I Recuperoni: I Soprano, la serie che ha fatto scuola
Il 13 gennaio scorso la piattaforma HBO Max è sbarcata in Italia, proprio mentre nel resto del mondo era al centro di accesi dibattiti sul suo futuro. In quel periodo, infatti, Netflix e Paramount Pictures avevano ingaggiato una sfida all’ultimo miliardo per acquisire Warner Bros, puntando a un catalogo sterminato e ai suoi canali secondari, tra cui figura appunto HBO. L’ipotesi che Netflix potesse assicurarsi i diritti, piegando la storica casa di produzione de Il Trono di Spade alla sua tipica narrativa del “volemose bene” e a personaggi grigi solo in superficie — come la Mercoledì di Tim Burton — aveva fatto tremare molti fan. Alla fine, però, l’emergente Paramount è riuscita a mettere sul piatto i due miliardi in più necessari per vincere la contesa e far decollare il proprio impero mediatico.
I puristi del “realismo sporco” hanno quindi potuto tirare un sospiro di sollievo: dopotutto, è stata proprio la scrittura senza filtri di HBO a elevare la serialità da semplice svago a forma d’arte.
Un esempio calzante è la serie cult I Soprano, considerata dalla critica illustre — ancor più del criptico Twin Peaks o dell’onnipresente Breaking Bad — la prima vera opera di qualità cinematografica per il piccolo schermo.
Creata da David Chase, la serie ha debuttato nel 1999 e si è sviluppata nell’arco di sei stagioni (trasmesse in Italia dalle reti Mediaset, spesso in seconda serata, fino al 2008 e successivamente sulle reti Rai). Protagonista assoluto è Tony Soprano (James Gandolfini), che agli occhi della società è solo un facoltoso imprenditore nel settore dello smaltimento rifiuti. Vive nel New Jersey in una lussuosa villa con la moglie Carmela (Edie Falco) e i figli Meadow (Jamie-Lynn Sigler) e Anthony Junior (Robert Iler); a parte la polizia, nessuno sembra sospettare che sia il boss di una famiglia mafiosa. Un giorno come tanti, Tony ha un attacco di panico. In gran segreto, decide di andare in terapia e si rivolge alla dottoressa Jennifer Melfi (Lorraine Bracco). La donna diventerà non solo la sua più fidata confidente, ma anche il mezzo attraverso cui lo spettatore entrerà nello spregiudicato mondo del crimine organizzato e, soprattutto, nella patetica quotidianità di un padre di famiglia in piena crisi di mezza età.
L’incredibile intuizione della serie fu quella di mettere in scena un personaggio a metà fra lo spietato villain e l’uomo medio; un individuo con così tanti peccati e idiosincrasie da risultare quasi empatico, se non altro perché sconta costantemente la sua pena, perennemente costretto a guardarsi le spalle da gangster rivali, agenti di polizia e tradimenti familiari. Più volte, infatti, lo spettatore, pur avendogli visto compiere azioni riprovevoli, si ritrova quasi a sperare che l’FBI lo salvi da amanti ricattatrici, falsi amici, mogli infelici, figli problematici e madri narcisiste. Il legame che si instaura con questa figura è talmente viscerale che i confini tra pubblico e personaggio spesso sfumano: le parole della terapeuta riecheggiano nella mente di chi guarda, suggerendo l’illusione che la redenzione possa essere possibile per tutti.
L’approccio profondamente realistico alla psicanalisi e alle confessioni di Tony decostruisce decenni di retorica sul gangster: cade il mito dell’eroe negativo, invincibile e dominatore, a cui le peggiori nefandezze sembrano scivolare addosso senza lasciare traccia. Il concetto di Male morale viene scandagliato a fondo, mettendo a nudo i traumi e i fardelli da cui scaturiscono determinati comportamenti. Tony è il boss perché è il più brutale di tutti, o è stato proprio il peso di quelle responsabilità a renderlo tale? L’eredità criminale del New Jersey, lasciatagli dal padre, era davvero ciò che desiderava? In tal senso, con un taglio spiccatamente freudiano, osserviamo come i sogni e le allucinazioni indotte dai farmaci rivelino le pulsioni più profonde del suo subconscio. Tuttavia, il dramma personale di Tony rappresenta solo la punta dell’iceberg di questo capolavoro.
Seguendo le orme del suo illustre capostipite Quei bravi ragazzi, l’intento dell’opera è ricostruire, con un rigore quasi documentaristico, un intero ecosistema: quello della criminalità di fine millennio, che guarda con nostalgia alla Chicago di Al Capone. Nel corso della narrazione, interi episodi vengono dedicati a figure secondarie, permettendo al pubblico di comprendere le frustrazioni di chi si trova sul gradino più basso della gerarchia criminale e di empatizzare con la dura gavetta dei “pesci piccoli”.
Il fascino della serie risiede proprio nell’equiparare il sistema criminale alle dinamiche psicologiche di una grande azienda o di una famiglia allargata, dove una performatività tossica diventa la chiave per scalare i vertici del potere. Una performatività che si fonda sulla più basilare e ardua delle social skill: riuscire a rimanere vivi. Viene infatti offerto un vero e proprio ventaglio di personaggi che incarnano possibili scenari alternativi (dei veri e propri What if) su come si potrebbe invecchiare all’interno di questo sistema.
Oltre a Tony, c’è il suo giovane nipote Christopher Moltisanti (Micheal Imperioli), che ci mostra quello stesso mondo dal basso, evidenziandone le brutture e le ingiustizie. Ribelle e imbranato, Christopher vive una storyline in cui tenta di usare l’influenza della famiglia per fare carriera nel cinema, ma finisce deluso tanto da quell’ambiente quanto da quello in cui è nato, trovandosi a combattere battaglie ancora più logoranti, come quella contro la tossicodipendenza. Iconici, ai limiti della macchietta, sono invece personaggi come Paulie Gualtieri (Tony Sirico), Silvio Dante (Steven Van Zandt), Bobby Baccalieri (Steve Schirripa) e lo stesso Zio Junior (Dominic Chianese), il capoclan fantoccio che, pur affetto da demenza senile, si rivela essere l’avversario più pericoloso per Tony.
Degni di menzione sono anche i vari antagonisti che si susseguono nelle stagioni e, soprattutto, il “coro” delle donne della famiglia. Prima fra tutte la causa originaria delle nevrosi di Tony, colei che inconsapevolmente dà l’avvio a questa ricerca interiore del protagonista: come Freud insegna, non poteva che essere l’anziana madre Livia (Nancy Marchand), castratrice simbolica dell’autorevolezza del primogenito e folle come solo la moglie di un gangster saprebbe essere. Accanto a lei c’è la figlia Janice (Aida Turturro), personaggio speculare al fratello, che vorrebbe essere diabolica almeno la metà della madre, ma si rivela solo una fanfarona truffaldina. Di contro abbiamo Carmela, la moglie di Tony, che tra una serata di beneficenza e l’altra sembra farsi qualche scrupolo sull’origine della ricchezza del marito, sebbene riservi le preoccupazioni maggiori per le sue varie amanti. Meadow, la figlia, è invece l’archetipo dell’insopportabile millennial con la saccenza di una Gen Z: molto più della madre, sembra voler fare davvero qualcosa per sganciarsi dal mondo corrotto che le paga il college, ma finisce per restare un fastidioso grillo parlante sullo sfondo. Infine c’è Anthony Junior: l’anima più innocente, che sembra soffrire genuinamente le dinamiche familiari ma che, essendo imbranato al punto giusto, è probabilmente l’unico in grado di staccarsi definitivamente da un ambiente in cui non è adatto a vivere.
Famiglia, Mafia e il Grande Sogno Americano creano dunque una gabbia dorata, fatta di frustrazioni e prezzi altissimi da pagare. Il sistema criminale viene qui simbolicamente ripulito dalla sua accezione puramente negativa, diventando la metafora di qualsiasi altro mondo dominato dalla competizione e dalla spregiudicatezza. Ma i contenuti e la profondità della trama sono solo un tassello del suo successo: un ruolo fondamentale lo giocano i dialoghi, forse più debitori a Pulp Fiction di Tarantino che al cinema di Scorsese. In essi, la vita quotidiana irrompe prepotentemente in una sceneggiatura dalla cornice crime, e i peggiori misfatti si annidano come venenum in cauda all’interno di allegri quadretti familiari. Questo umorismo caustico, arricchito da sfumature tragico-esistenziali e un ritmo più lento di quello che sembri, ha fatto letteralmente scuola, ispirando altre serie pluripremiate come The White Lotus, Succession e lo stesso Breaking Bad.
Non è un caso che, da vent’anni a questa parte, nel mondo del cinema e della TV siano fioccati innumerevoli omaggi all’opera, a cominciare dalle parodie presenti ne I Griffin e ne I Simpson, fino ad arrivare al – come non ricordarlo? – terribile Shark Tale. È inutile negare, però, che al giorno d’oggi la serie potrebbe non risultare accessibile a tutti: quell’amata impudenza di stile è ormai quasi irriproducibile con la sensibilità moderna, a meno di non diluirla in un contesto più “mostrificato”.
Insomma, forse non avremo mai più gangster commiserevoli e ricchi di sfumature come Tony Soprano, ma solo villain bidimensionali destinati a una brutta fine o a un prevedibile riscatto. Nel frattempo, proprio come si insegna in ogni corso di sceneggiatura che si rispetti, non possiamo che raccomandarvi un doveroso binge watching di questo capolavoro.
Ilaria Condemi de Felice














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Una serie cult nulla da dire, tuttavia , secondo me, poteva essere meglio, anzitutto doveva essere più corta, 6 stagioni di cui l’ultima di 24 episodi mi sembra eccessivo, alcune puntate erano noiosette, si esulava troppo dall’ elemento crime per dare spazio a cose secondarie come le magagne della moglie o i problemi adolescenziali dei figli di cui francamente non mi frega un tubo e ultimo ma non ultimo, il finale per me è una presa in giro, la gente può girare la frittata come vuole ma dopo 6 stagioni non puoi chiudere in quel modo. Detto ciò era una serie girata e recitata benissimo con personaggi grandiosi che però per queste cose che ho elencato non vengono sfruttati appieno.