Il mondo oltre, la recensione del film post-apocalittico diretto da Dario Germani
Il cinema post-apocalittico, ormai, parla sempre meno della fine del mondo e sempre di più della fragilità dell’essere umano. La catastrofe, che sia nucleare, climatica o di altra natura, diventa spesso un semplice pretesto per isolare un piccolo gruppo di personaggi e osservare come cambino i loro rapporti quando la società viene meno. È un filone che ha trovato grande fortuna anche nel cinema indipendente, dove l’apocalisse rappresenta spesso una soluzione produttiva oltre che narrativa: pochi personaggi, un’unica location e il conflitto tutto concentrato all’interno di un microcosmo. Il mondo oltre, nuovo film di Dario Germani, si inserisce proprio in questo solco con un racconto intimo che preferisce le relazioni umane agli effetti spettacolari della fantascienza.
In un mondo devastato da una catastrofe mai del tutto chiarita, Laura vive insieme alla madre in un casale immerso nel deserto. L’unica altra presenza è Scintilla, una capretta che sembra rappresentare l’ultimo frammento di normalità rimasto. La ragazza è convinta che loro siano le uniche sopravvissute, almeno così le è sempre stato raccontato. Tutto cambia quando un giovane ferito raggiunge la loro casa e Laura decide di sfamarlo e curarlo di nascosto dalla madre. L’arrivo dello sconosciuto incrina ogni certezza: e se oltre quell’immenso deserto esistesse davvero ancora un mondo?
La sceneggiatura di Giacomo Ferraiuolo costruisce con pazienza questo microcosmo familiare, osservandone la quotidianità quasi primitiva e lasciando emergere, poco alla volta, tutte le crepe di un rapporto madre-figlia fondato più sul controllo che sull’amore. L’ingresso dello “straniero” diventa così il detonatore di una doppia scoperta: da una parte Laura si confronta con i primi turbamenti dell’età adulta e con l’altro sesso, dall’altra inizia a mettere in discussione tutto ciò che la madre le ha raccontato nel corso della vita.
Le intuizioni alla base del film, in realtà, non sono particolarmente originali. Il tema dell’isolamento, della segregazione e delle verità manipolate attraversa da decenni cinema e letteratura fantastica, soprattutto quella distopica. Il mondo oltre non reinventa questo immaginario, ma riesce comunque a farlo proprio grazie a una scrittura misurata e soprattutto a un convincente lavoro sugli interpreti. Francesca Inaudi conferisce al personaggio della madre un’ambiguità costante, Guglielmo Amori svolge con efficacia il ruolo di elemento destabilizzante, ma è soprattutto Demetra Bellina a sostenere emotivamente il film. La sua Laura è credibile tanto nella fragilità quanto nella crescente voglia di emancipazione, diventando il vero punto di contatto con lo spettatore.
Il principale limite dell’opera arriva però proprio nel momento in cui dovrebbe accelerare. Una volta insinuato il dubbio nella mente della protagonista, il racconto sembra esaurire troppo presto le proprie frecce e rimane intrappolato per buona parte del secondo atto in una ripetizione delle stesse dinamiche narrative. I conflitti si reiterano, le informazioni faticano ad arricchirsi e il film entra in una sorta di stallo che ne rallenta sensibilmente il ritmo. È un peccato, perché la svolta conclusiva, tutt’altro che prevedibile, dimostra che le potenzialità c’erano. Anticipare di qualche minuto quella deviazione narrativa avrebbe probabilmente regalato all’intero racconto un climax molto più efficace.
Alla regia, Dario Germani conferma la sensibilità già dimostrata in passato. Dopo essersi dedicato negli ultimi anni al cinema horror con titoli come Antropophagus II e The Slaughter, il regista torna infatti a un registro più intimista, richiamando idealmente Ninna Nanna, suo esordio nel lungometraggio, dove ritrovava già Francesca Inaudi in una riflessione sulle complessità della maternità. Anche qui dimostra una buona capacità nel dirigere gli attori e nel valorizzare gli spazi ridotti, grazie anche alla bella fotografia di Alessio Lorelli.
Il mondo oltre è quindi un film dalle ambizioni sincere, che trova nei suoi interpreti e nell’atmosfera i punti di maggiore forza. Gli manca però quella progressione narrativa necessaria a trasformare un buono spunto in un racconto davvero coinvolgente. Non è una rivoluzione del post-apocalittico, ma rappresenta comunque un’interessante incursione italiana nella fantascienza più intimista.
Roberto Giacomelli
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