Material Love, la recensione
Il cinema romantico è uno dei generi più popolari e longevi, ma negli ultimi anni ha conosciuto una trasformazione significativa. Quella formula di successo che lo legava a doppio filo con la commedia sentimentale – basti pensare a decenni di rom-com hollywoodiane, da Harry ti presento Sally a Notting Hill – ha progressivamente lasciato spazio a opere più introspettive, spesso contaminate da un respiro fortemente autoriale. Non più solo incontri buffi e finali rassicuranti, ma riflessioni sull’identità, sulla memoria e sulle scelte mancate. Un titolo come Past Lives di Celine Song, prodotto da A24, rappresenta bene questo nuovo corso: un film che affronta il tema dell’amore e del destino con delicatezza e profondità, unendo sensibilità personale e sguardo universale.
Material Love, opera seconda della succitata sudcoreana Celine Song, sembra voler proseguire per quella strada, ma finisce presto per perdersi in un vicolo cieco. La storia ruota intorno a Lucy (Dakota Johnson), giovane e ambiziosa matchmaker newyorchese che trova l’amore ai suoi clienti ma è prigioniera di un’esistenza patinata e insoddisfacente. La sua vita cambia quando alla cerimonia di una sua cliente incontra Harry (Pedro Pascal), ricco, bello e gentile, con cui instaura una relazione da sogno. Nel frattempo, l’ex fidanzato di Lucy, John (Chris Evans), rientra improvvisamente nella sua vita, costringendola a confrontarsi con ciò che desidera davvero.
Il film parte con quel piglio autoriale che ci saremmo aspettati dall’autrice di Past Lives: la fotografia è rarefatta, i dialoghi sono sospesi, la regia insiste su lunghi silenzi e dettagli apparentemente significativi. Tutto lascia pensare a un approccio raffinato, in linea con quel romance che guarda più al festival che al botteghino. Peccato che, dietro questa facciata, Material Love non abbia davvero nulla da dire. Le argomentazioni sulla fragilità dei sentimenti e sull’impossibilità di scegliere tra cuore e ragione si riducono presto a cliché abusati, già visti e rivisti, e privi della profondità che l’incipit lasciava intravedere.
Il problema principale è la totale assenza di chimica tra i protagonisti. Dakota Johnson si conferma interprete ambigua: qui appare come una “gatta morta” perennemente annoiata, incapace di trasmettere empatia o pathos. Pedro Pascal, attore amatissimo e di grande carisma, risulta sorprendentemente sottotono, quasi spaesato in un ruolo che non sembra cucito su di lui. Chris Evans è il migliore del trio, l’unico che pare davvero a suo agio: il suo John ha un’ironia e una leggerezza che gli altri personaggi non possiedono, e ogni sua apparizione restituisce un po’ di vitalità al film.
A livello narrativo, Material Love si rivela moscio e statico. Non solo manca di ritmo, ma a tratti risulta perfino noioso, incapace di sfruttare i conflitti che mette in scena. La durata eccessiva aggrava ulteriormente la situazione: per una storia che avrebbe potuto (e dovuto) essere raccontata in modo più conciso, il risultato è un trascinarsi di sequenze ridondanti che finiscono per stancare lo spettatore.
L’intenzione di Song era probabilmente quella di collocarsi a metà strada tra il romance autoriale e la commedia sentimentale mainstream, cercando di unire la profondità del primo con l’accessibilità del secondo. Il problema è che Material Love non funziona né come uno né come l’altro. Non raggiunge mai l’intensità e l’universalità di un Past Lives, ma nemmeno la leggerezza e il coinvolgimento emotivo di una rom-com classica. Rimane sospeso in un limbo scomodo, dove l’ambizione si scontra con l’esecuzione e il risultato finale è più artificioso che sincero.
Ciò che resta, alla fine, è un film patinato e privo di vera passione, che tenta di alzare l’asticella ma inciampa in ogni cliché del genere. Un’occasione sprecata, soprattutto considerando il potenziale del cast, che avrebbe meritato una sceneggiatura meno meccanica e più coraggiosa.
Roberto Giacomelli
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