Il delitto del 3° piano, la recensione
Dopo aver attraversato territori narrativi sospesi tra ironia e malinconia, Rémi Bezançon torna dietro la macchina da presa con Il delitto del 3° piano, un’opera che si muove con disinvoltura tra thriller, commedia e dramma, cercando di tenere insieme tensione e leggerezza in un equilibrio tanto affascinante quanto instabile. La storia di Colette e François – interpretati rispettivamente da Laetitia Casta e Guillaume Gallienne – si sviluppa all’interno di uno spazio chiuso, elegante e apparentemente rassicurante. Un appartamento borghese che diventa progressivamente una gabbia emotiva. Lui è uno scrittore di thriller affermato, lei una cinefila appassionata di Alfred Hitchcock: due figure che vivono immerse nel racconto, ma incapaci di comunicare davvero nella vita reale.
Il presupposto narrativo è tra i più interessanti: il voyeurismo come innesco drammaturgico e come metafora della crisi di coppia. L’atto di osservare i vicini – una coppia instabile, carica di tensione – diventa un modo per proiettare all’esterno ciò che i protagonisti non riescono più ad affrontare dentro casa propria. Il film costruisce così un doppio livello: da un lato l’indagine su un presunto delitto, dall’altro la lenta dissezione di una relazione ormai svuotata. Bezançon lavora consapevolmente con il linguaggio del thriller hitchcockiano, citandolo e rielaborandolo senza mai cadere nella semplice imitazione. L’eco de “La finestra sul cortile è evidente, ma viene filtrata attraverso una sensibilità contemporanea e, soprattutto, attraverso una vena ironica che alleggerisce e al tempo stesso destabilizza la tensione. Il risultato è un film che gioca costantemente con le aspettative dello spettatore, portandolo a dubitare non solo di ciò che vede, ma anche del tono stesso del racconto.
La sceneggiatura è probabilmente l’elemento più ambizioso e, al contempo, più fragile. L’idea di far collidere realtà e finzione – il thriller scritto da François e quello vissuto dalla coppia – è estremamente fertile, ma non sempre sviluppata con la necessaria coerenza. Alcuni passaggi risultano brillanti, soprattutto quando il film abbraccia apertamente la dimensione meta-narrativa: altri, invece, sembrano indulgere in soluzioni più prevedibili, riducendo l’impatto complessivo.
Il rapporto tra Colette e François resta il vero centro emotivo del film, anche quando la trama si sposta verso il mistero. Il loro silenzio, le incomprensioni sedimentate, la distanza che si insinua nei gesti quotidiani: tutto contribuisce a costruire un senso di disgregazione che trova nel “delitto” un catalizzatore piuttosto che una causa. Tuttavia, come spesso accade in operazioni così stratificate, il film fatica a bilanciare pienamente i due livelli, lasciando la componente relazionale leggermente meno approfondita rispetto a quanto prometta.
Sul piano interpretativo, Laetitia Casta offre una prova elegante e sfumata. Il suo personaggio vive di intuizioni, sguardi, sospensioni: è lei a incarnare maggiormente la dimensione hitchcockiana del film, oscillando tra curiosità e paranoia. Guillaume Gallienne, invece, lavora su un registro più razionale e controllato, costruendo un François progressivamente destabilizzato. La loro dinamica funziona, ma resta in parte trattenuta, come se mancasse un vero momento di esplosione emotiva.
La regia di Bezançon è precisa, consapevole, a tratti raffinata. L’uso dello spazio è centrale: corridoi, finestre, porte socchiuse diventano strumenti narrativi prima ancora che elementi scenografici. Le inquadrature spesso incorniciano i personaggi, suggerendo una costante sensazione di osservazione e controllo. Nei momenti migliori, la macchina da presa riesce a rendere tangibile il confine sottile tra realtà e immaginazione. La fotografia gioca su contrasti ben calibrati: toni caldi e avvolgenti negli interni domestici, che però nascondono una crescente inquietudine, e luci più fredde e taglienti quando lo sguardo si sposta verso l’esterno. È un lavoro coerente, che accompagna efficacemente l’evoluzione psicologica dei personaggi, anche se raramente sorprende davvero.
Il montaggio riflette la natura ibrida del film. Alterna sequenze costruite con precisione quasi matematica ad altre più libere, in cui il ritmo si frammenta. Questa scelta contribuisce a creare un senso di instabilità percettiva, ma finisce anche per rendere il film disomogeneo, soprattutto nella seconda parte, dove la tensione fatica a mantenersi costante. La colonna sonora segue un approccio discreto, quasi invisibile. Più che guidare l’emozione, accompagna il racconto, lasciando spazio ai silenzi e ai suoni ambientali. Una scelta coerente con l’impianto del film, ma che non raggiunge mai una vera centralità espressiva.
Dal punto di vista del linguaggio cinematografico, Il delitto del 3° piano è un’opera consapevole, che riflette sul proprio statuto di racconto. Il film parla di chi guarda, di chi immagina, di chi costruisce storie per dare senso alla realtà. E in questo senso, il delitto diventa quasi secondario: ciò che conta è il bisogno di narrarlo. Il significato più profondo emerge proprio da questa sovrapposizione: la realtà, quando diventa insostenibile, viene trasformata in finzione. Colette e François non indagano solo su un possibile crimine, ma cercano – in modo più o meno consapevole – di riscrivere la propria relazione attraverso il linguaggio del thriller. Il film suggerisce che ogni storia, anche la più drammatica, è sempre una costruzione, una scelta di sguardo.
Il finale prova a tirare le fila di questo gioco meta cinematografico, lasciando volutamente alcune ambiguità irrisolte. È una chiusura coerente con il tono dell’opera, ma che potrebbe risultare meno incisiva per chi cerca una risoluzione più netta.
Il delitto del 3° piano è, in definitiva, un film affascinante nelle sue intenzioni e spesso brillante nei suoi momenti migliori, ma non sempre capace di sostenere il peso della propria ambizione. Rimane sospeso tra generi, tra registri, tra livelli narrativi e trovando proprio in questa instabilità la sua identità, ma anche il suo limite.
Un gioco raffinato che osserva molto, ma affonda solo quando smette di giocare
Giorgio Maria Aloi
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