Mercy: Sotto accusa, la recensione
Negli ultimi mesi il cinema sembra aver trovato un nuovo grande territorio di esplorazione negli scenari futuri dettati dalla diffusione dell’intelligenza artificiale. Dai racconti più apertamente distopici alle riflessioni più sottili e ambigue, l’AI è diventata il nuovo specchio delle nostre paure: controllo, sorveglianza, delega delle responsabilità, perdita dell’umano. Mercy – Sotto accusa di Timur Bekmambetov si inserisce in questo filone, ma lo fa con un approccio più interessante di quanto si possa pensare. Non è l’ennesimo film che ripete fino allo sfinimento quanto l’AI sia pericolosa e quanto il futuro sia necessariamente un incubo: al contrario, Mercy sceglie una strada più sfumata, mostrando l’intelligenza artificiale come sistema fallace, sì, ma anche come possibile alleato. Non un demone, non un dio, ma uno strumento, potente e ambiguo.
Siamo in un futuro prossimo in cui il sistema giudiziario si è affidato quasi completamente a un’AI chiamata Judge Maddox (Rebecca Ferguson). Chi viene accusato di un crimine finisce sulla cosiddetta “Mercy Chair”, una sorta di sedia-tribunale su cui l’imputato viene interrogato, analizzato, processato in tempo reale e, nel caso, giustiziato. Il detective Raven (Chris Pratt), noto per aver eseguito i primi arresti per la Mercy Court, si ritrova proprio in questa posizione per l’omicidio di sua moglie (Annabelle Wallis) che lui sostiene di non aver commesso. Immobilizzato, ha solo 90 minuti per dimostrare la propria innocenza mentre il tempo scorre e il verdetto si avvicina.
Il paradosso è evidente fin da subito: un sistema pensato per eliminare l’errore umano si rivela a sua volta imperfetto, vittima di dati incompleti, interpretazioni sbagliate, concatenazioni logiche che non tengono conto dell’imprevedibilità delle persone.
Il punto di partenza della sceneggiatura, firmata dal semi-esordiente Marco Van Belle, è chiaramente Minority Report di Spielberg e, andando ancora più a monte, l’immaginario di Philip K. Dick: l’idea di una giustizia predittiva, automatizzata, apparentemente infallibile, ma in realtà profondamente problematica. La differenza è che qui non siamo davanti a un sistema freddo e monolitico. Judge Maddox, l’AI che conduce il processo, si rivela incredibilmente collaborativa, quasi dialogante, e arriva perfino a mostrare qualcosa che assomiglia all’empatia. È proprio questa “sfumatura umana” a diventare uno degli elementi più interessanti del film: Mercy suggerisce che il problema non sia tanto l’intelligenza artificiale in sé, quanto il modo in cui gli esseri umani decidono di usarla e di delegarle il potere.
Ne nasce un film che, pur muovendosi pienamente all’interno dei confini del poliziesco d’azione mainstream, prova a costruire personaggi – umani e digitali – che vivono in una zona grigia. Nessuno è completamente innocente, nessuno è del tutto colpevole, e nemmeno la macchina è solo un mostro privo di coscienza. Questa ambiguità morale è forse l’aspetto più riuscito dell’operazione, perché evita la semplificazione e apre a domande più scomode: quanto siamo davvero disposti ad affidarci a un sistema che decide per noi? E quanto siamo pronti ad accettarne i limiti quando in gioco c’è una vita?
Dal punto di vista della messa in scena, il kazako Bekmambetov – che ha firmato cult come Wanted e La leggenda del cacciatore di vampiri – dimostra ancora una volta di saper giocare in maniera non tradizionale con il linguaggio cinematografico. Dopo Unfriended, Searching e Missing (che ha prodotto) e anche Profile (che ha diretto), torna a utilizzare la tecnica dello screen-life movie, con gran parte della narrazione che passa attraverso schermi, interfacce, videochiamate, flussi di dati. Ma Mercy non si limita a questo: alterna in modo fluido questo approccio al cinema più tradizionale, creando un ibrido visivamente dinamico e sorprendentemente leggibile. Il risultato è un film tecnicamente e linguisticamente molto innovativo, che riesce a trasformare una situazione staticissima – un uomo seduto su una sedia per quasi cento minuti – in un’esperienza tesa, movimentata, sempre in progressione.
Il ritmo, infatti, è uno dei grandi punti di forza: la scansione degli eventi è quasi perfetta, la tensione non cala mai davvero, e ogni nuova rivelazione spinge la storia un passo più avanti. Chris Pratt regge bene il peso del film sulle spalle, giocando più sulla voce, sulle espressioni e sulla presenza che sull’azione fisica, mentre l’AI-Judge Maddox finisce per diventare, a tutti gli effetti, un personaggio vero e proprio, anche grazie al volto dell’algida e sempre affascinante Rebecca Ferguson.
Non tutto, però, funziona alla perfezione. Proprio nel finale la sceneggiatura sembra perdere un po’ di misura: qualche forzatura di troppo, qualche colpo di scena un po’ urlato, un certo sensazionalismo che stona con l’intelligenza dimostrata fino a quel momento. È come se il film avesse paura di fidarsi fino in fondo delle proprie idee e sentisse il bisogno di alzare la posta in modo un po’ artificiale.
Resta comunque un’opera solida, stimolante, che usa il tema dell’intelligenza artificiale non come spauracchio, ma come strumento per parlare di responsabilità, giustizia e fallibilità umana. Mercy – Sotto accusa è al cinema dal 22 gennaio, distribuito da Sony ed Eagle, e merita decisamente più attenzione di quanto il suo involucro da thriller futuristico potrebbe far pensare.
Roberto Giacomelli
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