Lux Æterna, la recensione

Lux Æterna di Gaspar Noé è un’esperienza sensoriale estrema, un’immersione in un flusso visivo che scardina il linguaggio cinematografico fino a ricondurlo a un vortice di immagini, a una danza caleidoscopica e dionisiaca. Tentare di racchiuderlo in una definizione è quasi impossibile: è un’opera che va esperita, affrontata e, in una certa misura, subita. Attraverso una narrazione meta cinematografica, il regista orchestra una progressiva e irreversibile discesa nell’incubo, trasformando l’ambiente in uno spazio claustrofobico e allucinato, che trascina lo spettatore verso un climax apertamente horror.

La pellicola si svolge quasi interamente sul caotico set del primo lungometraggio diretto da Béatrice Dalle, che interpreta una versione romanzata di sé stessa, così come Charlotte Gainsbourg, la quale veste i panni della protagonista del film, Work of God, nel film. L’attrice è impegnata nella realizzazione di una sequenza in cui alcune donne vengono arse sul rogo con l’accusa di stregoneria. Tuttavia, ciò che inizialmente appare come una ordinaria location cinematografica, si trasforma gradualmente in un teatro colmo di tensione: incomprensioni, ostacoli produttivi e conflitti personali si accumulano fino a precipitare in un delirio incontrollabile.

In Lux Æterna, Gaspar Noé decostruisce il linguaggio cinematografico tradizionale, abbandonando la linearità narrativa e la trasparenza del montaggio a favore di un’esperienza percettiva radicale. Lo split screen, adottato per gran parte della pellicola, non serve semplicemente a mostrare due azioni simultanee, ma a frammentare lo spazio e a moltiplicare i piani della visione. Lo sguardo è continuamente sollecitato da una molteplicità di stimoli, senza che l’occhio possa ricondurli a un’immagine unitaria.

In tal modo, Noé sovverte il rapporto tradizionale tra spettatore e film, trasformando la visione in un’esperienza attiva, disorientante e totalizzante. La scomposizione dello spazio visivo diventa il riflesso dello stato di smarrimento dei personaggi, condannati a rincorrersi e a essere continuamente inseguiti in un set che assume i contorni di un labirinto, animato da una danza frenetica, claustrofobica e senza respiro.

Questa progressiva destabilizzazione dello sguardo trova il suo compimento nel finale, quando la dimensione meta cinematografica dell’opera viene progressivamente dissolta per lasciare spazio a un’esperienza propriamente orrorifica. Il set, inizialmente luogo della finzione narrativa e della riflessione sul processo creativo, si trasforma in una prigione sensoriale: la macchina da presa non osserva più semplicemente il caos della lavorazione, ma ne diventa parte integrante, trascinando lo spettatore all’interno del collasso emotivo dei personaggi.

Il regista porta così alle estreme conseguenze la logica della frammentazione introdotta dallo split screen: l’immagine si libera definitivamente dalla sua funzione drammaturgica e si impone come pura esperienza fisica attraverso un’escalation di luci stroboscopiche, colori saturi e montaggio frenetico. Le ultime sequenze dell’opera non rappresentano dunque una semplice conclusione narrativa, ma la radicalizzazione di tutto ciò che il film ha costruito fino a quel momento: il terrore non nasce da una minaccia esterna, bensì dal progressivo cedimento della percezione e dalla perdita di controllo dello sguardo.

In conclusione, Lux Æterna si configura come un viaggio nelle fiamme dell’inferno cinematografico di Noé. Un requiem cinefilo che raccoglie le tracce della storia del cinema – dalle visioni apocalittiche della caccia alle streghe, Dies irae di Carl Theodor Dreyer, alle citazioni di Jean Luc Godard e Rainer Werner Fassbinder – per trasformarle in un’esperienza visiva estrema e primordiale. Attraverso la sua natura feroce, perturbante e viscerale, Lux Æterna riconduce il cinema alla sua dimensione più ancestrale: non più soltanto racconto, ma esperienza sensoriale capace di destabilizzare, affascinare e ipnotizzare lo spettatore.

Luca de Pascale

PRO CONTRO
  • Atmosfera dirompente sul piano percettivo e sensoriale.
  • L’impianto meta cinematografico è quanto mai esplicativo della frenesia che regna sul set.
  • Lo sguardo di Noè, perfettamente fuori controllo, restituisce 51 minuti di puro cinema.
  • L’horror è solo un pretesto narrativo.
  • L’opera è la summa del cinema di Gaspar Noè, lo spettatore che non digerisce i suoi toni allucinati difficilmente apprezzerà questo film.
  • Il disorientamento ricercato consapevolmente dal regista, potrebbe generare un paradossale effetto di distacco.
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