La bocca del diavolo, la recensione
Negli ultimi mesi gli shark movie sono tornati improvvisamente a popolare cinema e piattaforme con una frequenza che non si vedeva da anni. Un piccolo ciclo iniziato la scorsa estate con Dangerous Animals e proseguito con Deep Water – Incubo dagli abissi, passando per produzioni destinate principalmente allo streaming come Thrash – Furia dall’oceano, Chum e Killer Whale. A questa rinnovata fascinazione per i grandi predatori marini si aggiunge ora La bocca del diavolo, produzione MGM dal look dichiaratamente cinematografico che ha però scelto la distribuzione diretta su Prime Video. Una scelta che potrebbe far pensare all’ennesimo titolo “usa e getta” da piattaforma, ma che in realtà nasconde uno dei survival acquatici più riusciti degli ultimi tempi.
Sara decide di concedersi una vacanza in Thailandia insieme alla migliore amica Max e agli amici James, Greg e Adrianne per cercare di superare il dolore causato dalla recente perdita del padre. Tra le escursioni organizzate dal gruppo c’è l’esplorazione della leggendaria “Bocca del Diavolo”, un suggestivo sistema di grotte e cunicoli sommersi. Addentrandosi sempre più in profondità, i ragazzi scoprono che le caverne sono disseminate di carcasse di pesci, trascinati all’interno dalle mareggiate della stagione dei monsoni e rimasti intrappolati senza via d’uscita. Ben presto capiscono però che non sono gli unici esseri viventi a essersi adattati a quel labirinto naturale: nelle acque si aggira infatti un enorme squalo leuca, feroce, affamato e finalmente in possesso di nuove prede.
Il più grande pregio del film di Jeff Wadlow è sorprendentemente semplice: funziona. E funziona anche quando lo squalo non c’è ancora. Il regista dimostra infatti di aver compreso che la tensione non nasce soltanto dalla presenza del mostro, ma soprattutto dall’ambiente che lo circonda. La lunga preparazione all’ingresso nella grotta costruisce un senso di inquietudine crescente, sfruttando in maniera intelligente gli spazi naturali, le strettoie, l’oscurità e quella costante sensazione di trovarsi in un luogo dal quale sarà difficilissimo uscire. Ancora prima dell’arrivo nelle grotte, Wadlow firma, inoltre, una delle sequenze migliori del film quando Sara si ritrova improvvisamente a nuotare in mezzo a un enorme banco di meduse. Un momento estremamente ansiogeno che dimostra come il mare possa essere terrificante anche senza pinne che emergono dall’acqua.
Quando lo squalo entra finalmente in scena, La bocca del diavolo cambia marcia e non concede praticamente più tregua. L’azione si alterna continuamente a momenti di autentica suspense, sfruttando in maniera brillante la conformazione delle caverne sommerse. Tra le scene più riuscite spicca quella in cui i sopravvissuti sono costretti a spostarsi da una sacca d’aria all’altra mentre il leuca li pedina nell’acqua torbida, trasformando ogni immersione in una corsa contro il tempo e contro l’ossigeno. È una tensione che nasce dalla combinazione di più paure primordiali: il buio, gli spazi angusti, l’acqua profonda e il predatore invisibile.
Sul piano dell’originalità, va detto, il film non inventa praticamente nulla. Negli ultimi anni abbiamo già visto opere molto simili come 47 metri: Uncaged di Johannes Roberts o Black Water: Abyss di Andrew Traucki, che sostituiva lo squalo con un gigantesco alligatore mantenendo quasi identica la dinamica narrativa delle grotte sommerse. Jeff Wadlow, però, ha il merito di non cercare inutilmente la novità a tutti i costi. Preferisce piuttosto prendere una struttura già collaudata e realizzarla con professionalità, investendo su un ritmo serrato, su scene d’azione spettacolari e su un antagonista davvero efficace.
Lo squalo leuca è probabilmente uno dei migliori predatori digitali apparsi recentemente nel sottogenere. Gli effetti visivi risultano convincenti e il comportamento dell’animale, pur inevitabilmente esagerato, riesce a trasformarlo in un vero villain cinematografico, feroce, instancabile e sufficientemente “cattivo” da far tifare apertamente per i protagonisti. Alcune sequenze eccedono volutamente nello spettacolo, ma il film ha l’intelligenza di non prendersi mai troppo sul serio e accetta con naturalezza quella componente da intrattenimento puro che da sempre caratterizza gli shark movie.
La vera sorpresa, semmai, è proprio Jeff Wadlow. Il regista americano non gode esattamente di una reputazione impeccabile presso gli appassionati dell’horror, complice una filmografia che comprende titoli piuttosto deludenti come Obbligo o verità, Fantasy Island, Imaginary e Nickname: Enigmista. Eppure La bocca del diavolo rappresenta probabilmente il punto più alto della sua carriera. Senza reinventare il genere, Wadlow dimostra finalmente una padronanza della tensione e del ritmo che raramente gli si era vista in passato.
Anche il cast contribuisce alla riuscita dell’operazione. Kathryn Newton conferma ormai il proprio status di autentica scream queen contemporanea dopo Freaky, Abigail, Lisa Frankenstein e Finché morte non ci separi 2. Il suo personaggio è quello emotivamente più sfaccettato e l’attrice riesce a reggere sulle proprie spalle gran parte del peso emotivo della vicenda. Molto convincente anche Lana Condor, che dona alla migliore amica Max una personalità inattesa rispetto al classico ruolo di contorno. Gli altri componenti del gruppo, invece, rientrano volutamente negli archetipi più classici del filone: giovani impulsivi, spesso poco brillanti nelle decisioni, destinati soprattutto ad aumentare il numero delle possibili vittime.
La bocca del diavolo non riscrive le regole dello shark movie e nemmeno ci prova. Quello che fa, però, lo fa con notevole mestiere: costruisce tensione, sfrutta magnificamente la location, mette in scena sequenze d’azione coinvolgenti e regala al pubblico uno squalo finalmente degno di questo nome. In un panorama ormai saturo di prodotti acquatici fotocopia, è già un risultato tutt’altro che scontato. E forse il vero segreto del film è proprio questo: ricordare che, quando il genere viene realizzato con cura e senso dello spettacolo, basta ancora un predatore, una grotta e la paura di non riuscire più a riemergere per tenere lo spettatore incollato allo schermo fino all’ultimo respiro.
Roberto Giacomelli
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