I Roses, la recensione
La guerra coniugale è sempre stata terreno fertile per la letteratura e il cinema, capace di mostrare come il nucleo familiare, anziché rifugio, possa trasformarsi in una trincea sanguinosa. Tra i romanzi più feroci dedicati al tema, The War of the Roses di Warren Adler (1981) rimane un punto di riferimento, un libro che ha raccontato con caustico cinismo la progressiva autodistruzione di una coppia benestante, trasformando i conflitti domestici in una battaglia all’ultimo sangue. Dopo l’adattamento del 1989 firmato da Danny De Vito – un successo internazionale che ha lasciato un segno indelebile nella commedia nera hollywoodiana – ecco arrivare una nuova trasposizione cinematografica, I Roses, diretta da Jay Roach, che riporta in vita una delle famiglie più disfunzionali della narrativa americana.
La trama rimane, nelle sue linee generali, fedele all’originale: i coniugi Roses, dopo anni di matrimonio apparentemente solido, si ritrovano progressivamente incastrati in un gioco perverso di sopraffazione reciproca. Una volta deciso di divorziare, nessuno dei due è disposto a cedere l’abitazione coniugale, e il conflitto si trasforma in una guerra aperta tra le mura domestiche, tra dispetti sempre più crudeli e atti di sabotaggio che sfociano in un crescendo di violenza grottesca.
Rispetto al film di De Vito, questa nuova versione riesce però a modernizzare la materia di partenza. Sparisce l’ingombrante cornice narrativa dell’avvocato che raccontava la vicenda – un espediente che nel 1989 aveva il pregio di alleggerire la crudezza del racconto, ma che oggi avrebbe rischiato di apparire didascalico – e vengono introdotti riferimenti alle nuove tecnologie e ai mutati equilibri della società contemporanea. Smartphone, social network e comunicazione digitale diventano strumenti di guerra in una battaglia coniugale 2.0, rendendo l’opera non solo più attuale, ma anche più immediata nella sua lettura universale. Laddove il film degli anni ’80 si concentrava soprattutto sull’escalation fisica della distruzione domestica, I Roses aggiunge uno strato di velenosa ironia sull’invadenza tecnologica che oggi permea ogni relazione.
Il grande punto di forza, però, sta nel cast. Affidare i ruoli principali a Benedict Cumberbatch e Olivia Colman significa mettere in campo il meglio che il cinema britannico contemporaneo può offrire. Cumberbatch, con il suo carisma intellettuale e il suo sguardo a metà tra il cinico e il vittimistico, riesce a tratteggiare un marito nevrotico e manipolatore, sempre sospeso tra controllo e perdita di lucidità. Olivia Colman, invece, è semplicemente straordinaria: la sua capacità di alternare vulnerabilità e ferocia, ironia e cattiveria, la rende la perfetta controparte femminile di questo duello domestico. L’alchimia tra i due è esplosiva, e la loro recitazione eleva il materiale narrativo a una dimensione quasi teatrale.
A rendere il tutto più avvincente è il tono della messa in scena. Jay Roach, regista con lunga esperienza nella commedia (Austin Powers, Ti presento i miei, ma anche la satira politica di Bombshell), dimostra di avere la giusta dimestichezza con il grottesco. I Roses è un film cattivo, corrosivo, ma sempre con gusto: la violenza domestica è resa ridicola e insieme inquietante, trasformando lo spettatore in un complice divertito che ride del dolore altrui, ma che riconosce anche il lato oscuro e realistico della vicenda. È un umorismo caustico, che non ha paura di spingersi oltre, ma che evita la gratuità grazie a una scrittura solida e a un equilibrio costante tra comicità e tragedia.
La regia gioca molto con gli spazi della casa, trasformandola in un vero e proprio campo di battaglia: ogni stanza diventa una trincea, ogni oggetto un’arma improvvisata. C’è un’attenzione meticolosa al ritmo, con una progressione che parte dal banale battibecco domestico per arrivare all’autodistruzione totale. In questo senso, Roach dimostra un’abilità che il film di De Vito, pur ottimo, non aveva espresso fino in fondo: eliminare i filtri e lasciare che lo spettatore assista, quasi voyeuristicamente, a una demolizione reciproca senza redenzione.
I Roses è dunque una trasposizione riuscita, capace di rispettare la ferocia del romanzo di Adler e allo stesso tempo di aggiornarla al presente. Non è solo un remake, ma una nuova lettura, più in linea con le nevrosi contemporanee e con il modo in cui oggi si vivono – e si distruggono – le relazioni. È un film che diverte, inquieta e lascia un retrogusto amarissimo, come è giusto che sia quando si parla di guerra coniugale.
Roberto Giacomelli
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