Gli occhi degli altri, la recesione
Il cinema, a volte, si nutre della cronaca più oscura per trasformarla in racconto, rielaborando fatti reali fino a renderli materia filmica stratificata e ambigua. È il caso de Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, che prende ispirazione dal celebre Delitto Casati-Stampa – uno degli episodi più morbosi e discussi della storia italiana degli anni ‘70 – trasfigurandolo e spostandolo dalla villa romana dell’originale a un’isola pontina battuta dal vento invernale. Un cambio di coordinate che non è solo geografico ma anche emotivo perché dal caldo decadente dell’estate si passa a un freddo più interiore, quasi anestetizzante.
La trama segue Lelio, aristocratico inquieto e smargiasso che ha l’abitudine di invitare nella sua isola privata amici e conoscenti per lunghe vacanze, feste e battute di caccia. Quando tra i suoi invitati conosce Elena, legata sentimentalmente a un suo amico, scatta la scintilla. L’anno successivo, Lelio e Elena stanno insieme, impegnati in una relazione aperta che si nutre di voyeurismo e voglia di controllo. La coppia, infatti, invita giovani uomini del luogo per incontri sessuali con Elena che Lelio osserva e spesso documenta con la sua videocamera, alimentando una spirale di desiderio e dominio. Ma ciò che inizialmente appare come un gioco erotico si trasforma progressivamente in qualcosa di più disturbante, e quando Elena decide di interromperlo, gli eventi andranno inevitabilmente in contro a una tragedia annunciata.
Già dal titolo, Gli occhi degli altri mette a fuoco il proprio nucleo tematico: il voyeurismo come pratica e come condanna, il bisogno patologico di osservare, essere visti e giudicati. Lelio non guarda soltanto, ma sembra vivere attraverso lo sguardo della sua videocamera e degli altri, in una continua proiezione di sé che diventa una prigione. De Sica costruisce così un racconto che scava nelle ipocrisie dell’alta borghesia, demolendone il mito attraverso una rappresentazione fatta di vizi, ossessioni e disumanizzazione. Emblematica, in questo senso, la sequenza in cui il marchese spara dal pontile verso i turisti in barca: un gesto assurdo e grottesco che diventa metafora brutale del disprezzo verso il “popolo”, ridotto a bersaglio o a strumento di piacere, come da lì a breve accadrà con gli amanti di sua moglie.
Il ritmo è volutamente compassato, uno svolgimento a lenta combustione che permette ai personaggi di emergere ma che rischia, al contempo, di raffreddare il coinvolgimento dello spettatore.
L’impianto narrativo richiama certo cinema francese anni ’60, in particolare quello di Claude Chabrol, anche se si notano echi dall’Henri-Georges Clouzot più torbido. Però, nella sua declinazione italiana, De Sica sembra guardare con maggiore insistenza a titoli come Così dolce… così perversa, Orgasmo, Paranoia di Umberto Lenzi o Lo strano vizio della signora Wardh di Sergio Martino, con quella miscela di erotismo, thriller e critica sociale che caratterizzava il nostro cinema di genere tra fine anni ’60 e inizio ’70. Un richiamo che non sembra affatto azzardato considerando l’amore che Andrea De Sica ha manifestato per il cinema di genere già nei suoi due film precedenti.
Eppure, è proprio qui che il film mostra il suo limite più evidente: una sorta di freno tirato che impedisce alla materia narrativa di esplodere davvero. L’aspetto erotico è presente ma mai realmente disturbante o morboso come la storia richiederebbe, la violenza resta più suggerita che mostrata, come se De Sica temesse di spingersi fino in fondo nei territori dell’exploitation che pure sembrano naturali per una storia del genere, per rimanere nei ranghi dell’opera “da Festival”.
A tenere viva la tensione ci pensa soprattutto Jasmine Trinca, magnetica e sensuale che ricorda nell’aspetto una Florinda Bolkan diretta da Elio Petri. Lei è il vero motore del film, il suo personaggio domina la scena, restituendo complessità e carnalità a una figura che rischiava di rimanere schiacciata dalla scrittura. Più debole Filippo Timi che visivamente richiama un Ivan Rassimov di quell’epoca, troppo teatrale, quasi disallineato rispetto al resto del cast.
Visivamente, invece, il film colpisce: la ricostruzione degli ambienti è curata, e spicca in particolare la sequenza della festa di Capodanno a tema spaziale, un tripudio di costumi e suggestioni rétro che richiamano certo immaginario fantascientifico pop anni ’60, quasi fosse un omaggio al cinema di Mario Bava. È uno dei momenti in cui il film si concede finalmente un guizzo estetico più libero e personale.
Il finale, cupo e senza sconti, rappresenta forse il momento più riuscito dell’intera opera: una chiusura nerissima che restituisce il senso tragico della vicenda, anche se sarebbe stato interessante anticiparne l’esplosione e mostrarne con maggiore coraggio le conseguenze.
In definitiva, Gli occhi degli altri è un film affascinante ma irrisolto, sospeso tra ambizione autoriale e timidezza espressiva. Un’opera che “osserva” molto, forse troppo, come il suo protagonista, senza mai davvero lasciarsi andare.
Roberto Giacomelli
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Un film irrisolto che non riesce a coinvolgere lo spettstore