Mission: Impossible – Rogue Nation, la recensione
Creato nel 1966 da Bruce Geller per una serie tv di buon successo internazionale, il brand Mission: Impossible si è trasferito al cinema nel 1996 con una crescente popolarità. È stato il mitico Brian De Palma a portare sul grande schermo gli agenti della IMF, identificando come protagonista un neo agente segreto di nome Ethan Hunt che, con le sembianze dell’atletico Tom Cruise, ha letteralmente donato nuova vita artistica all’attore di Top Gun, fornendogli un personaggio e un franchise che avrebbe fatto suo e serializzato per quasi vent’anni, fino al quinto capitolo. E oggi arriva proprio quel numero cinque, Mission: Impossible – Rogue Nation, ancora una volta sotto l’egida produttiva di J.J. Abrams – che svecchiò la saga con il magnifico terzo capitolo nel 2006 – e con la firma in sceneggiatura e regia di Christopher McQuarrie, pupillo di Tom Cruise e già regista del dimenticabile Jack Ritcher – La prova decisiva.
In Rogue Nation la IMF viene smantellata dalla CIA perché i suoi metodi “spicci” sono ritenuti inadeguati alla sicurezza nazionale. Dietro la decisione c’è però il Sindacato, un’organizzazione creata dalla stessa Intelligence statunitense e divenuta un ambiguo ricettacolo sovversivo che mira alla stessa distruzione del Paese attraverso alleanze con gruppi terroristici internazionali. Ricercato dai suoi stessi ex colleghi, Ethan Hunt cerca di arrivare al bandolo della matassa per salvare se stesso, l’IMF e il mondo intero dal piano distruttivo del Sindacato.
Con Rogue Nation, Christopher McQuarrie firma un capitolo energico e raffinato della saga di Mission: Impossible, aprendo le danze con una sequenza già entrata nell’immaginario collettivo: Ethan Hunt, appeso a un Airbus in decollo, sulle note immortali di Lalo Schifrin. Una scena d’apertura che non è solo spettacolo puro, ma anche manifesto d’intenti: il film vuole spingere sempre più in alto i limiti dell’azione cinematografica, e lo fa senza risparmiarsi.
McQuarrie trova un equilibrio interessante tra le anime del franchise, amalgamando lo spirito ludico e irriverente dell’era Abrams con il respiro più cupo e strategico delle origini firmate Brian De Palma. Questo mix crea un’identità nuova, che pur consapevole della propria eredità, si proietta in avanti con una personalità riconoscibile. Non è un tentativo di imitazione dei moderni 007, ma una raffinata declinazione del genere spy-action all’interno del marchio Mission: Impossible.
Le sequenze d’azione sono eseguite con maestria e precisione, su tutte spiccano l’elegantissima incursione al Teatro dell’Opera di Vienna e l’adrenalinico inseguimento in moto tra le dune e le strade del Marocco: non solo momenti spettacolari, ma veri e propri esempi di regia d’azione ben coreografata e immersiva. A differenza di molti blockbuster coevi, qui l’azione è al servizio della tensione narrativa, non semplice esibizione muscolare.
Un ruolo centrale lo assume Rebecca Ferguson nei panni di Ilsa Faust, una figura ambigua e magnetica che riesce a imporsi come co-protagonista, dando vita a una dinamica con Ethan Hunt fatta di rispetto, attrazione e diffidenza. Il suo personaggio introduce una profondità inedita al racconto e contribuisce a espandere l’universo narrativo del franchise. Il cast di supporto è ben affiatato: Simon Pegg ha finalmente lo spazio per brillare, Ving Rhames riporta una nota nostalgica e rassicurante, mentre Alec Baldwin offre una performance sorprendentemente sfaccettata, in bilico tra autorità e ironia.
Sean Harris, nei panni di Solomon Lane, propone un villain glaciale e calcolatore, diverso dal solito antagonista fisico: la sua minaccia è sottile, insinuante, più mentale che muscolare, e proprio per questo inquietante. Il Sindacato, pur forse non esplorato a fondo, rappresenta una minaccia credibile e funzionale, aprendo scenari complessi e intriganti per i capitoli futuri.
Mission: Impossible – Rogue Nation è un perfetto esempio di blockbuster moderno che non rinuncia a una certa eleganza nella messinscena e nella scrittura. Non stravolge le regole del genere, ma le onora con stile, ritmo e intelligenza. È un film che si lascia vedere e rivedere con piacere, dimostrando che intrattenere può ancora essere sinonimo di qualità.
Roberto Giacomelli
| PRO | CONTRO |
|
|












HorrorCult è tornato! Lo storico portale web dedicato al mondo del cinema horror. 


























Lascia un commento