Norimberga, la recensione

La Seconda Guerra Mondiale si è appena conclusa, il Führer è morto e il mondo è ancora fortemente sconvolto dagli orrori dell’Olocausto che ha portato alla morte di circa sei milioni di ebrei. L’esercito nazista è ormai un vaso rotto, caduto in frantumi, i cui pezzi sono sparsi ovunque ma impossibili da ricomporre. Hermann Wilhelm Göring, braccio destro di Adolf Hitler, finisce in manette e viene celermente condotto in prigione insieme ad altri gerarchi dell’esercito nazista. Al tenente colonnello Douglas Kelly, psichiatra dell’esercito militare, viene affidato un incarico delicatissimo e senza precedenti: deve entrare in confidenza con Hermann Göring, conoscerlo approfonditamente e cercare di capire le sue ragioni così come quelle dell’esercito nazista.

Hermann Göring si rivela presto un uomo dall’enorme carisma, persino seducente nella sua schietta lucidità mentale, ma anche profondamente astuto e manipolatore.

Mentre Douglas Kelly imbastisce in prigione un affilato duello psicologico con Hermann Göring, le forze Alleate – guidate dal giudice Robert H. Jackson – provvedono all’istituzione di un tribunale internazionale per far si che l’esercito nazista possa rispondere dei propri crimini di guerra davanti alla Storia, nel primo vero processo divenuto un autentico fenomeno mediatico.

Dal 20 novembre al 1° ottobre del 1945, presso il Palazzo Giustizia di Norimberga (che insieme a Berlino e Monaco, come risaputo, era uno dei principali poli dell’esercito nazista), si svolse il Processo di Norimberga. Durante questa titanica impresa giudiziaria senza precedenti, il Tribunale militare internazionale giudicò venti capi nazisti – tra quelli rimasti in vita – con il fine ultimo di trovare una risposta ad una domanda delicata, per nulla scontata, e che alla fine del conflitto rimbalzava nella mente di chiunque: i nazisti erano davvero uomini malvagi? Oppure erano solo dei pazzi? O forse, risposta ancor più spaventosa, erano solamente uomini costretti a seguire degli ordini?

Tra i venti gerarchi nazisti chiamati a rispondere dei propri crimini di guerra c’era anche Hermann Wilhelm Göring, il braccio destro di Hitler, che alla morte del Führer si è visto attribuire tutti gli orrori commessi dall’esercito nazista durante l’Olocausto.

Quello che è accaduto agli ebrei nei campi di concentramento tra il 1941 e il 1945 è una macchia indelebile nella Storia dell’essere umano che è destinata a rimanere lì per sempre. Eventi mostruosi che hanno saputo ridisegnare i confini percettivi dell’uomo ricordandoci prontamente che quell’animale creduto “superiore”, pronto ad elevarsi per intelligenza ed empatia, è a conti fatti una razza che brilla più che altro per arroganza, cattiveria e spirito autodistruttivo.

Non è certo la prima volta che il Processo di Norimberga cattura l’attenzione della settima arte e a tal proposito possiamo citare l’apprezzato Vincitori e vinti di Stanley Kramer (1961) o la più recente miniserie televisiva in due puntate Il Processo di Norimberga diretta da Yves Simoneau (2000), con Alec Baldwin nei panni del giudice Jackson e Brian Cox in quelli di Göring.

Adesso James Vanderbilt, noto soprattutto come sceneggiatore (suoi gli script di film come Zodiac di Fincher o i più recenti Scream 5 e Scream 6) ma anche regista nel 2015 del dimenticato Truth – Il prezzo della verità con Robert Redford, si fa carico dell’enorme responsabilità di riportare al cinema il Processo di Norimberga e lo fa avvalendosi di un autorevole cast e di un assetto produttivo importante.

Lo sforzo c’è stato ed è innegabile, così come la palese volontà di restituire allo spettatore moderno un documento storico capace di farsi monito ben preciso e necessario al fine di non dimenticare, ma purtroppo Norimberga finisce per fermarsi a metà strada, si incarta nelle sue stesse ambizioni, e non riesce a fare suo quel respiro e nemmeno quella profondità di cui un racconto come questo avrebbe assolutamente necessitato.

Ma andiamo per gradi e cerchiamo di capire cosa ha funzionato in quest’importante opera seconda di Vanderbilt e cosa, al contrario, ha impedito al film di rendere davvero giustizia ad una pagina di Storia che si porta dietro un certo peso specifico.

Come abbiamo già puntualizzato, ad Hollywood James Vanderbilt è maggiormente noto come sceneggiatore (e produttore di molti film che scrive) ma la sua filmografia da “scrittore” è ben distante dal carattere e dalle ambizioni che vuole inseguire con Norimberga. Se andiamo ad escludere il già citato Zodiac di Fincher o Truth – Il prezzo della verità che lui stesso ha diretto, possiamo notare che la carriera da sceneggiatore di Vanderbilt è costellata per lo più da grandi film commerciali e di genere: parecchi cinecomics, diversi action e alcuni film di fantascienza. Un cinema sostanzialmente molto lontano da Norimberga e che ci fa capire, di conseguenza, quanto l’autore abbia voglia di prendersi sul serio ed entrare nel giro di quel cinema che conta.

Considerando tutto questo, stupisce – e nemmeno poco – che la cosa peggiore di Norimberga sia proprio la sceneggiatura scritta dallo stesso Vanderbilt e basata sul libro Il nazista e lo psichiatra scritto da Jack El-Hai nel 2013.

Colto forse dall’ansia di voler raccontare troppo e di doversi servire di un linguaggio più mainstream possibile, il regista finisce per approcciare il Processo di Norimberga in un modo incredibilmente sbagliato, cioè attraverso una narrazione sbilanciata nel ritmo ma soprattutto priva di un vero focus sulla vicenda.

Pur partendo dal libro di Jack El-Hai, erano tante le strade che James Vanderbilt poteva percorrere per raccontare il Processo in modo incisivo, avvincente e, perché no, persino originale. Risulta interessante l’idea alla base del racconto, ovvero quella di narrare questa pagina di Storia sposando l’insolito punto di vista dello psichiatra incaricato di stabilire la sanità mentale del condannato. Al tempo stesso, però, è opportuno ricordare che il Processo di Norimberga non è importante solo per aver ufficializzato una pena ai gerarchi nazisti ma anche perché è stato il primo processo giudiziario ad essere trasmesso in diretta radiofonica e ad essere documentato in dettaglio da centinaia di giornalisti. Quello di Norimberga, dunque, è stato il primo processo della Storia che si è svolto davvero a porte aperte diventando un vero e proprio fenomeno mediatico di massa e, di conseguenza, ha permesso a tutto il mondo di venire a conoscenza di ciò che accadeva all’interno dei campi di concentramento.

Si potevano prendere molte strade interessanti per trasporre sul grande schermo questa storia, tutte potenzialmente valide, eppure James Vanderbilt “sceglie di non scegliere” e quindi fa la cosa più facile ma anche meno interessante: racconta tutto ma in modo superficiale, sposa tutti i punti di vista sacrificando ogni sguardo, cerca di parlare a tutti e forse finisce per non farsi sentire da nessuno.

Purtroppo, Norimberga non arriva lì dove avrebbe potuto proprio a causa dell’assenza di una reale visione autoriale, da intendersi come incapacità di portare uno sguardo preciso all’interno del racconto.

Il film è suddiviso in due macro-sequenze e utilizza proprio il Processo come elemento indispensabile a frazionare quasi nettamente i due atti. La prima parte è indubbiamente quella più debole, schiacciata dalla pedante necessità di dover contestualizzare continuamente tutto e tutti, ma soprattutto resa noiosa e confusionaria a causa della mancanza di un vero protagonista. Si è frastornati all’inizio di Norimberga, si fatica non poco ad entrare nel racconto, perché non è mai chiaro il punto di vista sulla vicenda. È la storia di Hermann Göring e del suo psichiatra Douglas Kelly? Oppure è la storia del giudice Robert H. Jackson alle prese con l’edificazione del tribunale internazionale? Due storie differenti che mal si amalgamano tra loro e in cui la coralità non sembra essere tanto una scelta artistica bensì uno stato confusionale dell’autore. Quando finalmente inizia il Processo le cose cambiano, si assestano, e sembra quasi di udire un sospiro di sollievo da parte del regista che può finalmente mettere in panchina i personaggi che gli interessavano meno. Norimberga sembra iniziare a metà film, con l’ingresso nell’aula del Tribunale militare internazionale. A questo punto James Vanderbilt assume finalmente il controllo della narrazione, ora ha capito quale film volesse fare e così può portare l’opera verso discorsi che non sono affatto banali.

Hermann Göring diventa l’assoluto protagonista, il vero mattatore della vicenda, e pur mantenendo un carattere forte e dominante riesce a fuggire dallo stereotipo del perfido gerarca nazista. Adesso Göring si manifesta come essere umano, avanza le sue ragioni e si fa portavoce anche degli altri gerarchi condannati, rimane fermo sostenitore delle sue idee che – per sua sfortuna – coincidono però con quelle di chi ha perso la guerra. E qui Vanderbilt riesce a sollevare riflessioni forti, persino spaventose, per certi versi più incisive di quella compiaciuta banalità del male raccontata nel 2023 da Jonathan Glazer con La zona d’interesse. Nella seconda parte di Norimberga, a mano a mano che il Processo avanza, si finisce davvero per empatizzare con Hermann Göring e quasi ci si sente (eticamente) sporchi nel comprendere il suo punto di vista. Le scene finali di Norimberga colpiscono nel segno e non si dimenticano facilmente, risultano molto coraggiose e si fanno testimoni di un film che non ha paura a raccontare gli ultimi nazisti – quelli abbandonati persino dal Führer che si è egoisticamente tolto la vita – ponendoli sullo stesso piano di quelle vittime che hanno mietuto nei campi di concentramento.

Un ultimo aspetto di rilievo nell’evidenziare meriti e difetti di Norimberga lo possiamo riscontrare nel suo rilevante cast. Ad interpretare il luogotenente Hermann Wilhelm Göring troviamo un maestoso Russell Crowe che, dopo troppi anni, torna a cimentarsi con un ruolo degno delle sue enormi – quanto sottovalutate – capacità attoriali. Crowe dà vita ad un Göring inedito, un cattivo squisitamente reale che vive di contrapposizioni: glaciale ma carismatico, tanto severo quanto spaventato, dolce ed ambiguo al tempo stesso, carnefice e vittima. Insomma, un’interpretazione che vive di sfumature e pronta a ricordarci quanto quest’attore possa ancora dare all’industria Hollywoodiana. Accanto a Crowe, a fargli da contraltare nei panni dello psichiatra Douglas Kelly, troviamo però un Rami Malek spaesato e completamente inadatto al ruolo, qui pronto a dimostrare tutti i suoi limiti attoriali a causa di continue faccette non richieste, tempi enfatizzati e movenze impostate. Completano il cast i sempre ottimi Michael Shannon e Richard Grant, il primo nei panni del giudice Robert H. Jackson e il secondo in quelli del giurista inglese David Maxwell Fyfe, entrambi però schiacciati da uno script che non riesce a valorizzare ruoli e interpretazioni.

Insomma, un po’ come l’interpretazione di Crowe nei panni di Göring, anche Norimberga è un film che vive di gigantesche contrapposizioni, di luci e di ombre, con momenti di enorme lucidità concettuale inseriti però in un contesto poco ispirato e privo di reali focus. Si poteva fare di più. Anzi, si doveva necessariamente fare di più.

Giuliano Giacomelli

PRO CONTRO
  • La seconda parte del film conduce lo spettatore verso riflessioni non scontate, persino scomode, ma indubbiamente interessanti.
  • Il film riesce lentamente a portare lo spettatore ad empatizzare con Göring, sollevando notevoli dubbi circa la moralità.
  • Russell Crowe nei panni del gerarca Göring è semplicemente magnifico.
  • La sceneggiatura scritta dallo stesso James Vanderbilt, così smaniosa di raccontare tutto da non riuscire a focalizzarsi su nulla.
  • Rami Malek ce la mette davvero tutta a rovinare il film…e ci riesce pure!
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