I Play Mother – Il gioco del male, la recensione
C’è una corrente del cinema horror contemporaneo che ha scelto di abbandonare i consueti colpi di scena a favore di un’indagine più silenziosa, disturbante e spesso dolorosamente intima sulle crepe dell’animo umano. I Play Mother – Il gioco del male, diretto da Brad Watson, si inserisce in questo solco con un film che maschera da ghost story una riflessione sul dolore, la maternità e le cicatrici mai rimarginate della perdita. Un’opera più vicina al dramma psicologico che all’horror puro, e proprio per questo in grado di inquietare con sussurri più che con urla.
La vicenda prende avvio con l’arrivo di Eli e Mia, due fratellini rimasti orfani, nella nuova casa dei coniugi Michelle e Cyrus, una coppia benestante e amorevole che decide di adottarli per offrire loro una seconda possibilità. Mentre Michelle resta più defilata, Cyrus inizia a sviluppare un legame sempre più stretto e protettivo con Mia, una bambina riservata ma visibilmente bisognosa di affetto. Eli, invece, si chiude in un silenzio cupo e impenetrabile. Con il passare dei giorni, il comportamento dei bambini diventa sempre più ambiguo, e Cyrus inizia a sospettare che qualcosa non vada, alimentando un crescendo di tensione che lo porterà a mettere in discussione la propria stabilità mentale. Un manichino femminile, apparentemente inanimato ma inquietantemente presente, diventa simbolo e catalizzatore di un’instabilità psicologica che coinvolge progressivamente l’intero microcosmo familiare.
Datato 2024, ma uscito in Italia solo ora – estate 2025 – distribuito da Adler Entertainment, I Play Mother – Il gioco del male affonda le radici nella tensione domestica e nella paura sottile dell’invasione affettiva, proponendo una narrazione tesa e disturbante. Con pochi personaggi, ambienti minimali e un uso misurato della tensione, Watson costruisce un racconto gelido e claustrofobico che lavora più sull’inquietudine che sullo spavento, sorretto da buone interpretazioni e da una regia sobria. Tuttavia, alcune esitazioni di scrittura e un ritmo diseguale impediscono al film di affermarsi con piena forza.
Quello messo in scena da Watson è un thriller dell’intimità, un’opera che rifiuta esplicitamente le convenzioni più riconoscibili dell’horror contemporaneo, a partire dall’assenza di jump scare o manifestazioni soprannaturali evidenti. La paura si insinua nei dettagli, nel comportamento dei personaggi, nelle loro reazioni ambigue e nei silenzi prolungati. In questo senso, I Play Mother lavora sul sottotesto: è un film che parla di trauma, di rimozione e soprattutto di quella zona grigia che separa l’accudimento dall’ossessione. Cyrus, interpretato con misura e intensità da Shubham Saraf, è una “madre” adottiva fragile, apparentemente stabile ma in realtà in cerca di un equilibrio che continua a sfuggirle. La sua parabola, tra momenti di tenerezza e cedimenti emotivi, rappresenta il cuore del film, e ne orienta la deriva verso una progressiva alterazione percettiva.
Il manichino che campeggia al centro della casa — una figura antropomorfa senza volto né vita — diventa presto metafora della maternità idealizzata, incombente e passiva. È un oggetto scenico semplice ma efficace, capace di trasmettere disagio con la sola presenza. L’uso che ne fa Watson è raffinato: non c’è bisogno di movimenti o effetti digitali, perché l’inquietudine nasce dall’ambiguità, dalla possibilità che quella figura muti significato a seconda di chi la osserva.
Tuttavia, non tutto funziona alla perfezione. Il film soffre nella parte centrale, dove la tensione si affievolisce e la narrazione sembra prendersi troppo tempo per rimettere in moto il meccanismo. Alcune scene si dilatano inutilmente, i dialoghi si fanno ripetitivi e l’equilibrio fra mistero e introspezione perde di compattezza. Anche la figura di Michelle, interpretata con discrezione da Susanne Wuest, resta marginale: un personaggio che avrebbe potuto offrire un contraltare interessante all’evoluzione psicologica di Cyrus, ma che invece rimane ai margini, per dar addito a un climax finale molto poco credibile.
L’approccio visivo è coerente con la natura del racconto. La fotografia predilige tonalità fredde, blu e grigi che accentuano l’isolamento emotivo dei personaggi. Le inquadrature sono spesso simmetriche, statiche, con una regia che lavora più sulla composizione e sullo spazio che sul movimento. Anche la colonna sonora resta in secondo piano, utilizzata con parsimonia per non interferire con il silenzio carico di tensione che domina la scena. Si tratta di scelte estetiche precise, pensate per costruire un senso di inquietudine costante, che accompagna lo spettatore senza mai travolgerlo.
I Play Mother – Il gioco del male è un film che punta più sull’atmosfera che sulla trama, più sul disagio che sulla paura. È un’opera che chiede pazienza, e che a tratti rischia di perdersi nella sua stessa sobrietà. Ma quando riesce a trovare il ritmo giusto, sa essere disturbante, suggestiva, e capace di riflettere su temi non banali: la genitorialità come costruzione sociale e psichica, il dolore come detonatore emotivo, l’amore come spazio di ambiguità.
Nel complesso, ci troviamo di fronte a un prodotto solido, interessante nella sua scelta di evitare le scorciatoie del genere, ma non sempre centrato nella gestione del ritmo e nella caratterizzazione dei personaggi secondari. Un film che lascia il segno più per quello che suggerisce che per quello che mostra, e che conferma la volontà di Brad Watson di muoversi in territori psicologici e disturbanti, anche a costo di sacrificare un po’ di dinamismo narrativo.
Una visione consigliata a chi ama gli horror più sottili e riflessivi, meno a chi cerca una suspense immediata o una narrazione incalzante. Un’opera di atmosfera più che di azione, che lavora in profondità sul senso stesso dell’identità genitoriale e sulla linea sottile che separa la cura dal controllo.
Massimiliano Gallone
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