentimentali e i conflitti adolescenziali sembrano più un riempitivo che un reale approfondimento narrativo, anche se si apprezza il tentativo di guardare alla contemporaneità.

Alla fine, Founders Day è uno slasher che si lascia guardare con piacere, grazie al ritmo e a qualche efferatezza ben piazzata, ma che non riesce a distinguersi davvero. Ha l’ambizione di un discorso satirico sulla società e sulla politica, ma la scrittura non lo supporta fino in fondo; cerca un’icona horror ma non la trova; prova a essere pungente, ma si ferma spesso a metà strada. Rimane comunque un titolo godibile per chi ama il genere, un piccolo diversivo in attesa di opere più coraggiose e memorabili.

Massimiliano Gallone

PRO CONTRO
  • Buona costruzione dei colpi di scena, con ribaltamenti che tengono vivo l’interesse.
  • Sequenze splatter generose, ideali per i fan dello slasher sanguinolento.
  • Satira politica originale nell’intento, che prova a differenziare il film da tanti cloni.
  • Ritmo sostenuto e messa in scena che non annoia.
  • Dialoghi poco incisivi, spesso privi della verve che vorrebbero avere.
  • Il look del killer è troppo simile a Ghostface e manca di iconicità.
  • Estetica che ricorda troppo da vicino Scream, senza però ereditarne la brillantezza.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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Founders Day, la recensione, 6.0 out of 10 based on 1 rating

One Response to Founders Day, la recensione

  1. Fabio ha detto:

    Per me una robaccia veramente inguardabile, salvo solo il look del killer, il resto siamo proprio su livelli infimi

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    Valutazione: 1.0/5 (su un totale di 1 voto)
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