Oceania, la recensione del remake live-action
Su Motu Nui, piccola e remota isola nel cuore dell’Oceano Pacifico, vive indisturbata da tempo una tribù maori. Tra loro c’è Vaiana, figlia del capo del villaggio, una ragazza tanto diligente quanto curiosa destinata a diventare – quando sarà il momento – la futura leader del suo popolo. Ma Vaiana è ancora un’adolescente, più saggia di tutti i suoi coetanei ma anche più sognatrice: dal padre, infatti, ha appreso ogni tipo di conoscenza pratica ma ad averla formata più di ogni altra cosa sono stati i racconti fantastici della nonna che hanno alimentato sin da quando era bambina la sua immaginazione, la sua curiosità e il suo spirito avventuroso.
Se c’è una legge non scritta che va rispettata – questo è il primo insegnamento che Vaiana ha appreso da suo padre – è quella del Reef: se si vuole tenere stretta la propria vita, così come quella del proprio popolo, non si deve mai sfidare l’Oceano e dunque è vietato spingersi oltre la Grande Barriera Corallina. Vaiana lo sa molto bene e non ha nessuna intenzione di venire meno all’insegnamento paterno ed è per questo che vive con una certa frustrazione questo strano richiamo che, da quando era bambina, sembra giungerle proprio dall’Oceano.
Un giorno come tanti una serie di segnali funesti iniziano ad abbattersi su Motu Nui: non c’è più pesce nel mare, i frutti marciscono e la terra inizia vertiginosamente ad inaridire. Non ci sono spiegazioni razionali a ciò che sta accadendo e così Vaiana trova una risposta nei racconti della nonna: la causa potrebbe essere Te Kā, un rabbioso mostro di roccia e lava che semina odio e distruzione nel cuore dell’Oceano. Te Kā va trovato, affrontato e placato, ma prima di ogni cosa bisogna individuare l’isola in cui è stato esiliato il semidio Maui, ossia colui che, secondo la leggenda, è il diretto responsabile della furia di Te Kā.
Contro il volere del padre, sfidando dunque quell’unica regola inviolabile dalla tribù, Vaiana salpa oltre le frontiere del Reef per imbattersi in un’incredibile avventura oceanica tra semidei, mostri e creature fantastiche.
Era dicembre 2016 quando Ron Clements e John Musker (entrambi registi di grandi classici animati come La Sirenetta o Hercules) hanno presentato per la prima volta al mondo Oceania con la consapevolezza – tanto loro quanto nostra – che un nuovo Grande Classico Disney stava segnando per sempre le pagine della Casa di Topolino.
Dentro di sé Oceania aveva tutto, ma proprio tutto: stupore visivo, sperimentazione tecnica, una nuova mitologia da far conoscere al mondo (quella hawaiana), personaggi ben scritti, un pensiero femminista davvero maturo e per niente pretestuoso, un importante messaggio ecologista, humor e avventura magnificamente dosati e una colonna sonora di rara ispirazione (con canzoni entrate immediatamente nell’immaginario di chiunque, grandi e piccoli).
Solo dieci anni fa, un tempo relativamente molto breve se pensiamo che The Walt Disney Company è stata fondata nel 1923 e il primo lungo animato – Biancaneve e i sette nani – è del 1937. Eppure in questi “soli dieci anni” tutto sembra drasticamente cambiato all’interno della Disney e quel modo di creare storie che c’era nel 2016 sembra non esistere più. Dove è finita quella spinta creativa vogliosa di dar vita a nuovi immaginari? Che fine ha fatto quella voglia di stupire lo spettatore e superarsi film dopo film? Oggi non solo sembrano venir meno le idee (ce lo testimoniano gli innumerevoli sequel o remake live-action) ma anche l’approccio alla scrittura (e spesso alla realizzazione) si è tristemente impoverito, appiattito e banalizzato. Basta mettere a confronto il primo bellissimo Oceania con il suo dimenticabile sequel arrivato nel 2024, Oceania 2, per sentire l’insostenibile peso di questi dieci anni che hanno cambiato tutto all’interno di quello Studio che sembrava vivere di stupore, creatività e fantasia.
Senza grandi difficoltà potremmo paragonare la Disney a Motu Nui, alla stessa maniera la Casa di Topolino sembra essersi improvvisamente inaridita, spenta, prossima alla perdita di qualsiasi battito di vitalità. Forse anche qui sarebbe il caso di cercare in lungo e in largo per scovare il vero responsabile di questo impoverimento artistico (il Maui della situazione) e costringerlo a rimettere le cose a posto. Ma finché nessuno avrà davvero il coraggio di spingersi oltre le frontiere del Reef, difficilmente le cose potranno davvero cambiare, raddrizzarsi e germogliare.
Nonostante alcuni grandi successi commerciali come quello de Il Re Leone di Jon Favreau (2019), tra le nuove tendenze della Disney quella che si è rivelata più deleteria di tutte nei confronti della bontà artistica e che ha spinto lo Studio verso il baratro è stata proprio quella di concedere così tanto spazio ai remake live-action dei propri successi animati. Salvo rarissime eccezioni infatti, come Cenerentola di Kenneth Branagh (2015), Il Libro della Giungla di Jon Favreau (2016) o Il drago invisibile di David Lowery (2016), questi remake live-action finiscono sempre per essere prodotti bidimensionali, vuoti e per nulla coraggiosi, copie sbiadite degli originali e incapaci di saper cogliere quelli che potrebbero essere i vantaggi nel passare da un intrattenimento animato ad uno, appunto, in live-action.
Stupisce e nemmeno poco questa ottusità nel voler concepire i remake live-action in questo modo, ovvero come “copia carbone” del prodotto animato originale e senza il benché minimo sforzo di apportare quelle giuste modifiche che sarebbero necessarie per giustificare – o rendere credibile – il prodotto in “carne ed ossa”. Se si fosse lavorato in questa direzione, adattando perciò il materiale animato con consapevolezza alla forma del live-action, sarebbe potuto nascere qualcosa di davvero buono da questo remake di Oceania, perché quello del 2016, prima di essere un bellissimo film d’animazione era un grandissimo film d’avventura. Sostituendo il linguaggio dell’animazione con quello del cinema fatto da “attori reali”, c’era davvero la possibilità di portare in scena un epico viaggio oceanico tra mostri, divinità e battaglie navali in stile Mad Max (la scena con i Kakamora) capace di entusiasmare i più piccoli ed attrarre anche gli spettatori adulti. Cioè, a differenza di remake come Lilli e il Vagabondo (2019) o il già citato Il Re Leone, Oceania aveva in sé già tutto il potenziale per poter migrare con facilità da un linguaggio all’altro.
E invece si è deciso, ancora una volta, di abbracciare la regola “minimo sforzo, massima resa” e dunque anche questo remake live-action di Oceania si rivela una piatta fotocopia del bellissimo lavoro di Clements e Musker, un film talmente tanto fedele al materiale originale da sembrare quasi un prodotto parodistico come quelli interpretati da Conan O’Brien durante la cerimonia degli Academy.
C’è poco da girarci attorno: fa ridere vedere Dwayne Johnson (voce originale di Maui e dunque unica scelta possibile per questo live-action) conciato in questa maniera, con tanto di parruccone senza ritegno e gonnella. È davvero impossibile trattenere il sorriso, sembra quasi di vedere un cosplayer di Maui, non si capisce come sia possibile che questo look abbia ricevuto il semaforo verde in fase di produzione. E allo stesso tempo non possono che disturbare certi elementi dichiaratamente da cartoon riproposti pari-pari al film originale, come lo sbadato gallo Heihei o alcune trasformazioni di Maui.
Tante scelte pigre, a dir poco sbagliate, che fanno proprio perdere di senso un’operazione come questa. Se ogni cosa resta così identica al prototipo, facendosi carico solamente del ridicolo, perché mai uno spettatore dovrebbe preferire questa visione rispetto a quella originale?
Come se non bastasse, il colpo di grazia ci giunge da tutto l’apparato visivo dell’operazione. Il film del 2016, come abbiamo anche accennato qualche rigo più su, si faceva carico di una notevole sperimentazione tecnico/visiva (il primo Oceania è passato subito alla Storia per l’incredibile lavoro svolto sulla matericità dell’acqua e dei capelli) che ha dato vita ad un film d’animazione visivamente bellissimo e all’avanguardia, con ogni singolo frame carico di una potenza visiva ancora oggi insuperata. Questo remake live-action, al contrario, si spoglia di qualsiasi ambizione e segue una certa logica moderna della Disney votata all’impoverimento dello sguardo. Il risultato? Oceania 2026 è anche un film piuttosto brutto da guardare. Tutto appare piatto, terribilmente finto, spesso si avverte proprio la sensazione che dietro quel cielo dai colori rosati ci sia un green-screen (o, peggio ancora, un ledwall) o che le campagne di Motu Nui siano ricostruite in uno studio. Ogni cosa è artificiale, in qualche modo piccola, e questo rende ancora più difficile l’immersione dello spettatore all’interno di un racconto che dovrebbe essere grande, immenso, epico.
Dunque come giudicare un film che fa di tutto per essere ingiudicabile? Chi scrive è un fan di quest’universo creato da Ron Clements e John Musker e dunque dispiace bocciare senza mezze misure un’operazione che appartiene comunque a questo franchise. Però, proprio in virtù dell’amore che si prova verso il film del 2016, non si riesce a chiudere un occhio su un adattamento live-action così dozzinale, sbagliato e svogliato, che non fa nulla per mascherare il fatto che questo Oceania sia nato come mera operazione commerciale per spremere al massimo un franchise ancora giovane che può avere tanto da offrire in termini di box office.
Assolutamente senz’anima!
Giuliano Giacomelli
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