Hamnet – Nel nome del figlio, la recensione

Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, nonché co-autrice della sceneggiatura insieme alla regista. I protagonisti sono Jessie Buckley e Paul Mescal e il film ha avuto ben 8 Candidature agli Oscar 2026, tra cui Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Attrice Protagonista.

Nell’Inghilterra del Cinquecento, l’amore tra William Shakespeare (Paul Mescal) e Agnes (Jessie Buckley) viene spezzato da una perdita improvvisa. Dal dolore per la morte del figlio nasce un vuoto senza nome, ma anche una scintilla creativa destinata a cambiare la storia del teatro.

Hamnet racconta l’origine emotiva dell’Amleto da una prospettiva inedita.

Il film è una drammatica esplorazione della perdita e della memoria. La storia racconta la vita di Agnes e William Shakespeare nel tardo Cinquecento, da quando si conoscono, i pregiudizi della famiglia di William su Agnes, trattata alla stregua di una strega, e il loro rapporto amoroso fino alla dolorosa perdita del figlio undicenne Hamnet. Ma questo non è un film biografico convenzionale: Zhao rifiuta una narrazione lineare e sceglie una struttura per immagini ed emozioni, fatta di sospensioni, ritorni e frammenti che rispecchiano lo stato interiore dei personaggi.

L’evento traumatico della morte di Hamnet diventa fulcro della pellicola, non come catarsi narrativa, ma come esperienza permanente e profonda che trasforma ogni cosa attorno ai protagonisti.

Le interpretazioni sono una delle colonne portanti del film. Jessie Buckley, nel ruolo di Agnes, offre una prova intensa e visceralmente fisica: il lutto non viene soltanto recitato, ma inciso nel corpo, nel respiro, nei gesti. La sua performance è stata celebrata con premi internazionali e nomination, soprattutto per la capacità di restituire un dolore che non consola.

Paul Mescal, nei panni di William Shakespeare, costruisce un personaggio complesso: introverso, trattenuto, che tenta di sublimare il dolore nella scrittura. Il contrasto tra i due modi di vivere il lutto — quello intenso e immediato di Agnes e quello più distaccato e simbolico di Will — è uno dei motori emotivi più forti del film.

La regia di Zhao si affida fortemente alla fotografia e alla materia del cinema: gli esterni e la natura non sono soltanto sfondo, ma specchio del dolore umano. La fotografia di Łukasz Żal restituisce paesaggi materici e spesso ostili, mentre gli interni sono claustrofobici e intensi.

La colonna sonora di Max Richter non guida emotivamente lo spettatore in modo tradizionale, ma agisce come un’eco sotterranea. La musica, fatta di cellule minime e ripetizioni, rispecchia il lutto stesso: un’esperienza che ritorna senza sparire.

Zhao non cerca la spiegazione razionale di ciò che accade, ma invita lo spettatore a “stare dentro” l’esperienza del lutto. Il film non risolve, non fornisce risposte, ma costruisce uno spazio sensoriale in cui l’assenza, il vuoto e la memoria diventano tangibili.

La scelta di non ancorarsi a una narrazione tradizionale fa sì che Hamnet sia più un’esperienza che una storia: audace, lenta, densa, capace di lasciare un’impressione forte sul pubblico.

Hamnet – Nel nome del figlio non è solo un dramma familiare o una biografia shakespeariana, è un’indagine sul rapporto tra dolore, memoria e creazione artistica. La perdita di Hamnet diventa simbolo della perdita universale, e il film suggerisce che l’arte non spiega il dolore, ma può offrire uno spazio per abitarlo. Il legame implicito con Amleto non è didascalico, ma sembra anzi suggerire che il cuore di ogni grande opera d’arte pulsa di ciò che rimane irrisolto nella nostra esperienza umana.

 Giorgio Maria Aloi

PRO CONTRO
  • Interpretazioni straordinarie, in particolare quella di Jessie Buckley, capace di incarnare il lutto in modo profondo e corporeo.
  • Estetica e fotografia memorabili.
  • Riflessione sul dolore e sulla creazione artistica: il film invita a una comprensione più profonda del legame tra esperienza personale e arte.
  • Narrazione non lineare e impegnativa.
  • Tono emotivo molto intenso: potrebbe risultare pesante o “manipolativo” per alcuni spettatori.
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Valutazione: 9.0/10 (su un totale di 1 voto)
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