Oddity, la recensione
Si sente spesso dire negli ultimi anni che siamo difronte ad una rinascita del genere horror e una progressiva rivalutazione e riscoperta da parte di quella fetta di pubblico e di critica, da sempre lontana e scettica nei confronti dei film di paura. Un risultato ottenuto per merito di una nuova generazione di registi il cui principale merito è quello di non essersi adagiati su stilemi già definiti e collaudati, ma di aver esplorato nuovi confini sia per quanto riguarda l’approccio stilistico sia per ciò che concerne la narrazione di tematiche storicamente più vicine al cinema d’autore, dando così il là ad un’autentica rivoluzione. Tra i soggetti maggiormente analizzati dal cinema horror contemporaneo vi è senza subbio quello dell’elaborazione del lutto, la perdita di una persona cara e le imprevedibili reazioni che un vuoto affettivo può scatenare nell’animo umano, come dimostrano i successi di Babadook, Hereditary, Bring Her Back, Talk to Me e tanti altri film simili. Una nuova stagione che ha contribuito ad innalzare il livello qualitativo di un genere cinematografico che aveva bisogno come il pane di una scossa.
Il regista irlandese Damian Mc Carthy con il suo nuovo lavoro, intitolato Oddity, non fa altro che percorrere questa strada attraverso un horror caratterizzato da uno stile rigoroso e austero, atmosfere gotiche e cupe che fanno da sfondo ad un plot spiazzante, che si diverte a prendersi gioco dello spettatore le cui aspettative vengono sempre disattese e ribaltate da colpi di scena disseminati. Un’opera seconda, dopo l’ancora inedito in Italia Caveat, resa ancora più intrigante dalla bravura di Mc Carthy di gestire la suspense e creare scene di tensione e paura efficaci e a tratti iconiche, come nel caso di quello che vede al centro della scena la figura di un uomo ligneo dall’aspetto enigmatico ed evocativo.
Tutti punti di forza che concorrono a definire una ghost story, comunque non priva di difetti, adeguata anche ad un pubblico non avvezzo ai racconti del terrore per via di una leggerissima vena grottesca che smorza la tensione ma rende la visione scorrevole e lineare.
Dercy, una donna cieca e dotata di poteri extrasensoriali, non si è mai del tutto ripresa dalla brutale morte della sorella gemella, avvenuta per mano di uno spietato e sanguinario killer. Decisa ad andare fino in fondo per scoprire la verità sulla tragedia, la protagonista, servendosi di oggetti infestati provenienti dal suo negozio di antiquariato, si reca nella casa della defunta, ora abitata dal suo ex marito e la nuova compagna, per improvvisare una seduta spiritica i cui risvolti saranno sorprendenti e forieri di sconvolgenti rivelazioni e inganni.
Catalogare Oddity come una semplice ghost story o un horror soprannaturale sarebbe riduttivo e rappresenterebbe un esercizio di omologazione che non renderebbe giustizia al mirabile lavoro di Mc Carthy. Il regista irlandese, infatti, si dimostra molto bravo nel non rinnegare la tradizione del gotico britannico, senza tuttavia disdegnare la volontà di sperimentare ed elaborare un plot tutt’altro che schematico e piatto. Le mura di una classica magione da romanzo ottocentesco, infatti, fanno da teatro ad una sceneggiatura tutta giocata sul tema dei doppi, sia essi fisici che psicologici, e l’accostamento di elementi distanti fra di loro ma funzionali a comporre un puzzle avvincente e completo. Vi sono le due gemelle, di cui una non vedente ma capace di guardare aldilà dei confini sensoriali, un medico, il quale da uomo di scienza mantiene la lucidità davanti alle congetture soprannaturali della protagonista, e infine vi è la nuova compagna del dottore che da figura esterna di ritrova coinvolta in una spirale di terrore e delirio mentale senza via di fuga.
Una discesa negli inferi che Mc Carthy racconta attraverso una narrazione su livelli temporali, anch’essi sdoppiati, fatti di flashback ben scritti e coerenti e una tensione costante e palpabile favorita dall’abilità dell’autore di prendere a modello gli horror mainstream, senza tuttavia imitarli e riuscendo anzi a mettere in mostra un approccio intimo e minimale.
L’enorme bambolotto di legno, in tal senso, può essere annoverato come una trovata davvero suggestiva anche per il fatto che la sua imponenza, rigidità e l’aspetto severo si sposano alla perfezione con l’ambiguità e il candore estetico di Dercy, quest’ultima personaggio ben tratteggiato e dotato di carisma. Peccato però che quest’ultimo punto di forza non vale per le altre figure del puzzle le cui personalità sono tratteggiate in maniera superficiale, rendendo l’analisi della tematica del lutto non completa fino in fondo e snocciolata soltanto dal punto di vista della sorella gemella e non degli altri protagonisti. Davvero un peccato perché se Mc Carthy fosse riuscito ad approfondire anche questi aspetti della vicenda ci saremmo trovati davanti ad un’opera memorabile.
Oddity, in conclusione, è un piccolo gioiello da non perdere dal momento che ha una propria personalità e cerca di distinguersi dai cliché del genere, senza per questo ignorare la grande tradizione del cinema horror.
Vincenzo de Divitiis
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