Good Fortune, la recensione

Ci sono commedie cinematografiche che hanno segnato l’immaginario collettivo per la capacità di sorprendere e divertire lo spettatore, sviluppando al contempo un’acuta riflessione sulla società e sui rapporti umani. Trading Places, noto in Italia con il titolo Una poltrona per due, cult diretto da John Landis e interpretato da Eddie Murphy e Dan Aykroyd, rappresenta un caso emblematico. In questa tradizione si inserisce Good Fortune, scritto, diretto e interpretato da Aziz Ansari, che mette in scena un formidabile trio completato da Keanu Reeves e Seth Rogen. La travolgente commedia fantasy sta vivendo una seconda vita grazie alla popolarità raggiunta con l’approdo su Prime Video; fortunatamente, verrebbe da aggiungere, la distribuzione in streaming (che in Italia è esclusiva) sta compensando una promozione e una distribuzione cinematografica ben al di sotto del valore del film: appena 26 milioni di dollari d’incasso al botteghino internazionale fronte di un budget di 30 milioni. 

In Good Fortune, un angelo ben intenzionato ma piuttosto maldestro di nome Gabriel (Keanu Reeves) si intromette nelle vite di un lavoratore precario in difficoltà (Aziz Ansari) e di un ricco investitore di startup (Seth Rogen). Convinto di poter dimostrare che il denaro non è la chiave della felicità, Gabriel decide di sconvolgere le loro esistenze, dando vita a una serie di equivoci e situazioni surreali che metteranno entrambi di fronte ai propri limiti, desideri e contraddizioni.

Il lungometraggio sorprende grazie alla brillante scrittura di Aziz Ansari, qui al suo esordio dietro la macchina da presa. L’attore statunitense si era già imposto per le sue capacità di sceneggiatura –aggiudicandosi due Emmy e un Golden Globe, per la serie Netflix Master of None, da lui ideata e interpretata – e in Good Fortune costruisce una commedia che, dietro il tono leggero, riflette sulle disuguaglianze della società contemporanea, smascherando il mito della meritocrazia, il divario di classe e le derive individualistiche alimentate dal capitalismo. Il regista di origini indiane fa proprio l’esempio di Funny People di Judd Apatow, commedia dall’umorismo più maturo e amaro, in cui recitava al fianco di Adam Sandler e Seth Rogen, e raggiunge, in Good Fortune, quel mirabile equilibrio che rappresentava l’obiettivo della stagione d’oro della commedia all’italiana di Dino Risi e Mario Monicelli: far ridere, e al contempo, invitare alla riflessione.

L’opera non nasconde le proprie ascendenze cinematografiche e letterarie, dal già citato Una poltrona per due, passando per Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, sino ad arrivare a Il principe e il povero di Mark Twain. Al contrario, il film dimostra il pregio di sapere guardare con deferenza ai propri predecessori, traendone ispirazione per rielaborarne le tematiche in modo originale, autentico e mai derivativo. Proprio in virtù di questo meccanismo, la pellicola sviluppa una narrazione coinvolgente, e nel momento in cui sembra allinearsi verso una storia più prevedibile e consolidata, dimostra la capacità – a prescindere dall’elemento fantasy insito nella vicenda – di spiazzare e sorprendere con colpi di scena che arricchiscono il racconto, alimentano la curiosità, senza mai compromettere la coerenza narrativa.

Good Fortune è un lungometraggio da non perdere, forse, potenzialmente un cult movie in cui Aziz Ansari, Keanu Reeves e Seth Rogen trovano il contesto ideale per valorizzare le proprie qualità attoriali, confezionando un trio perfettamente affiatato, spassoso e convincente. Tutti e tre dimostrano una notevole versatilità interpretativa: chiamati ad assecondare gli imprevedibili sviluppi della trama senza mai perdere credibilità, si adattano con naturalezza alle continue evoluzioni dei rispettivi personaggi.

Inizialmente, Ansari è perfetto per ritrarre lo smarrimento lavorativo ed esistenziale, il suo personaggio è il prototipo del fallimento del sogno americano che trova in Seth Rogen l’altra faccia della medaglia: un ricco e viziato investitore cresciuto nel privilegio e autentica espressione dell’élite economica dominante. Discorso a parte merita Keanu Reeves, che dal successo del primo film di John Wick sta vivendo una terza giovinezza cinematografica. Oggi, ancora prima di essere attore, la star di Matrix ha assunto il ruolo di icona pop, e si trova nella particolare e paradossale situazione in cui è riconosciuto dal pubblico a prescindere dal ruolo che recita. E Reeves trasforma proprio questa condizione in un punto di forza: invece di rimanere ingabbiato nella propria immagine di eroe-action, la sfrutta in un arguto gioco meta cinematografico, non sono casuali, ad esempio, le battute sui cani, presenti in Good Fortune, che strizzano l’occhio proprio ai fan di John Wick. La sola presenza di Reeves nel cast è sufficiente ad attirare il pubblico legato ai blockbuster, e Good Fortune, consapevolmente, ribalta le aspettative: l’attore fornisce una prova che mette in luce una grande versatilità attraverso un’interpretazione comica e sorprendente, ben lontana dai ruoli in cui i suoi dialoghi, e non i colpi di pistola, erano centellinati.

Luca de Pascale 

PRO CONTRO
  • Storia incisiva, divertente e appassionante.
  • Il trio composto da Reeves, Rogen e Ansari funziona perfettamente.
  • Il film ha una comicità brillante e stimola, sullo sfondo, riflessioni sul nostro presente.
  • Per i fan di Keanu Reeves, l’iconico attore, dopo una breve apparizione iniziale, fa il suo ingresso in scena, come protagonista, solo dopo circa mezz’ora.
  • La componente fantasy, poco esplorata, è solamente un pretesto narrativo.
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