Maldoror, la recensione del film sul Mostro di Marcinelle
Nella metà degli anni Novanta il Belgio venne sconvolto da uno dei più terribili casi di cronaca nera della sua storia, quello di Marc Dutroux, passato alla cronaca come il “Mostro di Marcinelle”. Tra il 1995 e il 1996 diverse bambine e adolescenti scomparvero in circostanze misteriose: Julie Lejeune e Mélissa Russo, entrambe di otto anni, furono rapite nel giugno 1995; nell’agosto dello stesso anno sparirono An Marchal ed Eefje Lambrecks. Nel 1996 vennero sequestrate anche Sabine Dardenne e Laetitia Delhez, che sarebbero state ritrovate vive nella cantina della casa di Dutroux. Le indagini avrebbero poi portato alla scoperta dei corpi delle altre vittime, mentre l’intera vicenda avrebbe fatto emergere gravissime falle nel sistema giudiziario e nelle forze dell’ordine belghe, provocando una vera e propria crisi istituzionale che portò alla celebre “Marcia Bianca” dell’ottobre 1996.
È da questa vicenda realmente accaduta che Fabrice Du Welz prende spunto per Maldoror, ma il regista belga non realizza una ricostruzione fedele dei fatti. Al contrario, costruisce una ucronia, cioè una storia alternativa che parte da eventi reali per immaginare sviluppi differenti. Un procedimento che, in ambito cinematografico, ha illustri precedenti: basti pensare a Quentin Tarantino e alle riscritture della Storia operate in Bastardi senza gloria e C’era una volta a… Hollywood. Du Welz cambia nomi e circostanze, modificando gli esiti della vicenda e soprattutto scegliendo un punto di vista preciso: quello di Paul Chartier, giovane gendarme idealista che si ritrova progressivamente divorato dal caso che sta seguendo.
Nel 1995, dopo la scomparsa di due bambine, Paul viene coinvolto in una struttura investigativa segreta denominata Maldoror, incaricata di sorvegliare un pericoloso pedofilo già noto alle forze dell’ordine. Ma l’operazione viene compromessa dalle disfunzioni del sistema e Paul, sempre più frustrato, decide di continuare a indagare anche al di fuori dei limiti imposti dal suo incarico.
È proprio attraverso gli occhi di Paul che Du Welz racconta un Belgio nel quale le istituzioni sembrano incapaci di affrontare il male che hanno davanti. Un cartello iniziale mette subito in evidenza la spaccatura tra i diversi corpi delle forze dell’ordine, una guerra intestina che finisce per rendere quasi impossibile il coordinamento delle indagini. E qui Maldoror trova uno dei suoi aspetti più interessanti: più ancora che sul mostro, il film si concentra sul sistema che gli permette, almeno in parte, di prosperare.
Paul è cocciuto, impulsivo, convinto che il lavoro del poliziotto significhi prima di tutto cercare la verità. Quando si accorge che l’apparato per cui lavora gli impedisce di fare il proprio mestiere, comincia a muoversi autonomamente, raccogliendo indizi, seguendo piste e arrivando a trasformare l’indagine in una missione personale. Il problema è che, mentre cerca di riparare alle mancanze degli altri, finisce per sacrificare tutto il resto. La sua famiglia diventa progressivamente un elemento secondario, quasi un ostacolo rispetto alla necessità di arrivare alla verità.
Du Welz rende benissimo questa ossessione attraverso alcuni passaggi molto significativi. Il più eloquente arriva quando la moglie di Paul sta partorendo e lui, invece di vivere pienamente quel momento, è interessato agli sviluppi del caso trasmessi al telegiornale. Quando apprende che è in corso un’operazione di polizia, si precipita addirittura fuori per partecipare all’arresto. È una scena che fotografa perfettamente la trasformazione del personaggio: l’uomo che voleva combattere l’inerzia delle istituzioni sta progressivamente perdendo la capacità di vivere la propria vita.
Peccato che proprio qui emerga uno dei principali problemi del film. Anthony Bajon è un attore certamente impegnato, ma non sembra possedere il physique du rôle necessario per un personaggio di questa natura. Il suo aspetto estremamente giovane, quasi adolescenziale, e una prova che non raggiunge sempre l’intensità richiesta rendono difficile percepire fino in fondo la trasformazione di Paul da giovane idealista a uomo completamente consumato dalla propria ossessione. Il personaggio è scritto per essere una figura tragica, ma Bajon non sempre riesce a restituirne tutta la complessità.
Perfetto, invece, Sergi López. Già protagonista del notevole Sirât, l’attore catalano interpreta Marcel Dedieu, evidente alter ego di Marc Dutroux, scegliendo una strada completamente opposta a quella del mostro cinematografico. Non c’è bisogno di una caratterizzazione votata all’eccesso, López lo rende inquietante proprio attraverso la normalità, la freddezza, l’assenza di qualsiasi elemento apertamente destabilizzante. È un uomo che potrebbe abitare qualsiasi periferia, e proprio per questo fa paura.
Le scene ambientate nei pressi della sua abitazione sono infatti tra le più riuscite dell’intero film. Du Welz osserva il male da lontano, attraverso strade anonime, case modeste, giardini e periferie apparentemente ordinarie. In questo senso Maldoror finisce per ricordare alcuni grandi thriller americani come Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, Prisoners di Denis Villeneuve e Zodiac di David Fincher, condividendo con questi film quella disperata ricerca della verità che si muove attraverso ambienti periferici e socialmente degradati.
Interessante anche la colonna sonora di Vincent Cahay, che utilizza canzoni di musica leggera italiana e francese, da Lauretta di Enrico Musiani e La notte di Salvatore Adamo a Madame di Claude Barzotti. Sono scelte apparentemente curiose ma perfettamente integrate nel tessuto del film, capaci di restituire il sapore di una comunità, come quella dei migranti italiani, nella quale è in parte inserita la storia raccontata.
Dove Maldoror convince meno è invece nella forma. Le 2 ore e 35 minuti di durata finiscono per pesare su un racconto dal ritmo volutamente compassato, ma che avrebbe beneficiato di una maggiore capacità di sintesi. Più che la lentezza in sé, a lasciare perplessi è un’estetica che, nel tentativo di ricostruire gli anni Novanta, finisce talvolta per ricordare certi crime televisivi europei dell’epoca. Il film possiede un look televisivo che contrasta con l’ambizione cinematografica dell’operazione e che, paradossalmente, lo fa sembrare a tratti una miniserie compressa in un lungometraggio.
E forse è proprio questa la sensazione che rimane arrivati ai titoli di coda. Maldoror è un film molto meno disturbante rispetto a buona parte della produzione precedente di Du Welz, il regista del terrificante Calvaire, e sembra deliberatamente allontanarsi dal cinema estremo che lo aveva caratterizzato per avvicinarsi a un crime thriller più accessibile e mainstream. Il risultato è interessante, spesso intenso, ma anche inevitabilmente meno personale.
Presentato fuori concorso all’81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel settembre 2024, Maldoror arriva con colpevole ritardo nelle sale italiane il 20 agosto 2026, distribuito da Movies Inspired.
Roberto Giacomelli
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