Influencer 2, la recensione
Influencer – L’isola delle illusioni era stata una delle sorprese thriller del 2022. Un piccolo film capace di sfruttare con intelligenza il tema dell’identità digitale, dei social network e dell’ossessione per l’apparenza, trasformando il viaggio da sogno di una content creator in un incubo psicologico. A tre anni di distanza arriva il seguito, Influencer 2 (noto anche con il titolo Influencers), diretto ancora una volta da Kurtis David Harder, con il ritorno di Cassandra Naud, Emily Tennant e l’ingresso nel cast di Jonathan Whitesell nel ruolo dello streamer Jacob. Più che un sequel, è il naturale completamento della storia iniziata nel primo capitolo.
Dopo gli eventi del film precedente, CW ha cambiato ancora una volta vita e identità. In viaggio in Provenza insieme alla compagna Diane, sembra aver finalmente trovato una nuova stabilità. L’equilibrio, però, dura pochissimo: Diane inizia infatti a intuire che la donna accanto a lei non è affatto chi sostiene di essere. Nel frattempo Madison, sopravvissuta agli eventi del primo film, non ha mai smesso di cercare la psicopatica che le aveva rubato l’identità ed è pronta a tutto pur di ottenere la propria vendetta. Sullo sfondo entra in scena anche Jacob, popolare streamer che finirà suo malgrado coinvolto nella spirale di manipolazione e violenza orchestrata da CW.
Harder dimostra subito di non voler ripetere semplicemente la formula del primo episodio. Influencer 2 ne raccoglie l’eredità ma amplia il discorso sul rapporto tra individuo e mondo digitale. Se nel primo film i social erano soprattutto uno strumento di inganno e costruzione dell’immagine, qui internet diventa qualcosa di ancora più inquietante: un sostituto della realtà, uno spazio in cui è possibile reinventarsi continuamente, simulare emozioni, manipolare relazioni e cancellare la propria identità con una facilità disarmante. La rete non racconta più la vita, la sostituisce.
In questo senso il personaggio di Jacob funziona molto bene. Da semplice osservatore diventa parte integrante del gioco perverso di CW, trasformandosi nel testimone involontario della sua follia e della crescente mania manipolatoria che accompagna ogni sua decisione. È una figura che permette al film di riflettere anche sul mondo dello streaming come finestra sulla realtà e sulla spettacolarizzazione permanente dell’esistenza, inserendosi con naturalezza all’interno dei temi già affrontati nel primo capitolo.
La sceneggiatura continua, inoltre, ad approfondire un altro aspetto molto contemporaneo: la macchina del fango alimentata dai social network. Bastano pochi contenuti, un video compromettente, una narrazione costruita ad arte e qualche profilo ben gestito per riscrivere completamente la percezione pubblica di una persona. Un tema attualissimo, affrontato senza appesantire il racconto e integrato con efficacia nelle dinamiche thriller.
Curiosamente il film acquista un significato pieno soltanto dopo circa mezz’ora, quando compare a schermo il titolo (come accadeva anche nel primo film), tutti i protagonisti entrano realmente in gioco e la storia mostra finalmente le proprie carte. Da quel momento il ritmo cresce in maniera costante, alternando tensione, colpi di scena e un’ironia decisamente più marcata rispetto al predecessore. Il finale, invece, vira apertamente verso il grottesco e concede anche qualche gustosa esplosione splatter che rompe la generale compostezza della prima parte senza tradire il tono generale.
Ancora una volta il punto di forza assoluto è Cassandra Naud. La sua CW è una villain fuori dagli schemi: seducente, imprevedibile, inquietante senza mai ricorrere agli stereotipi della psicopatica cinematografica. L’attrice riesce a trasmettere un’ambiguità costante che rende impossibile prevederne le mosse e conferisce al personaggio un fascino quasi magnetico. È una presenza scenica che domina ogni sequenza e che rappresenta il vero collante dell’intera saga.
Molto piacevole anche il ritorno di Emily Tennant. Il suo personaggio, che sembrava destinato a rimanere soltanto un ricordo del primo capitolo, assume invece un ruolo molto più centrale del previsto e contribuisce a dare continuità alla vicenda, rendendo il confronto con CW ancora più personale.
Dal punto di vista visivo il film continua a valorizzare location spettacolari. Il Sud della Francia offre scenari luminosi e affascinanti che contrastano volutamente con la natura oscura della storia, poi la location si sposta in Indonesia mantenendo quella componente quasi “vacanziera” che già caratterizzava il primo Influencer. È un contrasto efficace, perché trasforma luoghi da cartolina in spazi di manipolazione e morte.
Pur senza raggiungere l’effetto sorpresa del capostipite, Influencer 2 dimostra come sia possibile costruire un sequel intelligente senza limitarsi a ripetere meccanicamente la formula originale. Amplia i temi, sviluppa i personaggi e aggiorna la riflessione sull’identità digitale, confermando Kurtis David Harder come un autore capace di utilizzare il thriller per raccontare paure profondamente contemporanee.
Massimiliano Gallone
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