L’ombra del corvo, la recensione
L’immagine del corvo ha attraversato secoli di narrazione fantastica e folklore, assumendo i significati più cupi e ancestrali: messaggero dell’aldilà, guardiano delle anime, animale psicopompo capace di muoversi tra vita e morte. Nel folklore norreno era associato a Odino e alla conoscenza, nella mitologia celtica diventava presagio di guerra, mentre nell’immaginario gotico moderno è diventato simbolo di lutto e malinconia.
Da Edgar Allan Poe con il suo celebre “Nevermore” fino a James O’Barr e al suo The Crow, il corvo continua ad accompagnare gli esseri umani nei momenti di perdita, incarnando il dolore come una presenza oscura e inevitabile. Ed è esattamente questo il punto d’ingresso del film di Dylan Southern, L’ombra del corvo (The Thing with Feathers, in originale), dove la creatura nera assume la forma di un essere antropomorfo che si insinua nella vita del protagonista come manifestazione fisica del trauma.
Tratto dal romanzo di Max Porter Il dolore è una cosa con le piume, il film racconta la storia di un uomo (Benedict Cumberbatch), rimasto vedovo all’improvviso, che tenta di mantenere un minimo di equilibrio per sé e per i suoi due figli piccoli. Mentre la quotidianità della famiglia è segnata da silenzi e sguardi carichi di assenza, ma anche goffi tentativi di sostituire le mansioni di una moglie e madre, una notte un gigantesco corvo umanoide fa irruzione in casa, proclamandosi una sorta di spirito-guida del dolore.
Non è un mostro da scacciare, non è un demone da esorcizzare: è l’incarnazione del lutto stesso, del tormento che non dà tregua e che il protagonista tenta disperatamente di ignorare, reprimere e cacciar via. Ma più cerca di allontanarlo, più il corvo diventa invadente, insinuandosi nei momenti più intimi e trasformandosi in una presenza che alimenta paranoia e fragilità.
E il climax del film, costruito come una vera discesa nell’orrore puro, dove la disperazione prende il sopravvento sul dolore, è visivamente potentissimo: Southern forza l’immagine fino al delirio simbolico, immergendo lo spettatore in una tempesta emotiva che quasi si allontana dal cinema narrativo. È su questo punto che si avverte il limite maggiore dell’operazione: come spesso accade nelle trasposizioni di romanzi fortemente allegorici, ciò che funziona sulla pagina rischia di diventare ripetitivo sullo schermo.
Southern si affida alla metafora in modo quasi totalizzante, reiterando per cento minuti lo stesso concetto senza varianti narrative significative. Il risultato è un film poetico e doloroso, ma ripiegato su un unico registro emotivo, che a lungo andare ne prosciuga l’impatto. Altri film recenti che affrontano il lutto attraverso il genere – Talk to Me e Bring Her Back dei fratelli Philippou, per esempio – riescono a integrare il simbolismo con una solida tensione narrativa e una costruzione più varia. Qui, invece, la storia procede quasi in apnea, come un loop emotivo dal quale né i personaggi né lo spettatore trovano realmente uscita.
Nonostante questo, L’ombra del corvo resta un film sorretto da un’interpretazione monumentale: Benedict Cumberbatch conferma di essere uno dei pochi attori contemporanei in grado di donare tridimensionalità a ruoli complessi anche quando la scrittura non lo sostiene davvero. La sua sofferenza è palpabile, autentica, e spesso è solo grazie a lui che il film trova momenti di vero coinvolgimento.
D’effetto anche il corvo antropomorfo, inquietante e disturbante quanto basta, doppiato in originale da David Thewlis con un tono che alterna paternalismo e crudeltà. Meno convincente invece la scelta del formato 1:33.1: un vezzo stilistico più che una necessità, adottato perché “fa cool” ultimamente più che per reali motivi espressivi.
L’ombra del corvo è un film sincero, visivamente ricercato e a tratti toccante, ma anche prigioniero delle sue stesse intenzioni artistiche: un’opera che parla del dolore senza mai trovare la chiave per evolvere oltre la sua metafora iniziale.
Al cinema dall’11 dicembre distribuito da Adler Entertainment.
Roberto Giacomelli
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