Marty Supreme, la recensione
Che i fratelli Safdie siano stati una delle voci più interessanti e riconoscibili del cinema americano indipendente dell’ultimo decennio è ormai un dato di fatto. Da Good Time a Diamanti grezzi, il loro cinema in coppia ha costruito un’estetica nervosa, claustrofobica, febbrile, capace di raccontare perdenti magnifici, uomini sempre sull’orlo del baratro, inghiottiti da un mondo più grande e più feroce di loro. La separazione artistica dei due, però, non ha significato una vera rottura: entrambi sono rimasti sotto l’ala protettrice della A24 e, curiosamente, entrambi hanno scelto di raccontare storie sportive. Benny Safdie ha puntato sull’MMA e sulla fisicità di Dwayne Johnson in The Smashing Machine; Josh, invece, ha fatto una scelta apparentemente bizzarra, prendendo uno sport poco cinematografico come il ping pong e costruendoci attorno Marty Supreme, affidando tutto il peso del film a Timothée Chalamet.
Siamo negli anni ’50. Marty Mauser è un ragazzo ebreo di umili origini, cresciuto tra piccoli espedienti, lavori arrangiati e sogni più grandi di lui. Scopre quasi per caso di avere un talento straordinario per il ping pong, uno sport che in America, all’epoca, è poco più che un passatempo da bar o da oratorio. Ma Marty non è il classico eroe positivo: è ambizioso, impulsivo, spesso arrogante, e soprattutto incapace di distinguere davvero tra il desiderio di affermarsi e la tentazione di bruciare tutte le tappe. La sua ascesa lo porta a muoversi in un sottobosco fatto di scommesse, bische clandestine, personaggi ambigui e promesse che costano care. Nel suo percorso si intreccia il rapporto con una ragazza del suo passato, interpretata da Odessa A’zion, fatta della sua stessa pasta, stessa fame, stessa incoscienza. E più Marty sale, più il mondo intorno a lui si fa pericoloso, fino a metterlo davanti a scelte che non riguardano più solo la carriera sportiva, ma la sua stessa sopravvivenza.
Marty Supreme racconta una parabola classica: crescita, caduta, desiderio di rivincita. Ma lo fa con uno sguardo tutto suo.
Josh Safdie prende il modello del grande cinema americano sui self-made men e lo contamina con un immaginario che guarda più al crime che allo sportivo. Marty è, in fondo, una specie di Rocky Balboa “deviato”: ha la stessa fame, la stessa ostinazione, ma non ha quella bontà di fondo che lo rendeva immediatamente amabile al pubblico. Marty Mauser è più vicino ai personaggi scorsesiani, ai piccoli truffatori, ai biscazzieri dei film tra anni ’60 e ’70: gente che vive affidandosi alla propria innata scaltrezza, alle intuizioni geniali che conducono a errori irreparabili. Il mondo che lo circonda è un ecosistema torbido fatto di debiti, uomini armati, favori da restituire, scazzottate e inseguimenti. Il mood è quello del crime classico, anche se al centro non ci sono mai davvero dei gangster.
Questa scelta rende Marty Supreme un film molto più interessante di quanto la premessa potrebbe far pensare. Il ping pong diventa quasi un MacGuffin: ciò che conta davvero è il ritratto di un’ossessione, di un uomo che vuole dimostrare qualcosa al mondo e a se stesso, anche a costo di perdersi. La ricostruzione degli anni ’50 è splendida, curatissima nelle scenografie e nei costumi, ma Safdie si concede un’anomalia affascinante: la colonna sonora è volutamente anacronistica, mescola epoche diverse e guarda spesso agli anni ’80, creando un cortocircuito temporale che rende il film meno “da museo” e più pulsante, più contemporaneo nello spirito.
La regia è quella che ci aspettiamo da un Safdie: nervosa, addosso ai personaggi, sempre in movimento. Il ritmo è indiavolato e riesce nell’impresa non scontata di non far pesare i circa 150 minuti di durata. Si corre, si cade, ci si rialza, si scappa, si ricomincia. E in mezzo a tutto questo c’è Timothée Chalamet, che probabilmente qui firma la prova più matura e complessa della sua carriera: trasforma Marty in un personaggio sgradevole, fragile, magnetico, contraddittorio. Un ruolo “sporco”, fisico, nervoso, che profuma davvero di Oscar. Attorno a lui un cast molto ben pensato: Abel Ferrara è un villain enigmatico e quasi surreale, più interessato al suo cane che agli esseri umani; Odessa A’zion – che avevamo visto in Until Dawn – conferma un carisma (e un fascino) fuori dal comune; Gwyneth Paltrow, nella parte della “femme fatale”, lascia il segno e poi c’è la ex-Tata Fran Drescher nel piccolo ruolo della mamma un po’ svampita del protagonista.
Marty Supreme non è di certo un film perfetto. A volte la sua natura ibrida — sportivo, crime, biopic (è ispirato alla vita di Marty Reisman, medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo) — lo rende un po’ dispersivo, e qualche passaggio nella parte centrale sembra girare un pochino a vuoto. Ma è un’opera ambiziosa, viva, che non si accontenta del compitino e ambisce a lasciare il segno.
In sala dal 22 gennaio con I Wonder Pictures.
Roberto Giacomelli
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