Il pianeta selvaggio, la recensione

Torna al cinema uno dei più grandi capolavori dell’animazione europea, Il pianeta selvaggio di René Laloux, che CG Entertainment e Cat People riportano nelle sale italiane dal 3 novembre in una splendida versione restaurata in 4K. Un’occasione rara per riscoprire un’opera che, a più di cinquant’anni dalla sua uscita, continua a conservare una forza visiva e concettuale impressionante.

Uscito nel 1973, La planète sauvage nacque in un periodo in cui la fantascienza si stava trasformando, passando dalle esplorazioni ottimiste degli anni 50 alle inquietudini esistenziali post-1968. Scritto da Laloux insieme a Roland Topor, artista, scrittore e disegnatore surrealista (celebre anche per il romanzo L’inquilino del terzo piano), il film è ispirato al romanzo Oms en série (1957) di Stefan Wul e rappresenta una delle prime contaminazioni tra animazione autoriale e filosofia politica.

Laloux, che aveva già sperimentato la tecnica dell’animazione a collage e il surrealismo in cortometraggi come Les temps morts, costruisce un universo visionario e inquietante: il pianeta Ygam, abitato dai Draag, una razza di giganti dalla pelle blu e dalle grandi teste tonde, che vivono in perfetta armonia con la natura e le proprie tecnologie mentali. A essere oppressi sono invece gli Oms (evidente anagramma di “Hommes”), esseri umani ridotti a giocattoli domestici o a parassiti infestanti.

La storia segue Terr, un giovane Om domestico che riesce a fuggire e si unisce agli Oms selvaggi nelle foreste di Ygam. Attraverso la conoscenza e la cultura che ha appreso dai Draag, Terr diventa un simbolo di emancipazione per il suo popolo, dando inizio a una rivolta che cambierà per sempre gli equilibri tra le due razze.

Al di là della trama, Il pianeta selvaggio è una parabola potentemente simbolica. Laloux e Topor realizzano una favola filosofica sulla libertà, l’evoluzione e il dominio. Gli Oms rappresentano le classi oppresse, gli animali da laboratorio, i popoli colonizzati. I Draag, con la loro spiritualità fredda e razionale, incarnano il potere tecnologico che ha perso il contatto con la vita. Il risultato è un film di una modernità sconcertante, una riflessione sul rapporto tra uomo e conoscenza, natura e civilizzazione, controllo e ribellione.

L’aspetto forse più affascinante dell’opera è il suo linguaggio visivo: l’animazione “cut-out” in stop-motion, realizzata con disegni ritagliati e sfondi acquerellati, genera un effetto onirico e perturbante. Ogni creatura, pianta o oggetto sembra respirare, pulsare in modo surreale; lo spettatore è continuamente spiazzato da un mondo in cui il familiare e l’alieno coincidono. La mano di Roland Topor si sente ovunque: nelle forme bizzarre, nei corpi deformi, nelle texture tattili che rimandano al suo gusto per il grottesco e le immagini del subconscio.

Anche la colonna sonora di Alain Goraguer, arrangiatore di Serge Gainsbourg, contribuisce a rendere l’esperienza ipnotica: jazz psichedelico, organi elettrici, chitarre liquide e linee di basso morbide che accompagnano il viaggio come in un sogno. È un tappeto sonoro che ha influenzato profondamente la musica elettronica contemporanea (basti pensare a Air o Flying Lotus) e che, ancora oggi, conserva un fascino retrò irresistibile.

Dal punto di vista dei contenuti, Il pianeta selvaggio dialoga con le grandi utopie e distopie del suo tempo, da 2001: Odissea nello spazio di Kubrick al Dune letterario di Herbert, passando per THX 1138 di Lucas e i film d’animazione politici dell’Est Europa. Ma la sua peculiarità è quella di non essere mai didascalico. Laloux non costruisce una morale, ma un sistema di simboli aperti, che possono essere letti come critica al colonialismo, alla violenza educativa, o come riflessione sull’equilibrio tra uomo e ambiente. In fondo, gli Oms e i Draag finiscono per trovare una convivenza non grazie alla distruzione, che a un certo punto sembra inevitabile, ma alla comprensione reciproca. Un messaggio di pacificazione e di maturità evolutiva che rovescia il pessimismo tipico della fantascienza dell’epoca.

L’opera, premiata a Cannes nel 1973 con il Grand Prix Speciale della Giuria, ebbe un successo più di critica che di pubblico. In Italia circolò solo in circuiti d’essai e in televisione negli anni 80, diventando col tempo un cult per i fan dell’animazione ma anche per chi nel settore ci lavora, in particolare animatori e musicisti. La sua influenza è rintracciabile ovunque: nel cinema di Terry Gilliam, ad esempio, nelle estetiche di alcuni videogiochi indie e perfino in alcune sequenze di altrettanti capolavori come Akira e Paprika.

Rivederlo oggi, restaurato, significa assistere non solo a un film d’animazione dall’inconfondibile stile vintage ma a un manifesto visivo di libertà artistica. In un’epoca in cui l’animazione è spesso schiacciata dall’omologazione digitale, Il pianeta selvaggio è la prova che la fantasia (artigianale) e la metafora politica possono coesistere, dando vita a un cinema visionario e ancora attualissimo.

René Laloux non avrebbe mai più raggiunto lo stesso equilibrio tra forma e contenuto, nemmeno con i successivi Les Maîtres du Temps o Gandahar, ma con Il pianeta selvaggio ha firmato qualcosa di irripetibile: un sogno collettivo, un viaggio nella coscienza dell’uomo e della sua arroganza.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’animazione artigianale molto affascinante che crea un immaginario surreale.
  • Profondità tematica: una parabola filosofica sulla libertà, la conoscenza e la convivenza.
  • Colonna sonora ipnotica di Alain Goraguer, ancora oggi modernissima e influente.
  • Ritmo lento e contemplativo, che può disorientare chi si aspetta una narrazione classica.
  • Astrattezza concettuale che, in alcuni passaggi, rende difficile l’immedesimazione emotiva.
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