L’uomo dei sussurri, la recensione

L’ultimo film prodotto da Netflix, L’uomo dei sussurri, è la dimostrazione di un processo di lavorazione che, ormai da tempo, sembra applicare una formula sempre più standardizzata: costruire un’opera efficace quasi a tavolino, affidandone gran parte del peso alla presenza di interpreti di grande richiamo, anche a discapito di regia, sceneggiatura e messa in scena. In questo caso, il prestigio del cast ruota attorno a Robert De Niro e Michael Keaton, affiancati da Adam Scott e Michelle Monaghan. A dirigere il lungometraggio è James Ashcroft, che si cimenta nella sua terza regia, dopo essersi fatto notare dal pubblico internazionale al festival di Sitges grazie all’horror psicologico The Rule of Jenny Pen.  

È la misteriosa scomparsa del piccolo Jake a dare avvio alla vicenda: suo padre Tom si lancia in una disperata ricerca che lo costringe a fare i conti con un passato familiare tutt’altro che risolto. Sullo sfondo delle indagini emerge la figura dell’Uomo dei Sussurri, un misterioso rapitore e assassino di bambini legato a una serie di inquietanti sparizioni del passato. Mentre la polizia cerca di ricostruire la verità e capire se in circolazione c’è un copycat, Tom sprofonda sempre più in una storia in cui traumi e sensi di colpa finiscono per intrecciarsi.

L’uomo dei sussurri porta sullo schermo il tema del doppio, costruendo progressivamente una rete di relazioni personali complesse e tormentate. Il piccolo Jake, ancora turbato dalla morte della madre e accompagnato da un’amica immaginaria, è incompreso dal padre Tom, con il quale non riesce a instaurare un autentico rapporto. Un legame altrettanto compromesso è quello tra Tom e il padre Pete, detective ormai in pensione interpretato da un superbo Robert De Niro, che in passato ha sacrificato la propria famiglia per dedicarsi completamente al lavoro, finendo per perdere i rapporti con i suoi cari. Lo stesso principio del doppio si riflette nella figura dell’Uomo dei Sussurri – uno psicopatico in prigione interpretato da Michael Keaton e catturato anni prima proprio da Pete – la cui presenza torna a intrecciarsi con quella di un nuovo assassino, che la polizia sospetta possa essere un emulatore o addirittura un suo vecchio complice.

È proprio nell’incomunicabilità e nel senso di colpa che caratterizzano i personaggi che risiede il nucleo della pellicola. I silenzi, le parole non dette e l’incapacità di elaborare le proprie responsabilità diventano crepe attraverso cui si insinua la tensione del thriller. Il rimorso delle proprie azioni non appartiene soltanto al passato, ma continua a contaminare il presente, trasformando ogni relazione in un terreno di sospetto e inquietudine. Il mistero criminale finisce così per intrecciarsi a una dimensione più intima facendo del thriller la manifestazione concreta di un conflitto interiore, in cui l’emotività dei protagonisti è torbida e complessa, tanto quanto la brutalità degli omicidi commessi dal killer.

A sostenere l’intero impianto del film sono soprattutto le interpretazioni di Robert De Niro e Michael Keaton, capaci di conferire profondità a una storia che, sul piano della scrittura, non sempre riesce a mantenere la stessa intensità. De Niro restituisce al personaggio di Pete una stanchezza malinconica e dolorosa, dando forma a un uomo schiacciato dal peso delle proprie scelte. Keaton, al contrario, costruisce un killer ambiguo e disturbante, giocando su una presenza inquieta e imprevedibile. È nel confronto tra queste due interpretazioni, così diverse ma complementari, che la pellicola trova la sua maggiore forza, affidando agli attori il compito di sostenere la tensione e la dimensione psicologica del racconto.

L’uomo dei sussurri intrattiene e costruisce una discreta tensione attraverso un’atmosfera cupa e malinconica, ma fatica a svincolarsi dall’ombra dei numerosi predecessori, da Il silenzio degli innocenti a Zodiac, sino a Prisoners e Gone Baby Gone. L’opera di James Ashcroft incarna così una certa tendenza delle moderne produzioni destinate allo streaming: film capaci di garantire una fugace visione serale, ma difficilmente destinati a lasciare un segno duraturo. A salvarlo, proprio sul filo del rasoio, sono le interpretazioni di due icone del cinema come Robert De Niro e Michael Keaton, che riescono a emanciparsi dall’impianto fortemente derivato e a conferire alla pellicola quella personalità che la sceneggiatura, da sola, non sempre riesce a trovare.

Luca de Pascale

PRO CONTRO
  • Le eccellenti interpretazioni di Robert de Niro e Michael Keaton.
  • La caccia al serial killer mantiene costante la tensione.
  • Il film manca di originalità e finisce per riproporre formule narrative già ampiamente collaudate.
  • La prima parte presenta alcuni elementi abbastanza prevedibili.
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