L’uomo nel furgone bianco, la recensione

L’uomo nel furgone bianco (The Man in the White Van) di Warren Skeels parte da una storia apparentemente semplice e terribilmente concreta: nel 1975, in una cittadina della Florida, una ragazzina comincia a notare un inquietante furgone bianco parcheggiato nei pressi della sua casa. L’uomo che lo guida sembra seguirla, osservarla, studiarne le abitudini. All’inizio nessuno le crede: la sorella la considera paranoica, i genitori liquidano tutto come fantasia. Ma il sospetto cresce quando emergono notizie di ragazze scomparse nella zona e alcuni flashback mostrano l’uomo in attività già da anni, un predatore seriale che si muove nell’ombra senza lasciare tracce. Quando il furgone torna e il killer decide di colpire, durante la notte di Halloween, la casa della protagonista diventa teatro di un assedio in piena regola.

Stando alle dichiarazioni del regista esordiente e co-sceneggiatore Warren Skeels, il film si ispira a un fatto realmente accaduto in Florida nei primi anni Settanta – senza fonti verificabili precise – ma per la sua vaghezza si inserisce chiaramente in una lunga tradizione di casi simili, purtroppo ricorrenti anche oggi: l’ultimo avvenuto a febbraio 2026 a La Spezia, fortunatamente senza essere finito in tragedia. Questo a dimostrazione quanto il mito urbano del “furgone bianco” sia ancora un archetipo della paura contemporanea.

Se è chiaro già dalle immagini del film proiettato al drive-in, ovvero L’allucinante notte di una babysitter, Skeels ci tiene a costruire il suo racconto guardando al thriller minimalista anni ’70: il senso di minaccia richiama Il mostro della strada di campagna, la tensione domestica Black Christmas, il killer senza volto di La città che aveva paura e naturalmente l’ombra di Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter aleggia su tutta la messa in scena. Come in quei film, il male è concreto ma sfuggente, più percepito che mostrato, e il punto di vista di una ragazza outsider persino nella propria famiglia aumenta il senso di straniamento e impotenza.

La regia opta per un ritmo a lenta carburazione. La prima parte non offre grandi scosse, se non i flashback che mostrano il killer in azione nel passato, ma costruisce una tensione sottile e insistente, fatta di sguardi ambigui e piccoli segnali di pericolo. È una scelta coerente con il modello di riferimento ma che rischia di alienare lo spettatore contemporaneo, abituato a ritmi più sostenuti. Quando però il film entra nell’ultimo atto, trasformandosi in un vero e proprio home invasion, la tensione accumulata esplode con efficacia e restituisce il senso di minaccia promessa per tutta la durata.

Meno riuscita è la ricostruzione d’epoca. Gli anni ’70 appaiono spesso come un orpello estetico più che una realtà vissuta: abiti troppo moderni, acconciature poco credibili e soprattutto dettagli culturali fuori contesto – come l’amica nera della protagonista perfettamente integrata nel tessuto sociale di una provincia del Sud degli Stati Uniti di quell’epoca – che spezzano l’illusione storica. È un limite non trascurabile per un film che punta molto sull’atmosfera.

Funziona invece molto bene il cast. La protagonista Madison Wolfe, già vista in The Conjuring – Il caso Enfield e Malignant, costruisce un personaggio fragile ma determinato, una ragazzina introversa e inascoltata che diventa eroina per necessità. Wolfe riesce a trasmettere la paura senza mai cadere nell’isteria, mantenendo un realismo emotivo che sostiene tutto il film. Accanto a lei, due veterani come Ali Larter (Final Destination, Resident Evil) e Sean Astin (Il Signore degli Anelli, I Goonies) interpretano genitori imperfetti ma credibili, figure adulte incapaci di ascoltare finché è troppo tardi.

Nel complesso, L’uomo nel furgone bianco è un thriller onesto, rispettoso dei modelli anni ’70 e capace di costruire una tensione reale senza ricorrere a facili trucchi. Non brilla per originalità né per precisione filologica, ma regala un finale efficace e una protagonista convincente. In Italia arriva con notevole ritardo, ma meglio tardi che mai: è disponibile in DVD grazie a Blue Swan Entertainment, occasione per riscoprire un piccolo thriller che dialoga con la tradizione senza tradirla.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Atmosfera tesa e coerente con il thriller anni ’70.
  • Ottima interpretazione di Madison Wolfe.
  • Finale d’assedio efficace e coinvolgente.
  • Ricostruzione storica poco credibile.
  • Ritmo iniziale molto lento.
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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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L'uomo nel furgone bianco, la recensione, 6.5 out of 10 based on 2 ratings

One Response to L’uomo nel furgone bianco, la recensione

  1. Fabio ha detto:

    per me è un 6 e nulla più, il concept era interessante, ma sviluppato un pò così, la prima parte ammetto mi stavo per addormentare, si riprende un pò nel finale, ma poteva essere molto meglio secondo me.

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    Valutazione: 3.0/5 (su un totale di 1 voto)
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    Valutazione: +1 (da 1 voto)

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