Mother Mary, la recensione
Il cinema di genere sta accendendo i riflettori sul mondo dello spettacolo raccontandoci un ambiente spietato, fatto di ombre, dolore, sofferenza, spesso un vero e proprio incubo a occhi aperti. Infatti, è proprio il genere thriller/horror a trarre beneficio da storie che si svolgono sui palchi e dietro le quinte, su vite di attori, performer, cantanti che sembrano aver venduto l’anima al diavolo per un successo che, a un certo punto, viene messo comunque in discussione. Da The Substance, che giocava sul tema dell’immagine abbracciando il filone body-horror, fino a Smile 2, che leggeva il successo come una vera e propria maledizione, passando per il più convenzionale Trap, che invece faceva incontrare quell’ambiente con uno psicopatico. Ora, un autore attento e personale come David Lowery decide di contribuire alla causa raccontando la storia di un riscatto artistico e morale nel mondo della musica pop e lo fa mescolando il dramma da camera con suggestioni soprannaturali in Mother Mary.
Mother Mary (Anne Hathaway) è un’icona della musica pop e, dopo un periodo di silenzio e di difficoltà personali, l’artista sta per tornare sulle scene con un nuovo album e un tour. Ma Mother Mary ha anche bisogno di una nuova immagine che viene puntualmente fraintesa dai suoi collaboratori. Così, a meno da una settimana dal primo concerto, la cantante decide di mettersi in contatto con Sam Anselm (Michaela Coel), sua vecchia amica e costumista personale, con la quale aveva perso ogni contatto a causa dell’improvvisa interruzione del loro rapporto di lavoro. Solo Sam sa come far emergere il vero spirito di Mother Mary, così le due si isolano nel laboratorio di Sam per studiare il look del rilancio di Mother Mary; ma quella reclusione diventerà l’occasione per esplorare ed affrontare i propri “fantasmi” personali.
Dopo la parentesi disneyana non proprio entusiasmante di Peter Pan e Wendy e Skeleton Crew, David Lowery si imbarca in un progetto molto più personale che scrive, dirige e produce con la benedizione di A24. Con Mother Mary, infatti, torniamo a quel cinema cerebrale e minimale, molto estetico che ha forgiato l’aura dell’autore di Storia di un fantasma e Sir Gawain e il Cavaliere Verde, un cinema che abbraccia il soprannaturale, tema caro all’autore, parlando fondamentalmente d’altro.
Il fantasma rosso e fortemente femmineo che si annida nelle viscere di Mother Mary è il simbolo del suo malessere, risucchiata com’è dalla propria funzione nella società. Non è un caso se lo spettatore non sa nulla di Mother Mary come persona, del suo vissuto al di fuori del palcoscenico, neanche il nome di battesimo. Lei, la Vergine Maria, non ha un’identità, è un archetipo, è un’effige sacra immolata sull’altare del successo. Il suo stesso nome d’arte la descrive come una Madonna e il suo segno distintivo è l’aureola. E come ogni essere creato dall’uomo, esiste in funzione del suo pubblico.
Il film ci fa conoscere Mother Mary in un momento di difficoltà. La prima immagine che vediamo è un’impiccagione, probabilmente un suicidio. È evidente che questa Madonna sia stata posseduta dal “demone” della depressione ed è questo che l‘ha allontanata dai riflettori o, al contrario, è proprio la lontananza dalle scene che ha permesso a quel fantasma di entrare dentro di lei. Questo non possiamo saperlo. Ma l’unico modo per permettere a questa donna di ritrovare la sua sacralità è affrontare di petto le ombre che la infestano.
Il film si struttura come una lunga terapia d’urto dall’impianto fortemente teatrale: due donne, un luogo chiuso, un confronto. Ripercorrere i motivi di una rottura, rivangare il passato per costruire un futuro, e tentare di ricucire un rapporto ammantato di rancore diventa la cura per il malessere. Creare l’abito giusto per accompagnare una rinascita (personale e artistica) diventa come un esorcismo per scacciare dal corpo di Mother Mary quel dolore che l’affligge, un dolore del quale dovrà letteralmente vestirsi per superarlo una volta per tutte.
David Lowery ci va davvero pesante con il linguaggio della metafora e ogni momento del suo film è da decifrare, ogni immagine suggerisce altro in confronto a quello che mostra, chiedendo allo spettatore uno sforzo di fruizione certamente non facile. Questo è il limite più grande di Mother Mary: un film tanto bello quanto ostico, uno spettacolo sensoriale totale che rischia di non arrivare nell’immediato.
Il film, in fondo, ci parla di depressione e della ricerca di un modo per uscirne. Ma per arrivare a questo bisogna leggere tra le righe, passare oltre quella superficie estetica e anestetizzante che può suggerire solo un esercizio di stile. E in buona parte, Mother Mary lo è.
Una regia elegante e attenta capace di comunicare attraverso i movimenti di macchina e il montaggio (il percorso in piano sequenza laterale che Mother Mary fa tra un’esibizione e l’altra è spettacolare), la ricerca cromatica e la fotografia curatissima di Andrew Droz Palermo e Rina Yang, le musiche di Daniel Hart (con brani originali di Charlie XCX, FKA Twigs e Jack Antonoff), l’interpretazione sofferta di Anne Hathaway e la voce ipnotica di Michaela Coel. Mother Mary ha un appeal visivo e artistico di indubbia riuscita, ma gli manca quel trasporto emotivo, quella completezza narrativa necessarie a fare di un’opera solo affascinate un’opera solida e affascinante.
Mother Mary non somiglia a nessun altro film esistente, è un’esperienza originale e spiazzante, a tratti respingente, sicuramente non accomodante e si presta tantissimo a non incontrare il gusto del pubblico. David Lowery non è sceso a compromessi e ha fatto il suo film, prendendosi dei rischi e con il pericolo di scontentare sia chi si aspetta un’opera pop sul mondo della musica, sia chi è attratto da tematiche dark e soprannaturali. Mother Mary è lì, ammantato di un’aura arthouse fortissima, pronto per spiazzare, per essere amato o odiato.
Roberto Giacomelli
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