Nel tepore del ballo, la recensione

Gianni Riccio è un celebre conduttore televisivo, un uomo che ha scelto di sacrificare tutto in onore del successo. Ma, all’apice della sua carriera, viene schiacciato da uno scandalo finanziario che lo priva di ogni cosa: fama, soldi, successo. Costretto ad andare via da Roma per tornare a Jesolo, la sua città natale, Gianni si ritrova inevitabilmente a fare i conti con quel passato che ha provato a reprimere per tutta la vita ma senza mai davvero riuscirci. Dopo aver ritrovato nella sua casa d’infanzia un antico registratore vocale con su incisa la voce di sua madre, morta nel momento in cui lo ha dato alla luce, Gianni viene travolto dalla nostalgia verso i suoi genitori, entrambi scomparsi troppo presto. Ma soprattutto, tornato nel comune veneto, l’uomo si trova inaspettatamente a recuperare il rapporto perduto con Clara, primo e forse unico vero amore della sua vita, sacrificato in passato per favorire proprio quella carriera televisiva che adesso gli ha voltato le spalle. In un crescendo di riflessioni e valori morali ritrovati, nel momento in cui lo scandalo sembra assumere i connotati di una seconda occasione di vita, Gianni si trova nuovamente davanti ad un bivio quando riceve l’invito a partecipare come ospite ad una nota trasmissione televisiva che vuole cavalcare il suo scandalo, mettere in luce tutta la sua vita privata, con l’obiettivo di fare ascolti record ma anche dare all’uomo la possibilità di riabilitare l’opinione pubblica nei suoi confronti.

Tra il 2011 e il 2019 la carriera di Pupi Avati ha subìto una parziale trasformazione. In otto anni un solo lungometraggio per il cinema (Un ragazzo d’oro, con Riccardo Scamarcio e Sharon Stone) e tanta, forse troppa televisione. Tornato ai suoi abituali ritmi cinematografici nel 2019 con l’horror gotico Il Signor Diavolo, Avati si ripresenta al pubblico del grande schermo rivelando immediatamente un’attitudine al mestiere differente, cambiata, quasi uno smarrimento artistico che sembra il lascito di quell’esperienza televisiva durata in eccesso.

La poetica del Maestro è rimasta la stessa, sia nei toni che nei temi trattati, eppure dal 2019 in poi Avati sembra fare fatica a ritrovare quel gusto per il grande cinema che è stato tale dai suoi esordi fino agli amari ma bellissimi Il figlio più piccolo (2010), Una sconfinata giovinezza (2010) e Il cuore grande della ragazze (2011). 

In quegli otto anni dedicati alla fiction qualcosa si è spezzato, qualche ingranaggio è finito fuori posto e il cinema del Maestro Avati sembra essere regredito in una direzione artisticamente meno ambiziosa e seducente. 

Questo non significa che negli ultimi anni non ci abbia regalato bei prodotti, Dante (2022) e L’orto americano (2024) sono film più che riusciti e anche Lei mi parla ancora (2021) ha dei momenti che riescono a penetrare lo spettatore in modo significativo, eppure il suo cinema più recente sembra tendere all’accontentarsi, quasi pigro per certi aspetti, sicuramente non all’altezza di quelle nostalgiche e dolci suggestioni cinematografiche che il Maestro ci ha regalato con abbondanza e costanza fino a poco più di un decennio fa.

Con Nel tepore del ballo Pupi Avati firma il suo 44° lungometraggio cinematografico (non si sta tenendo conto del suo episodio nel film antologico Sposi, 1988) e decide di ritornare ancora una volta su quelle atmosfere a lui care, amare e sospese, dedicate a piccole storie di vita sempre in bilico tra quel che è stato e ciò che non sarà.

Il cinema di Pupi Avati riflette spesso su quel carpe diem mancato, su quella innata capacità degli esseri umani di non riuscire mai davvero ad essere grati di ciò che si vive nel momento in cui lo si vive. Quello di Avati è un cinema votato alla nostalgia, un cinema sensibile verso un passato che ha dato tanto ma che forse poteva essere vissuto diversamente, con più consapevolezza, serenità e leggerezza. 

Il cinema di Pupi Avati, soprattutto in quest’ultima fase della sua rigogliosa e ammirabile carriera, sembra essere proprio la cartina tornasole di un animo inquieto, di una personalità che non ha più alcuna vergogna nel rivelare le sue fragilità (e paure?), di qualcuno che sa di aver commesso molti sbagli nella vita e adesso cerca un’illusoria assoluzione proprio attraverso il cinema. Come si è detto, un cinema a carattere fortemente nostalgico, partorito dalle carni – oltre che dalla mente – di un autore che alla rispettabile età di 87 anni non si riconosce più nel presente e quindi preferisce rifugiarsi nel passato, nel suo passato, in tutti quei ricordi d’infanzia o di giovinezza che, forse, oggi avrebbe vissuto in modo diverso.

Dunque nostalgia e rimpianto sembrano essere le due parole chiave che meglio descrivono quest’ultima fase artistica di Avati, un autore che in più occasione ha rivelato la sua quotidiana tendenza a parlare con i morti (i suoi cari che non ci sono più) e a sperare che il paradiso possa essere – per lui – il ritorno in quella casa sita in Via San Vitale 51, la sua casa d’infanzia a Bologna, dove ci sono la mamma e il papà che lo attendono per cena.

E tutta questa malinconia nei confronti del passato, questo vorace desiderio di rincorrere i ricordi, torna prepotente anche in quest’ultimo suo film che, come accaduto anche con La quattordicesima domenica del tempo ordinario (2023), esprime note autobiografiche tutt’altro che portentose. 

Dunque Nel tepore del ballo utilizza l’espediente della “macchina del fango” (molto figlia del nostro presente) per riflettere in realtà sul tempo che passa, sulle scelte di vita fatte e su quanto sarebbe ideale abbracciare un’esistenza che possa riservare davvero delle seconde occasioni. Ma purtroppo la vita non gira in questo modo e l’autore bolognese sembra aver fatto suo questo cinico concetto adesso che è avanti con l’età, in prossimità dei suoi titoli di coda (per utilizzare un’espressione molto cara al regista). 

A differenza di molto suo cinema del passato, che è sempre stato amaro ma comunque capace di individuare nel cinema una via di fuga verso il sogno, con Nel tepore del ballo Pupi Avati pone la sua firma ad un film inguaribile, un inno senza speranza nei confronti di una vita che quando è compromessa è destinata ad esserlo per sempre. E l’unica via di fuga, la sola speranza che resta, è il ricordo di quel passato lontano quando tutte le soluzioni erano ancora possibili e che in quest’ultimo film ha il delicato (e struggente) aspetto di una “scatoletta con la voce della mamma”, un registratore vocale su cui è incisa la voce di quella madre che il protagonista non ha mai avuto la possibilità di conoscere.

Ancora una volta, tutto ciò che è salvifico Avati lo confina nel passato mentre il presente viene raccontato come un crogiolo di negatività in cui trovano spazio solo i sentimenti più meschini: la spregiudicatezza iniziale del protagonista, manager e avvocati come unici amici possibili, la macchina diffamatoria che non risparmia nessuno, la falsità dello show business e questa voglia irrimediabile di strumentalizzare il dolore e le sciagure umane, di mercificare ogni sentimento pur di fare intrattenimento e ottenere un tornaconto personale.

Da un punto di vista strettamente contenutistico Nel tepore del ballo è un film splendido, angosciante, un’amara carezza al cuore che dice tanto dell’autore e che racchiude uno dei finali più disperati di tutta la sua filmografia (e di finali disperati, il Maestro ce ne ha regalati tanti!). Non abbiamo alcun dubbio nell’affermare che, fosse arrivato prima del 2011, Nel tepore del ballo poteva essere oggi uno dei drammi più delicati e riusciti di Avati. Sicuramente quindici anni fa il regista non avrebbe abbracciato toni così cupi e pessimistici ma, senza ombra di dubbio, avrebbe saputo confezionare il film con maggior attenzione e ambizione. Ciò che non funziona in questo suo ultimo film, infatti, è proprio l’apparato artistico nelle sue diverse declinazioni, a partire proprio da un look molto strano che oscilla tra la fiction e il prodotto realizzato da un amatore. 

Ma vogliamo soprassedere sull’aspetto visivo, chiaramente l’occhio non è più in cima alle priorità di Avati ormai da tempo (eccezione fatta per il bellissimo bianco e nero sfoggiato ne L’orto americano), dunque ciò che colpisce particolarmente in negativo durante la visione de Nel tepore del ballo è la poca cura nei confronti della scrittura. Anche nelle sue opere più semplici e dritte, il cinema di Avati ha sempre ostentato una scrittura tanto asciutta quanto solida a testimonianza delle sue innate e brillanti doti affabulatorie. In quest’ultimo lavoro, invece, il racconto si mostra ricco di contenuto ma purtroppo confuso e perduto nell’esposizione. 

La prima parte del film, quella ambientata nel passato e che vede protagonisti la madre e il padre di Gianni Riccio, è indubbiamente la più riuscita ma forse troppo lunga e poco necessaria ai fini dell’equilibrio complessivo del film. Giunti nel presente, quando lo sguardo è quello di Gianni Riccio adulto e ormai diventato un presentatore di successo, la narrazione inizia ad incartarsi e il film sembra faticare a trovare davvero il focus del racconto. La carriera televisiva del protagonista è meno che abbozzata, lo scandalo legato al crack finanziario e tutto il successivo processo sono trattati con eccessiva superficialità, il suo ritorno a Jesolo fa nascere molti dubbi sulla credibilità del racconto e tutto il discorso legato proprio al “passato” (sia nel rapporto con i genitori scomparsi che con l’amore ritrovato) viene gestito con andamento goffo e indeciso. Il film sembra finalmente accendersi solo nell’ultimo atto, quando Gianni Riccio deve affrontare l’ospitata televisiva in una becera trasmissione televisiva devota alla spettacolarizzazione del dolore, ma ormai è troppo tardi e i titoli di coda che partiranno lì a breve lasciano nello spettatore l’amara sensazione di aver ascoltato un discorso interessante ma esposto malamente. Dunque un film potenzialmente buono ma penalizzato da un’eccessiva voglia di dire e da tempi narrativi che avrebbero necessitato di una più attenta revisione.

Qualche dubbio nasce anche nei confronti del cast, da sempre punto di forza nei film del regista. Massimo Ghini, chiamato ad interpretare proprio Gianni Riccio, è un protagonista poco carismatico e assolutamente fuori età, così come appare poco credibile sempre per questioni anagrafiche la scelta della brava Lina Sastri nei panni della zia del protagonista (essendo coetanea di Ghini non torna assolutamente la linea temporale). A popolare il resto del cast troviamo anche Isabella Ferrari, Sebastiano Somma, Pino Quartullo, Giuliana de Sio (perfetta nei panni della grottesca conduttrice avida di ascolti) e Raoul Bova nell’inedito ruolo del papà di Gianni, un personaggio ambiguo su cui forse si poteva lavorare in modo più incisivo. In due piccoli cammeo, chiamati ad interpretare loro stessi, anche Bruno Vespa e Jerry Calà.

Per un film tematicamente così sensibile e in cui si lascia avvertire la necessità di Avati di dover esternare ed esorcizzare alcune angosce squisitamente personali, era giusto aspettarsi qualcosa di più. Invece Nel tepore del ballo si posiziona, purtroppo, tra i suoi film meno riusciti. Ma Pupi Avati, che oggi è forse il più grande autore che abbiamo in Italia, continua ad avere il grande merito di essere sé stesso e di saper mostrare, anche quando sbaglia il passo, una piccola parte in più del suo complessissimo mondo interiore, sempre così ricco, stratificato e tenero. Uno spessore d’animo senza uguali in cui i colori di ieri ballano un lento valzer con il grigiore di oggi. 

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • Chi scrive getta la maschera e confessa: Pupi Avati sarà sempre un pro a prescindere!
  • La poetica nostalgica di Avati, sempre presente, qui ammantata da toni particolarmente pessimistici.
  • Giuliana de Sio e Jerry Calà utilizzati in modo estremamente eccezionale.
  • La sceneggiatura in sovraccarico tematico e costantemente alla ricerca di un focus narrativo.
  • Massimo Ghini è un protagonista che non funziona e decisamente fuori parte per questioni anagrafiche.
  • Visivamente il film è brutto, c’è poco da fare.
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3 Responses to Nel tepore del ballo, la recensione

  1. michele ha detto:

    Ghini, come per altro De Sio, sono stati bravissimi. Da spettatore avrei voluto durasse di più. Un’opera che accarezza il cuore senza ferirlo e riporta l’attenzione sull’importanza delle scelte che facciamo durante l’arco della nostra vita. Se da Pupi Avati volete l’adrenalina andate a vedere gomorra. Pupi Avati nutre il cuore di chi ha occhi, anche nostalgici, per vedere.

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  2. Giuliana Silvestri ha detto:

    Il film, ancora una volta,evidenzia quella nostalgia del regista per il passato visto come un rifugio consolatorio e rassicurante per trovare la forza di rialzarsi dalle sconfitte, dalle delusioni e dalle amarezze che riserva la vita… Il protagonista, sin dall’inizio della storia, sembra già segnato da un cupo ddestino e alla fine sembra rifugiarsi nel ricordo nostalgico dei genitori per riabilitare agli occhi della società la propria immagine ingiustamente infamata…Straordinaria la rappresentazione del mezzo televisivo che strumentalizzare le disgrazie umane con cinismo per fare audience,quella TV popolare non di qualita che sfrutta ogni tema che può destare curiosità morbosa nello spettatore e alzare il livello di ascolto per andare avanti… Eccellente Giuliana De Sio nel ruolo della grottesca conduttrice Comque un film che lascia, indubbiamente, l’amaro in bocca. per un’esistenza catastrofica di cui il protagonista sembra essere stato l’artefice.

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  3. tiziano botteri ha detto:

    Un film che resta un po’ a metà, vuoi perché alcuni personaggi restano in superficie, vuoi perché la nostalgia non è sufficiente a sostenere le ‘rughe’ dei visi che denunciano un tempo ormai finito. Le interpretazioni di Isabella Ferrari e di Giuliana De Sio (chissà quale conduttrice tv ricorda l’attrice salernitana…a voi l’ardua risposta) risultano le più convincenti, ma sembra mancare anche a loro un guizzo per uscire da un vago senso di manierismo che il film suggerisce. Accattivante la colonna sonora, ma il tepore non scalda

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