L’inverno più duro, la recensione del folk-horror islandese

Il folklore e le credenze popolari rappresentano da sempre una fonte inesauribile per l’universo Horror visti i numerosi scrittori e registi i quali, andando a scavare nei meandri dell’antropologia, hanno saputo prendere le leggende più intriganti di ogni epoca per dare vita a storie di fantasia con protagonisti fantasmi, spiriti rancorosi che tornano tra i vivi e creature mostruose nefaste per gli uomini. Un campionario di narrativa popolare che ha influenzato le tradizioni, le abitudini e i modi di pensare di ogni epoca – dall’Antica Grecia fino all’800, passando per la Grande Roma e il Medioevo. Ne è un esempio lampante la leggenda dei Draugr, creature non morte della mitologia norrena, la cui figura altro non è che una delle migliaia di varianti dell’autentico protagonista del genere horror: il Vampiro.

Proprio questi temibili demoni e le storie ad essi correlate sono al centro del film d’esordio di Thordur Palsson, dal titolo L’inverno più duro (The Damned, in originale).

Chi si aspetta una versione spettacolare del mito, con tanto di vampiri assetati di sangue, combattimenti, violenza e ritmo serrato, però, potrebbe rimanere deluso in quanto il giovane regista islandese inserisce questi essere malefici all’interno di una storia il cui obiettivo è quello di scavare nell’animo umano, i sensi di colpa che lo corrodono dai quali scaturiscono conflitti interiori ed esteriori. Il tutto incastonato in una cornice suggestiva in cui a dominare sono la neve opprimente, blocchi di ghiaccio che si ergono in mare quasi a voler fissare dei confini da non superare e una nebbia che può generare illusioni ottiche, parenti strette della follia. Palsson, insomma fa capire che fin da subito che i suoi modelli sono John Carpenter (The Fog e La Cosa) e, per restare in tempi più recenti, un autore apprezzabile come Robert Eggers.

Eva è una giovane vedova che gestisce una stazione di pesca nel nord dell’Islanda, la cui condizione, però, è sempre più disperata a causa delle difficoltà nel reperire cibo e, più in generale, nel sopravvivere. La difficile routine viene spezzata quando una nave naufraga a pochi chilometri dalla riva e il suo equipaggio chiede aiuto a Eva e ai pescatori ospiti della sua stazione, i quali si trovano a questo punto di fronte a un interrogativo molto scomodo: lasciarli morire o salvarli da morte certa, tenendo però presente che le scorte di viveri non sono sufficienti per tutti. Dubbi etici e morali che danno modo a spaventose credenze popolari di insinuarsi nella mente dei protagonisti e fare danni devastanti.

L’inverno più duro, come detto, è un horror costruito non per spaventare attraverso i soliti mezzucci del mestiere, non vuole offrire uno spettacolo che riempie gli occhi ma risulta poco soddisfacente dal punto di vista emotivo. Soprattutto, il film di Palsson rifugge da una rilettura semplicistica e banale del mito del Draugr e di ogni forma di credenza popolare. L’autore, che del film è anche sceneggiatore insieme a Jamie Hannigan, infatti immerge lo spettatore in una storia intrisa di simbolismi e metafore che contribuiscono a trasmettere un senso di profonda inquietudine, acuite da atmosfere e paesaggi desolati che ben definiscono il delirio nel quale cadono i protagonisti. Questi ultimi, poi, si trovano a combattere con i sensi di colpa e il rimorso di non aver aiutato i pescatori in difficoltà e tale stato d’animo trova il suo tragico paradigma in quella che è da sempre la paura atavica dell’uomo: i morti che tornano per punirci per gli errori che abbiamo commesso nei loro confronti.

I Draugr, o i vampiri in generale, quindi, non vengono raffigurati come esseri mostruosi pronti a succhiare il sangue e dilaniare i corpi degli uomini, ma rappresentano una forma di male ancora più minacciosa e spietata in quanto la loro è una violenza psicologica che corrode la mente di Eva e i suoi ospiti. Assistiamo così a continue visioni ultraterrene, illusioni spaventose e scene di tensione nelle quali chi guarda non sa più in cosa credere: le creature sono tangibili o solo dei mostri generati dai turbamenti interiori? Non vi sono, di conseguenza, i classici jumpscares di rito, non c’è violenza e la mancanza di questi elementi rendono il film d’esodio del regista islandese un prodotto accessibile a tutti, in particolare a chi vuole assistere a una storia che incita al ragionamento e ad un’analisi introspettiva.

Questo ritmo eccessivamente lento, però, può rappresentare anche un limite in quanto se da un lato si sposa bene con lo spirito del racconto, dall’altro può essere un ostacolo per chi è alla ricerca di un horror senza impegno e facile da seguire spegnendo il cervello per novanta minuti. Ma del resto è impossibile accontentare tutti i gusti.

L’inverno più duro, in conclusione, è un folk horror molto interessante pregno di simbolismi e capace di offrire una visione tutt’altro che banale sul mito del vampiro e su come tale credenza popolare possa influire sulla mente umana.

Potete trovare L’inverno più duro in streaming su Netflix.

Vincenzo de Divitiis

PRO CONTRO
  • Atmosfere e ambientazioni inquietanti ed efficaci a trasmettere il senso della storia.
  • Il mito del vampiro raccontato come suggestione sulla mente umana.
  • Il Draugr come metafora dei sensi di colpa e del rimorso.
  • I ritmi lenti e la poca spettacolarità possono allontanare alcune fasce di pubblico
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