La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), la recensione
La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl) racconta una storia apparentemente semplice, ma costruita su una stratificazione emotiva e sociale sorprendentemente complessa. Al centro del racconto c’è una famiglia taiwanese tutta al femminile che cerca di sopravvivere nella Taipei odierna, schiacciata da difficoltà economiche, legami familiari irrisolti e da un presente che non concede tregua.
Shu-Fen è una madre divorziata che manda avanti un banco di noodles in un mercato popolare, lottando quotidianamente con l’affitto della bancarella, la malattia dell’ex marito e la responsabilità di crescere due figlie. I-Ann, la maggiore, è già stata catapultata per necessità nel mondo degli adulti: aiuta la madre nel lavoro, ma arrotonda anche come betel nut beauty (ragazze che vendono noci di betel e articoli da tabaccheria attirando i clienti in abiti succinti e movenze ammiccanti), entrando in una zona grigia fatta di esposizione del corpo, compromessi morali e dinamiche di potere che sfuggono al suo controllo e che la porteranno a conseguenze dolorose.
A osservare tutto c’è la piccola I-Jing, una bambina inquieta, convinta dalle storie del nonno che la sua “mano sinistra” sia portatrice di sventura, ma anche capace di usare questa credenza come alibi per giustificare le proprie azioni e le prime crudeli scoperte del mondo.
Sullo sfondo incombe la nonna, matriarca che vive in condizioni economiche più agiate grazie a un commercio poco limpido, incarnazione di un passato pragmatico e spietato che continua a influenzare il presente.
Il film di Shih-Ching Tsou, qui alla sua prima regia solista, nasce da un contesto produttivo di enorme interesse. Tsou è una figura chiave del cinema indipendente americano degli ultimi vent’anni: produttrice di tutti i film di Sean Baker e co-regista con lui di Take Out nel 2004, porta in La mia famiglia a Taipei un metodo e uno sguardo che dialogano apertamente con il cinema del regista di Anora. Non a caso Baker è coinvolto direttamente come co-sceneggiatore e montatore, e la sua impronta è evidente soprattutto nel modo in cui il film adotta il punto di vista infantile senza mai addolcire la realtà. Come accadeva in Un sogno chiamato Florida, anche qui l’infanzia non è rifugio, ma filtro imperfetto e talvolta crudele attraverso cui osservare le miserie degli adulti. La differenza è che Tsou innesta questo sguardo in un racconto profondamente femminile e generazionale, in cui quattro età diverse della donna convivono e si scontrano.
Il tema economico è centrale e attraversa l’intero film come una nervatura scoperta. Ogni personaggio ha un rapporto diverso con il denaro e con il lavoro: la nonna lo accumula senza scrupoli, Shu-Fen lo guadagna onestamente ma non abbastanza, I-Ann lo rincorre sacrificando parti di sé, mentre I-Jing osserva e interiorizza, imparando fin troppo presto che il valore delle persone sembra sempre misurarsi in termini di profitto e sopravvivenza. Il film racconta con lucidità come il capitale condizioni le relazioni, deformi l’etica e costringa a crescere in fretta, senza mai trasformarsi in un pamphlet ideologico.
C’è una tenerezza ostinata nel modo in cui Tsou mette in scena queste donne, ma anche una durezza che non fa sconti allo spettatore. Il film è spesso divertente, a tratti malinconico, e trova nel finale una serie di rivelazioni capaci di rimettere in prospettiva l’intero racconto, stringendo ulteriormente i legami tra le generazioni e mostrando quanto il passato continui a riverberare nel futuro.
Le interpretazioni sono tutte di altissimo livello: Nina Ye è impressionante nel restituire l’ambiguità di I-Jing, controllata dalla sua mano sinistra, Shih-Yuan Ma incarna con grande verità un’adolescenza ferita e combattiva, mentre Janel Tsai dà a Shu-Fen una stanchezza dignitosa che evita ogni forma di vittimismo.
L’unico vero limite del film è estetico: l’uso dell’iPhone per le riprese, coerente con una certa poetica del reale e con la tradizione bakeriana, restituisce immagini funzionali ma poco affascinanti, che raramente trovano una vera forza compositiva dal digitale ostentato e ricordano l’estetica grezza del cinema underground anni ’90. Resta però un dettaglio marginale di fronte a un’opera così solida nella scrittura e nello sguardo.
Vincitore della Festa del Cinema di Roma 2025 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures dal 22 dicembre 2025, La mia famiglia a Taipei è un film necessario, capace di raccontare la Taipei più popolare e invisibile con uno sguardo femminile autentico, complesso e profondamente umano.
L’alternativa di qualità nella programmazione cinematografica festiva.
Roberto Giacomelli
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