Kopis, la recensione dello slasher-movie di Lorenzo Lepori
Nel panorama dell’horror indipendente italiano, Lorenzo Lepori si è ormai ritagliato uno spazio personale, riconoscibile e coerente. Fin dagli esordi, il regista ha sempre esplorato gli angoli più ruvidi e carnali del genere, mantenendo un approccio libero, anarchico, spesso a metà strada tra il citazionismo colto e l’irriverenza più sfacciata. Un cinema che non ha paura di sporcare, esagerare, provocare. E nel suo nuovo film, Kopis, presentato in anteprima mondiale al 45° Fantafestival, tutto questo arriva a compimento.
Francesca, disinibita stellina dei social, è pronta per riunirsi ai suoi più cari amici e passare un weekend di divertimento nella sua villa in campagna, approfittando dell’assenza dei genitori. Ma un misterioso assassino, ossessionato da Francesca e con indosso una maschera che ritrae proprio le fattezze della ragazza, si intrufola nella villa e inizia una cruenta mattanza, facendo fuori uno alla volta gli ospiti della magione.
Il titolo Kopis si riferisce a un’antica arma da taglio greca che l’assassino utilizza per uccidere, ma al di là del titolo che suggerisce atmosfere esotiche (assenti), quello di Lepori è un film che sembra giungere direttamente dagli anni ’80, però senza alcuna patina nostalgica passiva. Lepori e il co-sceneggiatore Antonio Tentori costruiscono infatti un’opera che rilegge in chiave moderna i codici dello slasher americano e del giallo/thriller italiano, amalgamandoli in un ibrido volutamente fuori dal tempo. Il risultato è un film sfacciato, libero da ogni prudenza morale, costruito con un entusiasmo che oggi nel cinema italiano raramente si trova.
C’è violenza, tanta, coreografata con gusto artigianale; c’è sesso in quantità inusuale per la produzione nostrana contemporanea; ci sono nudi femminili, sangue, coltellate, pestaggi e soprattutto una genuina attitudine grottesca che smorza la tensione e allo stesso tempo potenzia la spregiudicatezza dell’insieme. Kopis non ha alcuna intenzione di accomodarsi al banchetto dei “film educati”: è un’opera di genere pura, senza filtri.
Uno dei punti più forti del film è senza dubbio il look del killer, riuscito e inquietante, soprattutto grazie alla maschera, elemento che richiama i grandi boogeyman del passato ma con una personalità propria, immediatamente iconica, che conduce a un confronto figurativo tra vittima designata / final girl e serial killer, visto che entrambi condivido le stesse fattezze: un volto e la sua grottesca riproduzione.
Peccato solo che la sceneggiatura renda troppo semplice individuare l’identità dell’assassino: chi conosce un minimo il genere capirà molto presto dove il film vuole andare a parare. È forse l’unico vero limite di un’opera divertente, diretta e piena di ritmo.
Pur essendo un film che vive di istinti primari e pulsioni da drive-in, Kopis non rinuncia a un sottotesto sociale molto attuale. Da una parte c’è una critica evidente all’istituzione familiare, vista come matrice tossica, generatrice di frustrazioni e violenze che si tramandano come maledizioni. Dall’altra, Lepori mette in scena una riflessione — sottile ma affilata — sul ruolo distruttivo dei social network, capaci di determinare e schiacciare l’identità dei giovani: basta un post, un video, un’esposizione sbagliata per rovinare vite intere. Un meccanismo che il film sfrutta narrativamente con intelligenza, legandolo al percorso psicologico dei personaggi.
Altro punto di forza è il giovane cast, sorprendentemente omogeneo e credibile. Su tutti spicca la protagonista, Aurora Bastia, talentuosa, intensa, capace di reggere la scena con fascino e una naturalezza rara nel cinema horror nostrano. Anche il resto del cast funziona, soprattutto quello femminile, da Gaia Nardozza e Beatrice Nardini, alla veterana Simona Vannelli (Notte Nuda, Cieco Sordo Muto), passando per la ex The Jackal Roberta “Proxy” Riccio. Un cast che, nel complesso, risulta al servizio di un racconto che valorizza la coralità senza perdere di vista il focus sui personaggi più cruciali.
Kopis lavora fuori dalle mode e dai compromessi risultando un atto d’amore per l’horror anni ’80 filtrato attraverso la coscienza del presente. Violento, erotico, consapevolmente e fieramente “di genere”. Con qualche limite narrativo, certo, ma con un’anima fortissima che basta da sola a distinguerlo nel panorama italiano.
Lepori continua a percorrere la sua strada personale, e Kopis è uno dei suoi risultati più convincenti.
Roberto Giacomelli
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