I Fantastici Quattro – Gli inizi, la recensione
La nuova consapevolezza con cui i cinecomics degli ultimi mesi si approcciano al pubblico è ammirevole. È sicuramente un naturale punto di arrivo dopo anni e anni di successi, durante i quali i supereroi sono entrati nella vita di molte persone, anche chi non era (e non è) abituato a seguirne le avventure a fumetti. Il supereroe non ha più bisogno di troppe presentazioni, di ricordare al pubblico del cinema le sue origini, il suo mondo, i suoi comprimari. Il supereroe è perfettamente sedimentato nell’immaginario collettivo, fa parte dell’esperienza umana contemporanea, è riconosciuto, conosciuto e amato.
Così, nel 2025, dopo un ventennio intenso di cinecomics atti a creare universi condivisisi e multimediali, dopo quasi cinquant’anni dalla nobilitazione nella Settima Arte, il supereroe può permettersi di scansare ogni convenevole ed entrare a gamba tesa in una nuova avventura, anche lì dove formalmente si trova al primo incontro con il pubblico. Almeno nella versione che viene proposta.
Qualche anno fa i Marvel Studios avevano intelligentemente adottato questa strategia con lo Spider-Man interpretato da Tom Holland e a distanza di pochi giorni uno dall’altro, abbiamo trovato questa logica, resa in maniera decisamente più estrema, sia in Superman di James Gunn che ne I Fantastici Quattro – Gli inizi. Parliamo sempre e comunque di personaggi fortemente iconici, già raccontati al cinema in diverse occasioni, ma trovare sia Superman che i Fantastici 4 introdotti in medias res in quelli che sulla carta sono i loro film d’esordio ha un che di coraggioso. Sicuramente soddisfacente per noi fumettofili incalliti, probabilmente spiazzante per molti altri.
I Fantastici Quattro – Gli inizi (che, nonostante la brutta traduzione italiana del sottotitolo, agli inizi non sono) è il 37° lungometraggio del cosiddetto Marvel Cinematic Universe, nonché primo tassello della Fase 6, che dovrebbe portare a un importante punto di svolta la “fumosa” Multiverse Saga che si sta trascinando da cinque anni con poca convinzione.
In questa reinvenzione dal sapore vintage dell’iconica famiglia di supereroi creata da Stan Lee e Jack Kirby nel 1961, Reed Richards, Susan Storm, Johnny Storm e Ben Grimm hanno acquisito i loro superpoteri ormai da quattro anni e li hanno messi al servizio dei cittadini di New York diventando paladini della legalità e vere e proprie superstar. Tra cartoni animati, cereali, giocattoli, programmi televisivi, i Fantastici Quattro sono amati da tutti, grandi e bambini, portando con loro anche un peso tale da renderli fondamentali nei rapporti internazionali con altre Nazioni. Ma qualcosa cambia all’interno del quartetto quando Susan annuncia di essere incinta: se Johnny e Ben appaiono zii entusiasti, è Reed a mostrare inaspettatamente preoccupazione, soprattutto perché non sa cosa aspettarsi da un bambino nato da due individui che hanno subito un drastico e irreversibile mutamento del DNA a causa di raggi cosmici.
Un vero e tangibile pericolo, però, si prospetta quando un essere dalla pelle argentea e su una tavola da surf fluttuante arriva improvvisamente dallo spazio annunciando l’imminente venuta di Galactus, una creatura antica e dai poteri divini che ha scelto la Terra come prossimo pianeta da “divorare” per placare la sua fame.
Ora i Fantastici Quattro devono escogitare un piano per fermare Galactus in quella che si prospetta la loro missione più complicata di sempre, soprattutto quando il “divoratore di mondi” propone loro uno scambio inaccettabile.
L’espediente di un programma televisivo condotto da Mark Gatiss, in cui i Fantastici 4 dovranno presenziare come ospiti, ci ricorda, con un veloce recap, l’origine dei poteri del quartetto e come siano stati impegnati a combattere, in questi quattro anni, pittoreschi criminali come Harvey Elder – conosciuto come Uomo Talpa – e il Fantasma Rosso con il suo esercito di scimmie. Dopo di che troviamo i “nostri” immersi nella loro quotidianità su Terra-828 (in omaggio alla data di nascita di Jack Kirby), che è ben differente da Terra-616 dove si ambientano gli altri film del Marvel Cinematic Universe.
Siamo in una New York anni ’60, ma dallo stile retro-futuristico che ricorda per diverse soluzioni il mondo animato de I Jetsons di Hannah & Barbera. Ben Grimm è l’idolo dei bambini e lui sembra di aver accettato il drastico cambiamento fisico che l‘esposizione ai raggi cosmici gli ha causato, anche se in alcuni frangenti notiamo un po’ di malinconia quando rivede il suo aspetto umano (è Ebon Moss-Bachrach di The Bear). Johnny Storm (Joseph Quinn) è il classico sciupafemmine, anche se in lui c’è una innata passione per lo spazio, una voglia di scoprire i misteri dell’Universo che ha avuto solo una parziale soddisfazione dalla sua attività da cosmonauta. Per questo motivo lo affascinano tanto le registrazioni spaziali che esamina con dovizia ed è l’unico a instaurare un reale contatto “umano” con Shalla-Bal, l’araldo di Galactus che ha le fattezze argentee di Julia Garner. A proposito, per coloro che hanno la fiaccola e il forcone facile, Shalla-Bal non viene mai chiamata Silver Surfer e vista la menzione al pianeta Zenn-La e al suo popolo, ci aspettiamo una futura comparsa di Norrin-Rad, lo storico Silver Surfer.
Poi abbiamo Sue Storm, interpretata da una Vanessa Kirby perfetta, che in questi “primi passi” è ovviamente focalizzata sulla sua gravidanza, apparendo molto più empatica e “fiduciosa” su suo figlio in confronto al marito, come una vera mamma sa essere. Susan ha due delle scene più belle ed emozionanti dell’intero film: la nascita di Franklin nello spazio e un’altra di cui preferisco non dirvi nulla.
Infine c’è Reed Richards, mai chiamato Mr. Fantastic, che ha il fascino e il carisma di Pedro Pascal, scelta di casting imprevedibilmente molto efficace. Da scienziato, nonché personaggio più intelligente dell’intero universo Marvel, Reed ha una mente razionale che viaggia molto più veloce di qualsiasi altra e quello che colpisce è la realizzazione da parte sua dei pericoli che la nascita di Franklin rappresentano. Ha un effetto straniante vedere negli occhi del leader dei Fantastici Quattro una malinconia, il peso della responsabilità, una preoccupazione costante, che realisticamente molti di noi possiamo ritrovare nel momento in cui si sta per diventare genitori, perché l’incertezza per il futuro assume in questi casi un particolare rilievo.
Gli sceneggiatori Josh Friedman, Eric Pearson, Jeff Kaplan e Ian Springer si concentrano molto sui quattro protagonisti cercando di dare loro personalità forti e ben delineate nonostante il “mondo” che li circonda già lì conosca. E ci riescono, con una insospettabile nuova dignità per Johnny Storm, che a conti fatti è probabilmente il personaggio che rimane di più.
Ma il vero lavoro di fino è stato fatto per il magnifico world building: costumi, scenografie, fotografia, effetti speciali (a parte il brutto neonato digitale che di tanto in tanto rimpiazza il Franklin in carne ed ossa), musiche retrò (di Michael Giacchino). Ogni cosa è al posto giusto per immergere lo spettatore in questa New York anni ’60 utopica che sembra uscita dalle illustrazioni delle Esposizioni Universali del primo ‘900. E poi c’è questo sapore vintage nei costumi, nei gadget, nei veicoli, nella tecnologia spaziale che porta direttamente in direzione fumettistica, quella della gloriosa Silver Age.
E direttamente dai fumetti arriva anche lo spirito ingenuo che anima ogni risvolto della trama, quelle improbabili soluzioni semplicistiche che caratterizzavano le avventure a fumetti degli anni ’60, quelle indirizzate ai bambini. Quindi si, è vero, mettere d’accordo le Nazioni di tutto il mondo (a parte la misteriosa Latveria, ma ci arriveremo in un altro film…) chiedendo collaborazione perfino nel risparmio energetico, realizzare infrastrutture di alta ingegneria in tutto il mondo in tempi record, mettere a punto un piano fondato praticamente sulla teoria con un rischio realistico di fallire del 99,9%… si, tutto questo appare assurdo, a tratti fa perfino sorridere, ma è esattamente quello che leggevamo (e leggiamo) sui fumetti, verso i quali I Fantastici Quattro – Gli inizi è fedele al punto tale da risultare quasi feticistico. E qui torna il discorso fatto in apertura, lo sdoganamento estremo di un immaginario perfino in quei prodotti che, in altri tempi, non avrebbero potuto permettersi di prendere determinati rischi.
Questo implica anche la realizzazione di Galactus (interpretato da Ralph Ineson) esattamente come compare nei fumetti, un gigante imbrigliato in un’armatura viola con un improbabile copricapo; un look che ha fatto desistere la 20th Century Fox nel 2007, ai tempi de I Fantastici 4 e Silver Surfer, optando per un molto meno efficace e più anonimo aspetto da… nuvola!
Matt Shackman, dal canto suo, ha forse una mano televisiva, non a caso proviene dal successo di WandaVision, ma per la seconda volta di seguito notiamo una sua fascinazione per gli anni ’60 e la ricostruzione d’epoca sui generis, andando così a creare una vera e propria firma autoriale.
Insomma, dopo quattro lungometraggi per il cinema, l’iconica famiglia di supereroi Marvel che ha dato perfino ispirazione alla Pixar per Gli Incredibili, finalmente raggiunge una dignità che fino ad oggi era mancata nelle precedenti trasposizioni cinematografiche e, soprattutto, parte da un immaginario ben preciso per creane uno ad hoc esclusivo per il cinema, curiosamente molto distante da quanto fatto fino ad oggi nel ricco e complesso Marvel Cinematic Universe.
Come da tradizione, sono due le scene nei titoli di coda: la prima fondamentale come gancio al prossimo Avengers: Doomsday, la seconda più scanzonata.
Roberto Giacomelli
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