Get Away – Fuga senza uscita, la recensione della folk-horror comedy con Nick Frost

L’estate è da sempre il palcoscenico ideale per i brividi più intensi, quella stagione sospesa in cui la leggerezza delle calde serate si sposa con le ombre inquietanti del cinema horror. È proprio in questa precisa atmosfera che si inserisce Get Away – Fuga senza uscita, un’opera che si diverte a trasformare una soleggiata e apparentemente idilliaca vacanza in famiglia nel peggiore degli incubi. Muovendosi con disinvoltura lungo il sottile confine che separa l’inquietudine del folk horror dall’ironia della commedia irriverente, il lungometraggio diretto da Steffen Haars gioca costantemente a scardinare i cliché del genere; trovando la sua vera ancora di salvezza nel carisma magnetico, sornione e stralunato di un Nick Frost perfetto per il ruolo.

Al centro del racconto troviamo la famiglia Smith, partita alla volta di una remota ed enigmatica isola svedese, con l’unico obiettivo di staccare dalla routine quotidiana. Quello che doveva essere un tranquillo soggiorno rigenerante si trasforma però in un incubo a occhi aperti, complici l’ostilità e le stranezze degli inquietanti abitanti del luogo, e una leggenda locale legata a sanguinosi eventi accaduti duecento anni fa.

Il cuore pulsante della narrazione poggia sulla palpabile, a tratti grottesca, ostilità dei residenti dell’isola, una comunità chiusa e respingente che sembra uscita direttamente da un cult come The Wicker Man. Sotto la superficie del folk horror, la sceneggiatura firmata dallo stesso Nick Frost introduce una sottile e arguta satira geopolitica: l’ostinazione con cui questa tipica famiglia inglese invade uno spazio in cui è dichiaratamente indesiderata diventa una brillante metafora post-Brexit. L’opera ironizza così sulle nevrosi del turismo moderno e sulle nuove, bizzarre complessità dei britannici all’estero, trasformando l’isolamento geografico in uno specchio di quello politico.

Tuttavia, quello che si rivela l’ingrediente più indovinato della pellicola è l’ironia – la coppia composta da Nick Frost e Aisling Bea è particolarmente in forma – capace di bilanciare alla perfezione la tensione dell’orrore con i tempi comici della commedia più stralunata. Invece di annullarsi, questi due elementi si fondono a vicenda in modo sorprendentemente fluido: i momenti di pura suspense preparano il terreno a gag divertenti, mentre il sangue e il grottesco disinnescano la paura un attimo prima che diventi eccessiva. Questo continuo scambio di registro mantiene alto il ritmo e non fa mai annoiare lo spettatore. Il merito va soprattutto a una scrittura intelligente che sa esattamente quando spaventare e quando, invece, far ridere senza troppi pensieri.

Oltretutto, quella che all’inizio sembrava una sceneggiatura inflazionata – ricalcata sul classico cliché del villaggio maledetto alla Midsommar con la solita famiglia designata come vittima sacrificabile – viene in realtà ribaltata. Il merito va a un inaspettato plot twist che rimescola le carte in tavola a metà percorso, spingendo il finale verso un riuscito e divertente racconto a tinte pulp, in cui il sangue non lesina a scorrere sulle note di Run to the Hills degli Iron Maiden (una scelta tutt’altro che casuale, ma non indugiamo in spoiler). Questo cambio di rotta improvviso non solo spiazza lo spettatore, ma ridà freschezza a un filone cinematografico abusato, salvando il pubblico dal rischio di annoiarsi davanti a situazioni già viste altre volte.

Get Away – Fuga senza uscita, grazie alla comicità sopra le righe di Nick Frost – che ha curato anche la sceneggiatura – ha l’indubbio merito di spingersi fino al limite estremo della farsa e della parodia, dimostrando però l’intelligenza di non oltrepassare mai quel confine invisibile che ne avrebbe rovinato l’atmosfera. Pur senza la pretesa di rivoluzionare i canoni della horror comedy, la pellicola confeziona un racconto leggero, capace sia di intrattenere che di piazzare i giusti colpi di scena. Il lungometraggio si rivela così la scelta ideale per una di quelle calde serate estive da cui eravamo partiti: un’ora e mezza di puro intrattenimento da godersi rigorosamente sotto l’ombra rinfrescante del cinema horror.

Luca De Pascale

PRO CONTRO
  • L’irriverente comicità di Nick Frost declinata in un folk horror.
  • Il finale regala suggestioni esilaranti e splatter.
  • Chi cerca un horror d’autore potrebbe rimanere deluso.
  • La prima parte usa formule già viste e poco originali.
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