In the Grey, la recensione del film di Guy Ritchie
La carriera di Guy Ritchie ha preso una direzione piuttosto curiosa, e per certi versi preoccupante. Dopo essere tornato in grande stile con La furia di un uomo (2021), uno dei suoi lavori più solidi e maturi, il regista britannico ha progressivamente abbandonato il grande schermo – almeno per quanto riguarda la distribuzione italiana – trovando nelle serie tv un nuovo formato narrativo e nelle piattaforme una nuova casa distributiva. Una scelta che, però, sembra aver coinciso con un evidente calo qualitativo: film sempre più simili tra loro, costruiti su stilemi ormai abusati e privi di quella freschezza che aveva reso Ritchie uno degli autori più riconoscibili del cinema crime moderno.
In the Grey rappresenta, purtroppo, uno dei punti più bassi di questa fase creativa. Un film che sembra quasi la caricatura del suo autore, un esercizio di stile svuotato di idee, incapace di coinvolgere e, peggio ancora, frustrante da seguire.
La trama, sulla carta, è piuttosto semplice: Rachel Wild (Eiza González), un’avvocata specializzata in recupero crediti, riceve l’incarico di rintracciare Manny Salazar (Carlos Bardem), potente trafficante d’armi e proprietario di un’isola. Per portare a termine la missione, Rachel si affida a due suoi ex clienti ed ora fidati collaboratori, Sid (Henry Cavill) e Bronco (Jake Gyllenhaal), con l’obiettivo di infiltrarsi sull’isola e tendere una trappola al loro bersaglio. A muovere i fili dell’operazione c’è una misteriosa mandante, interpretata da Rosamund Pike.
Un impianto narrativo lineare, quasi basilare, che però Guy Ritchie decide di complicare inutilmente attraverso una sceneggiatura confusa e ridondante, firmata dallo stesso regista. Il problema principale di In the Grey è proprio qui: nella scrittura. Ritchie sembra voler a tutti i costi replicare il suo stile fatto di dialoghi serrati, montaggi sincopati e intrecci articolati, ma il risultato è un film che si avvita su se stesso senza mai trovare una direzione chiara.
La prima ora è, semplicemente, estenuante. Una lunga, interminabile fase di pianificazione in cui i personaggi parlano, spiegano, ribadiscono e rielaborano il piano in ogni possibile variante. Il montaggio prova a dare ritmo alternando parole e immagini delle azioni preparatorie, ma l’effetto è opposto: si ha la sensazione di assistere a un loop continuo, dove tutto viene detto più volte senza mai realmente avanzare.
Quando finalmente il film entra nella fase operativa, ci si aspetterebbe un cambio di passo, un’esplosione di tensione. E invece no. L’azione è sorprendentemente blanda, quasi svogliata. Gli scontri a fuoco sono confusi, poco leggibili, privi di mordente. Manca completamente il senso di pericolo, di urgenza, di spettacolo. È come se il film si limitasse a eseguire un compitino, senza alcuna reale convinzione.
E pensare che il cast avrebbe tutte le carte in regola per sostenere un’operazione di ben altro livello. Eiza González è affascinante e credibile nel ruolo di donna forte e manipolatrice, ma il suo personaggio resta abbozzato, mai realmente approfondito. Ancora più grave è il trattamento riservato a Jake Gyllenhaal e Henry Cavill: due attori di grande carisma ridotti a semplici comparse di lusso. I loro personaggi non hanno spessore, non evolvono, non lasciano traccia. Sono lì, letteralmente, a fare presenza scenica.
Si ha la sensazione che Guy Ritchie non sia più interessato ai suoi personaggi, ma solo a replicare un certo tipo di meccanismo narrativo. Il problema è che quel meccanismo, senza idee nuove e senza una scrittura solida, finisce per crollare su se stesso. Anche le battute, un tempo marchio di fabbrica del regista, sembrano riciclate, prive di brillantezza, come il momento in cui Bronco minaccia un addetto alla sicurezza, ripreso per filo e per segno da una scena madre della prima stagione di The Gentlemen.
In definitiva, In the Grey è un film che delude sotto ogni punto di vista. Non intrattiene, non sorprende, non emoziona. È un’opera stanca, derivativa, che sembra realizzata con il pilota automatico. E questo, da un autore come Ritchie, è forse l’aspetto più sconfortante.
Roberto Giacomelli
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