Le cose non dette, la recensione
Carlo ed Elisa sono stati una coppia felice, complice e affiatata. Ma il tempo non risparmia nessuno e così adesso, in entrambi, sembra essersi spenta quella scintilla che ha animato la loro relazione. Anche il non essere riusciti a diventare genitori ha contribuito a stritolare l’amore che c’era tra i due.
Lui, professore universitario e autore di un libro di successo, trova ogni giorno rifugio nel fitness prendendosi cura del suo corpo più che di ogni altra cosa; lei, giornalista di Vanity Fair, sta attraversando un blocco creativo che non le permette più di rendere come vorrebbe nel suo lavoro. Per cercare di dare una scossa a questa condizione di impasse e magari ritrovare quell’amore apparentemente perduto, Carlo ed Elisa si concedono qualche giorno di vacanza a Tangeri. Con loro vanno anche Paolo e Anna, amici di una vita, che ne approfittano di questa vacanza in Marocco per far fare un’esperienza di viaggio alla loro figlia preadolescente Vittoria.
Tutto sembra andare per il verso giusto e, poco dopo l’arrivo a Tangeri, Carlo sembra persino aver ritrovato quella scintilla sopita nei confronti di Elisa. Ma la felicità ha i minuti contati: poco dopo il loro arrivo, si palesa a Tangeri anche Blu, studentessa di Carlo e amante dell’uomo. Incapace di stare troppi giorni lontana dal suo amante e stanca del tempo che questo continua a chiederle, Blu è giunta a Tangeri con il chiaro obiettivo di far lasciare definitivamente Carlo ed Elisa.
Due anni fa Gabriele Muccino ha scelto di prendersi un rischio artistico uscendo parzialmente dalla sua comfort-zone per dirigere un film maggiormente legato a certe dinamiche del cinema di genere. Fino alla fine ha preso un po’ tutti alla sprovvista, presentandosi come un oggetto cinematografico insolito e in bilico tra crime giovanile e dramma disperato. Ovviamente il film ha dovuto difendersi dalla critica, sempre gratuitamente prevenuta nei confronti di questo autore, e nonostante alcuni limiti evidenti potremmo considerare proprio quell’opera il film che più di ogni altro ha saputo evidenziare e confermare la poetica mucciniana. Uno sguardo lucido che appartiene ad un autore “fatto e formato” che sa essere sempre presente, sempre sé stesso, anche all’interno di storie apparentemente lontane dal suo mondo.
Adesso è in sala con il suo nuovo film, Le cose non dette, e si prepara ad essere nuovamente attaccato da quanti continuano goffamente a deridere il suo cinema fermandosi davanti a certi stilemi, senza capirlo e senza fare assolutamente nulla per provare a metterlo a fuoco.
Diciamo subito che Le cose non dette è un bel film, anzi è il perfetto passo successivo dopo un film (per l’autore) sperimentale come Fino alla fine. Si, perché l’impressione che si ha è quella che il film del 2024 sia servito a Muccino per studiare la grammatica del genere, estremizzandone il linguaggio e compiendo naturalmente anche dei passi falsi. Un film piccolo, popolato quasi esclusivamente da giovanissimi attori, un’evidente opera di transizione necessaria per arrivare ad altro. E “l’altro” è proprio Le cose non dette, un film dall’aspetto più istituzionale e maggiormente vicino alle abituali corde del regista, un’operazione sicuramente più canonica in cui però Gabriele Muccino riesce ad utilizzare quel codice “thriller” appreso due anni fa in modo molto più consapevole e maturo, a dir poco sottile, facendolo entrare gradualmente nella sua storia e facendo cambiare pelle al suo racconto con così tanta naturalezza da non mettere lo spettatore nella condizione di percepire il cambio genere del film che sta guardando.
Adattando il romanzo Siracusa di Delia Ephron, anche cosceneggiatrice del film insieme allo stesso regista, Le cose non dette si presenta sin dai primissimi minuti come un ritorno per Gabriele Muccino a quelle dinamiche che hanno segnato i suoi primi passi dietro la macchina da presa, dunque i suoi primi successi italiani prima dell’amata e sofferta parentesi americana. In modo particolare, vedendo quest’ultimo film, sembra di tornare a respirare quelle atmosfere indimenticabili che governavano L’ultimo bacio (2001), con quella voglia di amare e tradire priva di ogni consapevolezza e figlia di una totale incapacità di crescere e transitare dal mondo dei giovani a quello degli adulti.
Scegliendo come protagonista nuovamente Stefano Accorsi, che quando è diretto da Muccino riesce ad avere un’energia che con altri registi non ha, Le cose non dette si palesa come l’occasione di Muccino per tornare – dopo quasi un quarto di secolo – a riflettere su quelle dinamiche di coppia che forse non cambiano mai nonostante il mutare dell’età. Se in L’ultimo bacio erano i trentenni ad essere posti sotto la lente d’ingrandimento del regista, adesso ci sono i cinquantenni, eppure le dinamiche sono tragicamente invariate: uomini che non sanno essere adulti, donne che non hanno altra scelta se non quella di sostituirsi ai maschi alpha, ancora adulti che sembrano aver smarrito gli strumenti per poter capire i più giovani e giovani che, privati di un modello adulto da seguire, sono disorientati e totalmente in balia di ciò che accade.
Muccino torna a raccontare uno spaccato quotidiano della sua generazione, scegliendo quello che evidentemente conosce e mettendo sul piatto dinamiche relazionali umane che riescono ad essere perfettamente naturali e credibili sempre, pur nella loro disfatta e graduale rotolata verso l’oblio. Ancora una volta Muccino non parla ai romantici, non si rivolge a coloro che vogliono credere testardamente che l’amore eterno non è solo un costrutto sociale, bensì porta in scena uno spaventoso carosello di mostri, personaggi umanamente storti e corrotti che incarnano tutto ciò che può andare male all’interno di una relazione sentimentale, tutto ciò che può essere tossico e può condurre verso la sofferenza relazionale. Quasi a voler far intendere che l’essere umano non è un animale naturalmente predisposto alla vita di coppia.
Maneggiando le disavventure di due coppie di amici, a cui si aggiunge una tredicenne che sta scoprendo le pulsioni erotiche (ma trattata da sua madre come fosse ancora una bambina) e una ragazza sentimentalmente usata da un adulto come semplice valvola di sfogo, Gabriele Muccino ha la strada spianata per poter confermare il suo talento dietro la macchina da presa ed esibirsi ancora una volta in virtuosismi registici che comprendono sofisticati movimenti di steadycam, con una macchina da presa sempre in movimento, a poco a poco sempre più nervosa e capace di restituire una condizione opprimente davvero elevata.
Ad essere particolarmente vincente in Le cose non dette, infatti, è proprio la capacità di Muccino nel gestire lo stato ansiogeno del suo protagonista. Grazie ad una sceneggiatura sempre ben calibrata ed una squadra di attori particolarmente affiatata (oltre al già citato Accorsi anche Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini e le giovani ma non meno brave Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo), il film riesce a raccontare molto bene l’accumulo di ansie che crescono a poco a poco quando la situazione sfugge chiaramente di mano, quando il disastro può ormai solo essere posticipato. Gabriele Muccino riesce magnificamente a fare sua questa gestione del caos, inserendola in un racconto che sa essere sempre più soffocante e sempre più stressante, riuscendo a far percepire allo spettatore quell’angoscia esistenziale che stritola il protagonista minuto dopo minuto.
Ma in tutto ciò torniamo all’inizio, ovvero a quell’elemento thriller di cui si è parlato in apertura. Pur essendo principalmente un dramma relazionale, Le cose non dette è anche chiaramente un thriller. Il film adotta i dettami del genere principalmente nella forma e poi nel contenuto. Il racconto, infatti, non è mai davvero lineare e spesso è affidato ad un funzionale meccanismo ad incastro legato al punto di vista di uno o più personaggi.
Nel tentativo di voler evidenziare questa predisposizione verso il genere, infatti, Muccino colloca l’intera narrazione in un tempo passato e rende il film una sorta di “ricostruzione dei fatti” adoperando una cornice quasi atemporale in cui i nostri protagonisti espongono l’accaduto – uno per uno – al commissariato di polizia mettendo lo spettatore nella posizione di immaginare che il disastro non solo sarà inevitabile ma avrà anche delle conseguenze che andranno ben oltre la semplice crisi di coppia. E Le cose non dette mantiene le promesse perchè nell’ultimo atto, quando ormai la situazione è esplosa, il film abbraccia un risvolto thriller persino imprevedibile, pronto a gettare un ulteriore ombra malsana sull’intera vicenda e rassicurare lo spettatore che in quel mondo lì, ovvero nel mondo di Muccino, non esistono reali vittime ma solo una serie inquantificabile di carnefici.
A parere di chi scrive, Le cose non dette si inserisce di diritto tra le opere più interessanti firmate dal regista romano.
Giuliano Giacomelli
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