Locked – In trappola, la recensione
Il cosiddetto “trap-movie”, ovvero il film ambientato in uno spazio unico e claustrofobico da cui il protagonista cerca disperatamente di fuggire, è un sottogenere che negli ultimi anni ha saputo regalare opere memorabili, capaci di trasformare la limitazione scenografica in un punto di forza narrativo. Titoli come Buried – Sepolto di Rodrigo Cortés, con un Ryan Reynolds intrappolato in una bara, o 127 ore di Danny Boyle, tratto dalla vera vicenda di Aron Ralston rimasto incastrato in un canyon, hanno dimostrato come il cinema possa generare tensione pura da una situazione estremamente minimale. In questa tradizione si inserisce oggi Locked – In trappola, remake americano di 4×4 di Mariano Cohn, che ripropone l’idea di un uomo bloccato all’interno di un SUV blindato, ma arricchendola di nuove suggestioni e di un antagonista d’eccezione.
La storia prende avvio con un ladruncolo di periferia, interpretato da Bill Skarsgård, che tenta un colpo apparentemente facile: rubare alcuni oggetti da un SUV parcheggiato in un quartiere residenziale. Peccato che il veicolo si riveli una trappola perfetta, un carcere mobile da cui è impossibile uscire. Ben presto l’uomo scopre di non essere finito lì per caso, ma di essere osservato e controllato a distanza dal proprietario della macchina, un medico in pensione interpretato da Anthony Hopkins, deciso a impartirgli una lezione crudele quanto metodica.
Se l’originale 4×4 manteneva una fedeltà assoluta al suo concept claustrofobico, Locked sceglie di rimanere in quei canoni solo fino a un certo punto. David Yarovesky, regista già apprezzato per il cupo Brightburn – L’angelo del male, opta per una strada che dà maggiore spazio al personaggio del carceriere, qui reso magnetico dalla presenza di Hopkins. Non più un’entità quasi invisibile, ma un uomo di cui seguiamo gesti, ragionamenti e ossessioni, con un carisma che inevitabilmente ruba la scena e amplia il discorso morale del film.
Sul fronte opposto, Bill Skarsgård si conferma attore camaleontico e affidabile. Dopo essere stato il terrificante Pennywise nei due IT di Andy Muschietti, l’anti-eroe malinconico di The Crow e il vendicativo protagonista di Boy Kills World, qui affronta una prova essenzialmente fisica, fatta di disperazione, rabbia e improvvisi slanci di violenza. La sua credibilità è totale: è un corpo imprigionato che reagisce in modo istintivo e plausibile, rendendo lo spettatore complice della sua agonia.
A produrre il film c’è Sam Raimi, e la sua influenza si percepisce soprattutto nell’attenzione al dettaglio visivo e alla tensione crescente che Yarovesky gestisce con grande padronanza. Gli spazi angusti dell’abitacolo diventano un campo di battaglia narrativo: ogni angolo, ogni finestra, ogni riflesso contribuisce a costruire una sensazione di oppressione palpabile. In questo senso, Locked funziona e mantiene viva l’attenzione anche senza particolari colpi di scena.
Laddove invece il film inizia a scricchiolare è nella sua volontà di “normalizzarsi”. Gli inserti di flashback sulla vita privata del protagonista, in particolare il rapporto con la figlioletta, cercano di fornire uno spessore emotivo che però appare forzato e convenzionale, spezzando il ritmo e allontanando dalla crudezza della situazione presente. Allo stesso modo, l’ultimo atto, ampliato rispetto al modello originale, abbandona la sobrietà della messa in scena claustrofobica per cedere alla spettacolarizzazione. Ne esce una chiusura più rumorosa che incisiva, che finisce per diluire la potenza del concept iniziale.
Locked – In trappola resta comunque un thriller solido, ben confezionato e sorretto da due interpreti di altissimo livello. Non raggiunge la compattezza del film da cui prende spunto, ma trova un suo equilibrio tra tensione pura e dramma morale, offrendo un intrattenimento che funziona senza mai esaltare.
Locked – In trappola arriverà nei cinema italiani dal 20 agosto distribuito da Eagle Pictures.
Roberto Giacomelli
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