Il branco torna in DVD: perché il film più feroce di Marco Risi continua a far male
A oltre trent’anni dalla sua uscita, Il branco diretto da Marco Risi nel 1994 torna disponibile in DVD grazie a Mustang Entertainment in una nuova edizione rimasterizzata che riporta finalmente sul mercato uno dei titoli più duri e importanti del cinema italiano degli anni Novanta.
L’ultima pubblicazione risaliva infatti al 2003, quando CG Entertainment ne realizzò un DVD ormai fuori catalogo da moltissimo tempo e diventato quasi introvabile per i collezionisti. La nuova edizione rappresenta quindi un ritorno importante, soprattutto perché propone un master video decisamente più pulito e definito rispetto al precedente disco, con una resa dell’immagine più stabile e dettagliata. Di contro, Mustang rinuncia completamente ai contenuti speciali presenti nell’edizione CG, che includeva una interessante intervista a Marco Risi capace di contestualizzare il film e il delicato lavoro svolto durante la realizzazione. Una perdita non trascurabile per chi ama approfondire la storia produttiva delle opere.
Al di là dell’aspetto editoriale, però, il vero motivo per recuperare Il branco resta naturalmente il film stesso.
Il volto più feroce del nuovo realismo italiano.
La prima metà degli anni Novanta rappresenta un momento particolare per il cinema italiano. Dopo gli anni Ottanta dominati dalla commedia, alcuni autori tornano a osservare la realtà con uno sguardo asciutto, diretto e privo di qualsiasi consolazione. È una sorta di “neo-neorealismo”, interessato alle periferie, al disagio giovanile e alle contraddizioni sociali del Paese.
Marco Risi ne diventa uno degli interpreti più rappresentativi.
Con Mery per sempre (1989) prima e Ragazzi fuori (1990) poi, aveva già raccontato ragazzi dimenticati dalle istituzioni, mostrando il carcere minorile e la difficoltà del reinserimento senza mai indulgere nel pietismo. Attorno a lui si sviluppa una stagione cinematografica che comprende opere come Ultrà di Ricky Tognazzi, Lamerica di Gianni Amelio, Vesna va veloce di Carlo Mazzacurati e, poco dopo, Vite strozzate di Ricky Tognazzi, tutti film accomunati dal desiderio di raccontare un’Italia meno rassicurante di quella vista fino a pochi anni prima.
Presentato in concorso – non senza polemiche – alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1994, Il branco rappresenta probabilmente il punto più estremo di questo percorso.
Una storia che nasce dalla cronaca.
Il film prende spunto dall’omonimo romanzo di Andrea Carraro, pubblicato pochi mesi prima, ma affonda le proprie radici in un episodio di cronaca realmente accaduto nel 1983 a Marcellina, alle porte di Roma, dove due giovani turiste tedesche vennero sequestrate e violentate da un gruppo di ragazzi del posto. Pur cambiando nomi, personaggi e parte dello sviluppo narrativo, Marco Risi conserva il nucleo più inquietante della vicenda, scegliendo però una prospettiva insolita.
La storia segue un gruppo di giovani della provincia romana che trascorrono le giornate tra noia, piccole prepotenze e una crescente ricerca di emozioni forti. Quando decidono di rapire due autostoppiste, quella che inizialmente appare come una bravata si trasforma rapidamente in un’escalation di violenza destinata a travolgere tutti.
Quello che colpisce ancora oggi è che il film non sceglie quasi mai il punto di vista delle vittime.
Risi osserva soprattutto gli aggressori.
Li segue nelle loro giornate vuote, nei dialoghi insignificanti, nelle spacconate, nei piccoli rituali di appartenenza che trasformano lentamente un gruppo di ragazzi qualunque in qualcosa di profondamente inquietante.
È una scelta narrativa coraggiosa e scomoda.
Lo spettatore non trova mai una rassicurante distanza morale. È costretto invece a condividere il tempo con quei personaggi, a osservare come la violenza non nasca da un improvviso scatto di follia ma da una progressiva normalizzazione dell’odio, della sopraffazione e della deresponsabilizzazione individuale.
Nella storia vera, i membri del “branco” furono condannati a circa due anni di reclusione, una pena davvero lieve considerando la gravità del gesto, data dal fatto che la legge sulla violenza sessuale di gruppo ancora non era vigente
Un realismo che ancora oggi mette a disagio.
Rivedere Il branco significa confrontarsi con un cinema che non cerca mai lo spettacolo.
La regia di Marco Risi evita qualsiasi estetizzazione della violenza.
La macchina da presa resta vicina ai volti, ai silenzi, agli sguardi, lasciando che sia proprio il realismo delle situazioni a generare disagio. Non ci sono effetti, non c’è compiacimento, non c’è la ricerca del colpo di scena.
C’è piuttosto una tensione continua che cresce lentamente fino a diventare quasi insostenibile.
Anche la fotografia sporca e livida contribuisce a restituire un senso di provincia soffocante, fatta di strade deserte, locali anonimi, campagne apparentemente tranquille che finiscono per trasformarsi nel teatro di un orrore assolutamente plausibile.
È proprio questa plausibilità a rendere Il branco così disturbante.
Non racconta mostri. Racconta ragazzi. Ed è forse questo il suo elemento più terrificante.
Il fallimento di una generazione.
Ridurre Il branco a un semplice film sulla violenza sessuale significherebbe coglierne soltanto la superficie.
In realtà Marco Risi costruisce un racconto molto più ampio sul vuoto esistenziale di una generazione cresciuta senza prospettive, incapace di costruire relazioni autentiche e destinata a trovare nel gruppo l’unica forma di identità possibile.
La provincia diventa uno spazio sospeso.
Le giornate sembrano tutte uguali.
Non esistono passioni, sogni o progetti. E se esistono, come quella di Raniero di diventare carabiniere, vengono stroncate sul nascere da una famiglia castrante.
Di concreto esiste soltanto la noia. Ed è proprio quella noia che lentamente si trasforma in aggressività, machismo, bisogno di affermare sé stessi attraverso l’umiliazione degli altri.
Oggi parleremmo apertamente di mascolinità tossica, cultura dello stupro e dinamiche di branco. Nel 1994 queste espressioni non facevano ancora parte del dibattito pubblico con la diffusione attuale, eppure il film riesce già a intercettarne tutti i meccanismi con impressionante lucidità.
È forse anche per questo che continua a risultare un’opera incredibilmente contemporanea.
Un cast credibile, senza divismi.
Anche il cast contribuisce in modo decisivo all’efficacia del film. Marco Risi sceglie un gruppo di interpreti dal volto autentico, lontani da qualsiasi glamour cinematografico. A guidare il cast c’è l’esordiente Giampiero Lisarelli, che nel ruolo di Raniero offre un’interpretazione sorprendente per naturalezza e inquietudine, costruendo un personaggio dal volto pulito, quasi innocente e al tempo stesso profondamente disturbante. Accanto a lui compaiono giovani attori che negli anni successivi diventeranno tra i volti più riconoscibili del cinema e della televisione italiana, come Luca Zingaretti, Giorgio Tirabassi e Ricky Memphis, allora ancora agli inizi della carriera ma già capaci di restituire quella miscela di fragilità, arroganza e violenza che caratterizza il gruppo.
A fare da contraltare ci sono interpreti di grande esperienza come Vittorio Amandola, nel ruolo del padre di Raniero, e il grande caratterista Natale Tulli, memorabile nei panni di Sor Quinto. La loro presenza radica ulteriormente il racconto in una provincia romana credibile, popolata da figure quotidiane che sembrano uscite direttamente dalla realtà.
Un film necessario, oggi forse più di ieri.
La nuova edizione DVD di Mustang Entertainment rappresenta quindi molto più di una semplice ripubblicazione.
È l’occasione per riscoprire un film che continua a interrogare lo spettatore senza offrire risposte facili. Un’opera che non cerca assoluzioni né scorciatoie morali, ma costringe a guardare negli occhi un fenomeno sociale che, purtroppo, non appartiene soltanto agli anni Ottanta o Novanta.
In un’epoca in cui si torna spesso a discutere di violenza di genere, educazione affettiva e cultura del possesso, Il branco mantiene intatta tutta la sua forza. Non perché mostri l’orrore, ma perché prova a comprenderne le radici. Ed è forse questa la sua intuizione più dolorosa: il male non arriva sempre da figure eccezionali, ma può nascere dall’ordinarietà, alimentarsi nel conformismo e trovare nel gruppo la propria più inquietante legittimazione.
È un film difficile, scomodo, persino respingente. Ma proprio per questo resta uno dei lavori più importanti di Marco Risi e uno dei ritratti più impietosi dell’Italia degli anni Novanta. Un’opera che continua a fare male perché, in fondo, racconta qualcosa che non abbiamo mai davvero smesso di vedere.
Roberto Giacomelli
















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Grande film, il migliore di Risi!!!