If I Had Legs I’d Kick You, intervista alla regista Mary Bronstein e alla protagonista Rose Byrne

Tra i film più interessanti della 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma, If I Had legs I’d Kick You, premiato con l’orso d’argento alla miglior interpretazione protagonista a Rose Byrne al Festival di Berlino, è il secondo film da regista di Mary Bronstein dopo l’esordio di 17 anni prima Yeast, con protagonista una giovane Greta Gerwig. Ispirato ad una vicenda personale della regista e sceneggiatrice (ed anche interprete), il film ruota attorno al trauma e allo stress di Linda, che deve bilanciare tra vita privata, il lavoro da terapeuta e la cura della figlia, affetta da una misteriosa malattia che la costringe ad essere legata ad un tubo e ad una serie di macchinari medici particolarmente rumorosi. Temporaneamente dislocata a causa di un improvviso buco nel soffitto che rende la sua casa inagibile, Linda attraversa una serie di eventi tragicomici che la porteranno a sprofondare sempre di più nelle sue ansie e nei suoi sensi di colpa in quanto genitore, mentre cerca disperatamente di fuggire dalla realtà che ha attorno ma che sembra continuare ad inseguirla.

In occasione della presentazione del film alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best Of, abbiamo potuto parlare con la regista Mary Bronstein e l’attrice protagonista Rose Byrne, che hanno approfondito alcune delle tematiche del film e il loro lavoro dietro le quinte, in una conversazione aperta e con qualche digressione divertente che rivela la sintonia produttiva e umana tra le due artiste.

Uno dei punti di forza del film è sicuramente la brillante sceneggiatura scritta da Mary Bronstein, che l’interprete protagonista commenta:

Rose Byrne: Quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato: “Oh mio Dio, è straordinaria”. Mary ha davvero dato fuoco alle pagine. La sceneggiatura era così incendiaria, insolita e divertente, ma anche un po’ spaventosa. C’erano elementi horror, e mi sono ritrovata in gran parte di essa, ma allo stesso tempo ne ero anche molto intrigata. E davvero, questo personaggio del film è stato un dono. Che opportunità per un’attrice poter lavorare su questo personaggio, sbucciare la cipolla e capire chi era prima di questa crisi. Ma la sceneggiatura riflette molto ciò che si vede quando si guarda il film. Era davvero una sceneggiatura incredibilmente originale. Ed è proprio quello che si vede.

Tra gli elementi principali del film sono presenti anche momenti metafisici ed introspettivi:

Rose Byrne: E gli elementi metafisici che avete menzionato, erano tutti presenti anche nella sceneggiatura. Il fatto che non si veda la figlia che è nascosta dalla telecamera era nella sceneggiatura. Il criceto nella sceneggiatura è descritto come Jack Nicholson in Shining (risate). È molto divertente. Sì, lo era davvero. Non potevo credere a questa opportunità e pensavo a come iniziare a lavorarci. Sì, davvero straordinario.

Mary Bronstein: Per quanto riguarda la componente metafisica, la storia, l’idea stessa della storia, è nata da un’esperienza di vita reale che ho vissuto quando mia figlia era malata molti anni fa, otto anni fa ormai. Ho pensato che avevo visto molti film su donne che si prendono cura di un figlio malato o che lottano per trovare una cura per il proprio figlio, o che hanno un esaurimento nervoso, come vuole la tradizione cinematografica. Conosciamo tutti questi film. Quello che volevo fare era qualcosa di diverso, che catturasse non la storia e l’osservazione da lontano di questa donna, ma volevo catturare la sensazione di come ci si sente in quella situazione. E con il cinema, che è diverso dal teatro o da altri tipi di spettacolo, hai questi elementi che puoi usare. È un mezzo visivo in cui uso il surrealismo, posso usare il cinema sperimentale, il cinema non narrativo, per raccontare la storia. E per me queste parti erano molto importanti perché sono le parti del film, di questo film, che non riesco a esprimere a parole. Se potessi esprimere tutto a parole, forse avrei scritto una storia, un romanzo o una poesia. Ma queste sono cose che non hanno parole. Hanno sentimenti ed emozioni, e li ho immaginati come immagini. Quindi il trucco è stato trasporre le immagini che avevo nella mia testa e prima metterle su carta, come ha detto Rose, e poi sullo schermo. Ma ripeto, è una delle parti più importanti di questo film. E penso che sia una delle cose che distingue questo film da altri film che affrontano temi simili.

Una dimensione, quella di Linda, quasi kafkiana e legata al titolo del film, in particolare attraverso una sequenza che riassume in maniera tragicomica tutto il film che ha come protagonista il già citato criceto/Jack Nicholson.

Mary Bronstein: Oh, adoro questa domanda. Kafkiano è qualcosa che… Nessuno l’ha mai fatto notare prima. Quindi, ovviamente, nel film c’è una creatura. E questa creatura dovrebbe essere coccolosa, adorabile, divertente per il bambino. E, naturalmente, tutto ciò che vuole fare è scappare dalla scatola, è terrificante e finisce per essere un’altra cosa che Linda deve affrontare e che diventa una tragedia. Questa piccola parte del film, come credo avrai notato, diventa in un certo senso l’intero film. Un modo per raccontare l’intero film in questa unica sequenza. Ed è una delle parti che ho preferito mentre scrivevo, scrivevo e ridevo ad alta voce mentre scrivevo. Ed è stata una delle cose che ho preferito girare. E così diventa una metafora dell’intera vicenda. E possiamo dire che Linda è il criceto, che affronta sé stessa quando si guardano negli occhi. Per quanto riguarda il titolo, If I Had Legs I’d Kick You (se avessi le gambe, ti darei un calcio), sono sempre stata una scrittrice e sono sempre stata affascinata dal linguaggio. E così, in realtà, quando ero al college, quando avevo 18 anni, mi è venuta in mente questa frase e non sapevo cosa fosse o per cosa l’avrei usata, ma non l’ho mai dimenticata. E così, quando stavo scrivendo il film, circa 20 anni dopo, stavo scrivendo il film e non avevo un titolo. E ho pensato: “ah, ecco cos’era. Ecco cos’era quella frase. È il titolo di questo film”. E se ci fate caso, nel film ci sono molti piedi. Ci sono anche dei calci veri e propri. Ma in America c’è un modo di dire, non so se esiste anche in italiano, che è “You don’t have a leg to stand on”, “non hai gambe su cui stare in piedi”. Significa che non hai nulla su cui basare ciò che stai cercando di fare. Non hai credibilità. Quindi è un gioco di parole su quella frase. Ora le sto togliendo entrambe le gambe, lei non ha nulla. Ma se le avesse, avrebbe una rabbia dentro di sé e le userebbe per vendicarsi.

Una delle caratteristiche principali del film è la scelta di inquadrare la protagonista, interpretata da Rose Byrne, con dei primi piani particolarmente stringenti e claustrofobici.

Rose Byrne: Con la telecamera, il primo giorno è stato difficile perché stavamo definendo il personaggio. Abbiamo girato la prima scena del film prevista dalla sceneggiatura il primo giorno e la telecamera si avvicinava e si avvicinava sempre di più e io pensavo: “Oh, ok, ci avvicineremo così tanto”. Ma abbiamo capito subito che ciò di cui Mary aveva bisogno in quel momento non era ciò di cui avrebbe avuto bisogno in altri. E così la nostra conversazione si è concentrata su questo. E non è stato un problema [la vicinanza della camera]. Immagino sia una questione tecnica. Quindi, una volta che mi sono adattata, non ha cambiato molto la mia esperienza o la mia performance, in termini di lavoro che ho fatto. E mi è piaciuta la sfida, perché a volte era qualcosa di semplice come trattenere il respiro o l’inquadratura di una ciglia e qualcosa del genere, è molto espressivo. È poi, sapete, è una cosa astratta. E mi sembra che abbiamo lavorato così tanto per incarnare il personaggio, capire chi fosse e portarla sul set completamente formata, che a quel punto ci sembrava di poter esplorare, spingere le cose e sperimentare. Poi, quando ho visto il film, sono rimasta così colpita dal linguaggio della camera e da come fosse molto coinvolgente per lo spettatore in un modo che non avrei mai capito fino a quando non avessi visto il film. Quindi è stato davvero emozionante vedere tutto messo insieme in quel modo.

Una delle caratteristiche del ritratto offerto della protagonista è che nonostante alcune scelte del personaggio possano sembrare azzardate e fallimentari in partenza (spesso con conseguenze tragicomiche), Linda non viene mai sottoposta ad uno sguardo giudicante da parte della regista, che anzi affronta la possibilità di aprirsi attraverso un personaggio di finzione, in una forma di liberazione dall’ansia di essere giudicata in quanto donna e in quanto madre.

Mary Bronstein: Una liberazione, assolutamente. Quando stavo scrivendo il film, nessuno sapeva che lo stavo scrivendo. Nessuno lo stava aspettando. Lo stavo scrivendo in modo molto libero. Quindi mi sentivo molto libera, senza nessuno che mi guardasse alle spalle, di esprimere esattamente ciò che volevo esprimere. E ciò che volevo esprimere erano i sentimenti che avevo represso nel mio corpo e nella mia mente e che potevo riversare sulla pagina. Scrivere da sola in una stanza senza nessuno che mi giudicasse. Ed è stato completamente liberatorio. Mi sono sentita libera. In un certo senso è stato terapeutico, perché nella sceneggiatura dicevo cose che non potevo dire nemmeno a mio marito, né al mio terapeuta, né a un amico, perché sono cose per cui, come madre, mi sentirei giudicata. Ma quando sono in una sceneggiatura, c’è una certa distanza. Quindi posso dire, sapete, posso mettere le parole nella bocca del personaggio e posso usare il personaggio come una sorta di avatar emotivo, in modo che non sia io. C’è una certa distanza e c’è astrazione. E così non sono più io, ma una fantasia. Una fantasia di ciò che vorrei poter fare, o vorrei poter dire, o di come vorrei comportarmi. Ma non possiamo fare queste cose senza conseguenze molto negative. In un film, puoi far fare queste cose a un personaggio senza conseguenze. E mi piace che tu dica che non la giudichi, perché era una cosa a cui tenevo moltissimo, non potevo trattenermi dal realizzare le idee che avevo per paura che qualcuno la giudicasse, che qualcuno non la apprezzasse o che qualcuno non provasse empatia per lei. Dovevo farlo senza quei pensieri in testa. Se avessi avuto quella paura, sarebbe stato un film diverso da quello che hai visto.

Anche per l’attrice protagonista Rose Byrne il peso degli standard di comportamento è particolarmente gravoso sulle donne, portandola a riflettere assieme alla regista alla difficoltà di pensare a controparti femminili di grandi personaggi come Tony Soprano, protagonista appunto dei Sopranos, e Travis Bickle di Taxi Driver.

Rose Byrne: C’è così tanto giudizio su una madre e su qualsiasi suo comportamento, e lei è in crisi e sta facendo delle scelte che sa essere sbagliate, come confessa al suo terapeuta nel corso del film. Ma non può sopravvivere se non fa queste cose, a causa di questo, del peso della pressione che grava su di lei e il suo crollo. E per me è stata una corda tesa, una corda tesa su come fare. Come si fa a mantenere il pubblico? Non tanto dal punto di vista dell’attenzione, ma come faccio a entrare nella prospettiva di questa donna? Perché non sono io, Rose, è questo personaggio, Linda. Ed è spinta a questo punto della sua vita in cui sta prendendo queste decisioni e cosa ti porta a questo punto? Come ci siamo arrivati? Cosa è successo prima? Per arrivare a questo punto e comprendere appieno il suo punto di vista su questo argomento e non giudicarla mai, perché io sono… Sono il suo avvocato. Mi alzo in tribunale e difendo Linda e le sue scelte. Questo è il mio lavoro in quanto attrice. E qualcosa che Mary e io abbiamo sempre detto è che il pubblico sarà messo alla prova da Linda. Potrebbe anche non piacergli Linda, ma noi dobbiamo amarla. E questo è sempre stato il mio obiettivo e la mia convinzione. Devi sempre rappresentare al meglio il tuo personaggio ed essere in grado di difenderlo. E noi lo facciamo. Sai, questo fa parte del dialogo creativo che abbiamo instaurato. Ma sono i personaggi più interessanti. Sai, sono quelli per cui ci chiediamo: perché amiamo Tony Soprano? Uccide le persone. Tradisce sua moglie. Eppure lo amiamo. Facciamo il tifo per lui. Facciamo ancora il tifo per Tony Soprano, e ci sono molti personaggi come lui. Ma penso che mi venga in mente perché la sua interpretazione è fantastica, perché è anche molto divertente in quel ruolo. Comunque, basta parlare di Tony Soprano (ridendo). No, ma è così bello, penso solo che la sua interpretazione sia straordinaria in quella serie e per così tante stagioni avere ancora voglia di guardare questa persona e fare queste cose e tifare per questa persona e quei personaggi, come spettatore lo sono sempre affascinata.

Mary Bronstein: Anche in Taxi Driver, per esempio, quello che fa è terribile, ma tu tifi per lui e provi compassione per lui, e penso che questo film segua quella tradizione.

Rose Byrne: Sì. Ed è ancora più difficile quando è una donna a farlo.

Mary Bronstein: Impossibile.

Rose Byrne: È ancora più difficile perché vengono valutate secondo standard molto diversi rispetto agli uomini.

Mary Bronstein: Sì. Ecco perché stiamo pensando solo ad esempi maschili.

Rose Byrne: Lo so, perché vorrei pensarne uno femminile ma è difficile…

Mary Bronstein: Mommy Dearest (Mammina Cara, film del 1981 diretto da Frank Perry ispirato al romanzo scritto dalla figlia adottiva dell’attrice Joan Crawford, in cui accusa la madre di essere isterica, alcolizzata e di sfogarsi in modo violento sulle figlie)

Rose Byrne: Mommy Dearest. È così sciocco, però, è davvero camp. È davvero troppo esagerato, è difficile da…

Mary Bronstein: Non è reale.

Rose Byrne: Sì, non è reale esatto.

Tornando al tema del rapporto tra maternità e giudizio sociale, pensando anche in rapporto al film del 2014 Cake con Jennifer Aniston e diretto da Daniel Barnz, Rose Byrne elabora ulteriormente sulla condizione del personaggio che interpreta.

Rose Byrne: Ok. Penso che questo rifletta perfettamente Linda e la sua situazione. Quando provi un dolore così intenso, e ti trovi in una situazione di crisi, i limiti che ti vengono imposti per comportarti in modo adeguato nella vita, non riesci a interagire socialmente in modo normale o… Assolutamente. Ma è proprio questo che rende il film così intenso. E ciò che lo rende divertente è che lei è una terapeuta, quindi dà consigli alle persone, ci prova. Chiaramente, è così esaurita. E lo è. Ha anche un pessimo rapporto con il suo terapeuta. Quindi tutto questo è anche molto comico, perché è questa persona, sai, l’assurdità delle situazioni in cui si trova. Ma mi sono identificata con questo e penso che la vita ci chieda sempre questo, dei nostri limiti, dei ruoli performativi che interpretiamo. Ed è in questo momento che vedi davvero qualcuno che inizia a crollare. Eppure nessuno la sta davvero aiutando. Nessuno si rende davvero conto di quanto stia male. E lei chiede aiuto alle persone. Lo chiede. E nessuno la vede ancora davvero. E nemmeno lei vede, ad esempio, la sua paziente che ha davvero bisogno di aiuto, Caroline, che soffre di psicosi post-partum, in sostanza. E lei non la sta aiutando. Nessuno aiuta nessuno in questo film. E in un certo senso, il personaggio di James, interpretato da A$AP Rocky, è l’unico che è davvero curioso e osserva. Le sue intenzioni sono un po’ confuse e non è del tutto chiaro, ma è sicuramente più presente di chiunque altro nel film.

Allo stesso tempo, per quanto Linda cerchi di parlare con qualcuno, molti dei suoi sforzi sono dedicati al tentativo di fuggire, di trovare dello spazio e del tempo solo per sé in un contesto in cui sembra continuamente soffocata dalle responsabilità e dagli impegni che emergono sotto forma di continui rumori di sottofondo, dai beep della macchina a cui è connessa la figlia, al respiro di questa attraverso il baby monitor, oltre che alle continue chiamate da parte del marito ed altri personaggi.

Mary Bronstein: Wow. Che domanda meravigliosa. Perché Linda, nel film, cerca costantemente di fuggire dalla sua realtà presente, che, ovviamente, è la realtà in cui sto inserendo lo spettatore. Non c’è un’altra realtà, lo spettatore non può andare da nessuna parte, e nemmeno lei può andare da nessuna parte. Ma lei cerca di fuggire. Ricorre all’alcol, alle droghe, al cibo. A volte fugge letteralmente. Ricorre agli esercizi di respirazione per cercare di entrare in una dimensione diversa. Cerca sempre di sfuggire alla sua realtà, ma non ci riesce. Perché c’è anche un altro detto che abbiamo in America, che dice: “wherever you go, there you are”, ovunque tu vada, ci sei sempre tu. Non puoi sfuggire a te stesso. E nel film c’è anche qualcosa da cui lei non riesce a sfuggire, qualcosa che è dentro di lei, un trauma causato dalla malattia di sua figlia e da chissà cos’altro. Credo che il trauma viva dentro di te. E quindi nel film sto dicendo che, qualunque cosa tu faccia, ovunque tu vada, qualunque cosa tu provi a fare per sfuggirgli, non è un mostro che ti insegue per strada con un coltello. È dentro di te. E ti prenderà. Ti prenderà. Ed è quasi come se più cerchi di allontanarti da esso, più esso cercherà di raggiungerti. E così, quando lei vive questi momenti che dovrebbero essere momenti di evasione, momenti privati nei campi, mentre cammina verso il suo appartamento, mentre è sola nel suo appartamento, lei, come puoi osservare, porta sempre con sé il baby monitor, che è come portare con sé il bambino, portare con sé la macchina del bambino. Quindi non è con se stessa. E poi cosa fa? Si droga, beve e ascolta musica. Ancora una volta, non si concede alcun momento di tranquillità. C’è un momento nel film in cui lei torna al suo appartamento e… È tranquillo. Entra in soggiorno. C’è silenzio. Ed è l’unico momento di quiete per me. È una delle scene più belle del film perché è sola nell’appartamento. C’è silenzio, ma cosa fa lei? Si accende uno spinello e accende la televisione. Non riesce a stare da sola con se stessa, perché lei è terrorizzata di stare da sola con sé stessa, perché, come ho detto prima, arriva da dentro di sé. E penso che sia un aspetto molto filosofico del film che prima non mi era stato chiesto, quindi grazie.

If I Had legs I’d Kick You arriverà prossimamente nei cinema italiani distribuito da I Wonder Pictures.

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A cura di Mario Monopoli

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