La vendetta perfetta – Bear Country, la recensione

Manko Kapac è un uomo che ha superato la mezza età da un pezzo. Con un pericoloso passato da criminale alle spalle, Manko è adesso il gestore di un night club a Los Angeles che viene spesso usato dalla malavita per riciclare denaro sporco. Manko, tuttavia, è stanco di quelle dinamiche e sente che i suoi giorni da gangster sono finiti. Sta pensando di lasciare tutto, ritirarsi e andare in pensione per godersi finalmente la vita con Sunny, la donna che ama.

Una sera come tante, mentre Manko si reca al bancomat per versare l’incasso giornaliero, viene rapinato da un goffo uomo mascherato. Manko si sente improvvisamente vulnerabile, realizza che sta invecchiando, ma ancor più vede attorno a lui una città che sta cambiando faccia e in cui non si riconosce più. Ma quella rapina accidentale, che non tarderà ad essere replicata, trascina rapidamente il gestore del night club nella morsa del cartello della droga: Rodriguez, giovane boss della malavita che utilizza il locale di Manko come luogo di riciclaggio, si sente improvvisamente minacciato da quei furti che il “padrone di casa” non è capace a sventare.

In uno scenario come quello, in cui trovano spazio anche un misterioso uomo desideroso di acquistare il night club, un detective corrotto e una giovane banchiera che sogna una vita alla “Bonnie e Clyde”, per Manko Kapac non ci sono altre soluzioni: deve fare le valige e abbandonare la città con Sunny, al più presto prima che le cose possano degenerare in modo irreversibile.

Mentre si è seduti in sala, immersi nell’esperienza cinematografica a vedere La vendetta perfetta – Bear Country, ci sono due domande che affollano la mente dello spettatore. La prima di queste, indubbiamente la più curiosa, è dove diavolo sia quella “vendetta perfetta” che il titolo italiano sbandiera con così tanto orgoglio (in originale, troviamo un più calzante – benché anonimo – The Get Out). Ma questa domanda può trovare presto risposta nella spesso insensata titolistica italiana che, a volte, sembra davvero messa nelle mani di persone che non hanno nemmeno guardato il film. La seconda domanda invece, forse la più importante, riguarda la carriera di un attore enorme come Russell Crowe. Quand’è che Hollywood gli ha voltato le spalle, facendolo passare da uno dei divi più importanti dell’industria (Il Gladiatore, A Beautiful Mind, Master & Commander – Sfida ai confini del mare, American gangster) ad attore di “serie b” che sembra ormai costretto ad accettare praticamente ogni ruolo?

A quest’ultima domanda è un po’ più difficile rispondere e forse dovremmo andare a cercare la soluzione in certe logiche hollywoodiane spietate che suggeriscono un mercato che sa porsi davvero all’esatto opposto di quello nostrano: non importa se hai recitato in alcuni dei film più importanti del nuovo millennio, lavorato con rinomati registi e hai un premio Oscar sulla scrivania, se sbagli una serie di film (o fai scelte comunque poco popolari) torni senza grossi problemi al punto di partenza.

A Russell Crowe è successo esattamente questo perché ormai da più di dieci anni (bisogna risalire al 2014, ovvero al divisivo Noah di Darren Aronofsky per trovare l’ultimo film “importante” che ha impiegato l’attore in termini divistici) sta inanellando uno dietro l’altro piccoli film e piccoli ruoli, qualche divertito cameo in una manciata di blockbuster e diverse brutture che, nei primi anni Duemila, mai ci sarebbe immaginati di trovare nella sua filmografia. A fare eccezione, in questi ultimi anni, c’è stato solo il recente successo di Norimberga di James Vanderbilt, dove l’attore neozelandese ha interpretato con estrema efficacia il gerarca nazista Hermann Göring.

Con La vendetta perfetta – Bear Country Russell Crowe torna a lavorare con Derrick Borte che già lo aveva diretto nel simpatico, ma tutt’altro che memorabile, Il giorno sbagliato (2020), un thriller stradale in cui il nostro interpretava un automobilista piuttosto incazzato e vendicativo. Per l’occasione Borte decide di trasporre sul grande schermo il romanzo Strip dello scrittore statunitense Thomas Perry, affidando a Crowe proprio il ruolo del protagonista Manko Kapac, un albanese ormai naturalizzato americano che sta pensando di tirare i remi in barca e abbandonare per sempre certe dinamiche legate alla malavita.

Manko ha orbitato da sempre attorno al mondo criminale, ogni cosa ci lascia intendere che in passato c’è stato più dentro di quanto voglia farci credere oggi, ma adesso è un uomo stanco che inizia a sentire il peso dell’età e quando viene rapinato da un ladruncolo insignificante capisce che il suo tempo è finito, non è più capace di stare ai vertici in certi giochi di potere. Perciò vuole cambiare vita, lasciarsi tutto alle spalle prima che sia troppo tardi e ricominciare altrove con Sunny, la donna di cui è davvero innamorato e che amministra insieme a lui i proventi del night club. Sotto molteplici aspetti, in questa riflessione interessante sul tempo che passa e il corpo che invecchia, Manko Kapac è un moderno Carlito Brigante, un uomo che ha visto con i propri occhi la città – e la criminalità – cambiare e in quel nuovo mondo non si riconosce più.

Tuttavia, come possiamo facilmente immaginare, La vendetta perfetta non è Carlito’s Way e dunque il discorso che Derrick Borte intende imbastire rimane molto più di superficie rispetto a quanto fatto dal meraviglioso film di Brian De Palma con Al Pacino.

Anche se i richiami al film di De Palma sono molteplici, Derrick Borte sembra guardare con maggior insistenza nella direzione di quel cinema pulp esploso in America e Gran Bretagna (ma non solo) tra la fine degli anni ‘90 e i primissimi Duemila, quando regnava ancora la moda del gangster-movie tarantiniano. Perciò Borte non si mostra interessato al lato romantico, struggente ed epico legato al declino/cambiamento di un mondo criminale bensì approccia il genere con un fare maggiormente divertito, a volte grottesco, in cui la violenza cerca un dialogo con i toni e il codice della commedia criminale.

La storia principale di Manko Kapac, dunque, finisce per intersecarsi con altre sottotrame decisamente sopra le righe e in cui trovano spazio personaggi che annegano – in modo più o meno volontario – in stereotipi da fumetto o in un citazionismo sfrenato che ammicca di frequente alla cultura pop cinematografica e che non risparmia citazioni e rimandi a Point Break – Punto di rottura (rigorosamente l’originale!), Kill Bill o Boogie Nights – L’altra Hollywood.

Ma purtroppo Derrick Borte non è un autore così raffinato, capace di giocare con quell’immaginario criminale, farlo proprio e magari riproporlo sotto una nuova veste. Così La vendetta perfetta – Bear Country si presenta nel 2026 solamente come un film fuori tempo massimo, piuttosto vecchio concettualmente ed anche abbastanza goffo nei vari intrecci narrativi.

Bear Country 2025 Gold Coast Unit stills

Pur potendo contare su un cast di livello, che oltra al già citato Russell Crowe comprende nomi quali Teresa Palmer, Luke Evans, Aaron Paul e Nina Dobrev, La vendetta perfetta appare affaticato anche da una certa povertà produttiva che restituisce all’opera un look poveristico da vecchio film realizzato per il circuito televisivo.

Non tutto è da buttare, ovviamente. Russell Crowe – inutile dirlo – si conferma un gigante del grande schermo e perciò una scelta decisamente azzeccata. Grazie al suo talento innegabile e a quel magnetismo fisico quasi ipnotico, riesce a conferire la giusta anima al suo protagonista oltre che carattere ad un film che altrimenti avrebbe sguazzato nell’anonimato più assoluto. Così come non manca qualche sequenza ben orchestrata come quella piuttosto tesa verso il finale, suddivisa tra la casa di Rodriguez e la sala amministrativa del night club. Ma risulta comunque un po’ troppo poco per promuovere un film che arriva tardi, taglia il traguardo con l’affanno e prova a svecchiare un genere – il pulp – dimostrando però di non avere assolutamente niente di nuovo da dire.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Nonostante una carriera in palese caduta libera, Russell Crowe continua ad essere un attore pazzesco capace di fare la differenza.
  • Un paio di momenti ben orchestrati e sufficientemente tesi.
  • Sostanzialmente un film vecchio e fuori tempo massimo.
  • Tenta di riportare in auge il pulp di fine anni ‘90 ma senza aggiungere nulla di nuovo.
  • La confezione povera, quasi da film televisivo.
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