Le rose di Versailles – Lady Oscar: il Wish in formato anime

Negli ultimi anni abbiamo appurato quanto, ancora una volta, casa Disney eserciti le sue influenze nella storia del cinema; è infatti dal lontano 2014, proprio col suo sottovalutato Maleficent, che la casa di Topolino si è gettata alle spalle il suo periodo sperimentale (anni 2000-2008) e ha scatenato per il mondo i demoni del reboot e del live action. Non staremo qua a ricordare, per l’ennesima volta, che l’arte del retelling è in realtà una grandissima occasione creativa per valorizzare il meglio che i capolavori del passato hanno da offrirci, ma, piuttosto, armandoci di spirito critico, evidenzieremo la superficialità con cui alcune opere d’arte siano state ridicolizzate e strumentalizzate dalle major dell’animazione.

Venendo al dunque: lo scorso 30 aprile Netflix ha rilasciato sulla propria piattaforma l’attesissimo Le rose di Versailles, film ispirato all’omonimo manga cult del 1972, scritto e disegnato dalla divina Riyoko Ikeda.

La pellicola, uscita nei cinema nipponici il 31 gennaio, è l’ultimo gioiello dello studio MAPPA (Yuri!!! On ice, L’Attacco dei giganti, Chainsaw Man) che, per l’occasione, ha ingaggiato i migliori artisti della propria scuderia per un restyling – e un rebranding – in piena regola: alla regia abbiamo Ai Yoshimura, al character design Mariko Oka e per la colonna sonora, che è parte integrante della narrazione, niente di meno che Hiroyuki Sawano (L’Attacco dei giganti) e Kohta Yamamoto.

Per un Millenial raccontare la trama di Le rose di Versailles, aka Lady Oscar, è come spiegare La Divina Commedia a un ventenne: ci si chiede sempre dove sia vissuto prima di allora, e soprattutto, se sia il caso di chiamare i Servizi Sociali, ma diciamo che faremo un ripasso.

Nella Francia di fine Settecento il popolo è in festa per l’arrivo della principessa d’Austria Maria Antonietta, promessa sposa al delfino di Francia, il futuro Luigi XVI; tra le guardie del corpo della fanciulla compare Oscar François de Jarjayes, figlia del generale della guardia reale e allevata dal padre come un ragazzo per proseguire la dinastia. Tra le due “rose di Versailles” si instaura subito una profonda amicizia che durerà sino al momento in cui l’avvento della Rivoluzione Francese non metterà entrambe davanti a un bivio.

Il manga della Ikeda, come tutte le opere delle autrici del famoso Gruppo 24, si presentava come uno shojo dalla cornice storica, pensato per un pubblico di ragazze, ma che alla fine si rivelava prodotto assai più complesso, incentrato sulla crescita personale e sulla ricerca di valori universali. Nello specifico Le rose di Versailles fu il più politico di questi lavori, che celebrava i valori di fratellanza e giustizia sociale, oltre che un empowerment femminile che farebbe rabbrividire la maggior parte delle serie tv dichiaratamente progressiste che “infestano” le nostre piattaforme. Dall’opera della Ikeda fu tratto nel 1979 l’iconico anime di 40 episodi che ha spadroneggiato nelle reti Mediaset dal 1982 sino all’avvento delle varie piattaforme; ricordando sempre che lo stesso leggendario anime fu a sua volta una molto libera interpretazione del manga, in cui venivano accentuati i lati drammatici e i cui personaggi erano davvero troppo abbottonati, arriviamo al reboot del 2025.

Le rose di Versailles coi suoi colori sgargianti, le ombreggiature luminose, i tratti delicati e un uso elegante della CGI è di certo uno dei migliori frutti dell’animazione nipponica contemporanea ma per quanto riguarda la trama pecca in maniera imperdonabile di giovanilismo. Non essendo dei “Film-Bro” non daremo la colpa della scarsa approvazione del film al fatto che esso è a tutti gli effetti un musical, con intervalli musicali che affiorano quasi ogni dieci minuti, ma più allo scarso approfondimento dei personaggi tra le varie pause.

La soundtrack ha in realtà un grande valore diegetico poiché le canzoni sono parti integranti della narrazione e ad esse sono affidati i pensieri dei personaggi e del popolo francese. Ogni fan che si rispetti adora qualsiasi cosa che gli ricordi il proprio franchise preferito, fosse un gadget o anche solo una “canzoncina” da ripetere durante la routine quotidiana; evidenziamo dunque quanto le quindici canzoni originali della colonna sonora siano un valore aggiunto alla pellicola e soprattutto quanto esse diano corpo all’anima shojo dell’opera originale, in cui i soliloqui torrenziali su sfondi pieni di fiorellini caricavano la trama di pathos.

Così come Ranma ½ e Sailor Moon Crystal, questo reboot restituisce al fandom alcune scene presenti solo nel fumetto ma nello stesso tempo taglia tutte quelle sottotrame che contribuivano a sviluppare la maturità dei vari personaggi e, soprattutto, lo fa favorendo esclusivamente le sottotrame romantiche.

Eccoci finalmente arrivati al vero punto dolente del film: tutto viene ridotto ai tormenti amorosi di Maria Antonietta e di Oscar. Nella storyline originale entrambe le protagoniste dovevano guardarsi le spalle dagli intrighi di corte e dai giochi di potere che la superficialità della monarchia aveva creato; i villain fornivano momenti di svolta per le protagoniste e ridurre tutto alle dinamiche adolescenziali tra Maria Antonietta-Fersen-Oscar-Andrè e poi saltare alla Presa della Bastiglia è a dir poco offensivo.

Se la regina di Francia mantiene gran parte della sua personalità originale, gli altri personaggi diventano l’ombra di quello che erano e la stessa Oscar con troppa facilità getta alle ortiche anni di addestramento militare per trasformarsi in una fanciulla in balia delle passioni. A questo punto preferivamo la cara Oscar musona stile Captain Marvel della vecchia serie.

Come per tutte le opere che hanno fatto scuola nella storia del fumetto, non si può condensare l’ampiezza di Le rose di Versailles in poco meno di due ore senza svilirla, e soprattutto, anche negli shojo, non ruota tutto attorno ai tormenti di quattro giovani adulti, specialmente agli albori dell’epoca contemporanea.

Tornando alle influenze di casa Disney, ci piace pensare che questo film sia più una sorta di omaggio alla storia degli anime, così come Wish lo fu per l’animazione occidentale – anche esso con troppe canzoni e poco approfondimento psicologico – e che, nonostante la sua struttura “tiktokabile”, esso sia anche un specie di pilot riassuntivo per un futuro reboot fatto dignitosamente, o almeno che susciti nell’attuale generazione alpha il desiderio di recuperare il vecchio anime.

Ilaria Condemi de Felice

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