One Piece – Stagione 2: un sequel a prova di bomba

Il 31 agosto 2023 Netflix, come un novello Gol D. Roger, ha messo a disposizione di tutti la prima stagione di One Piece. Tratta dall’omonimo manga di Eiichiro Oda – autentico capolavoro del fumetto mondiale – questa serie live action ha dato inizio a quella che, si spera, potrà diventare l’epoca d’oro dei “cine-manga”.

Come avevamo già fatto notare, se in Giappone gli adattamenti con attori in carne e ossa vantano oltre mezzo secolo di storia, in Occidente non sono mai riusciti davvero ad attecchire. Un fallimento purtroppo giustificato sia dalla scarsa qualità artistica che dalle profonde divergenze culturali: basti pensare al live action del celeberrimo Death Note (la cui trasposizione anime resta uno dei capolavori di inizio millennio) prodotto dalla stessa Netflix nel 2017, il cui risultato fu un’americanata così sacrilega da poter diventare la pietra miliare di un filone di film parodici.

I timori per questa prima trasposizione di un’opera eclettica e intrisa di cultura pop come One Piece erano dunque tantissimi. Eppure, il prodotto finale si è rivelato calzante e, pur con qualche necessaria modifica, fedele allo spirito di Oda.

Uscita lo scorso 10 marzo, la seconda stagione ha rappresentato la vera prova del nove: un passo falso avrebbe infatti potuto mandare in malora le speranze di una nuova era di cine-manga capace di unire i fan di tutto il globo. Ma non è andata così. La ciurma di “Cappello di Paglia”, impersonato da Iñaki Godoy, è riuscita a salpare verso la Rotta Maggiore, conquistando nuovi fan e nuovi amici lungo il cammino.

In questa nuova avventura il capitano pirata Monkey D. Luffy, dopo svariate peripezie, raggiunge finalmente l’ingresso della Rotta Maggiore, quella porzione di mondo in cui il mare cela mostri e tesori oltre ogni immaginazione. Tanto per cominciare, proprio ai confini del mondo la ciurma viene inghiottita dalla colossale balena Laboon. Al suo interno faranno la conoscenza dei misteriosi Mr. 9 (Daniel Lasker) e Miss Wednesday (Charithra Chandran), agenti segreti dell’organizzazione criminale Baroque Works, comandata dall’enigmatico Mr. 0. Messisi in salvo e giunti sull’isola di Whiskey Peak, i nostri scoprono che Miss Wednesday è in realtà Nefertari Vivi, principessa del regno di Alabasta, un paese devastato da una guerra civile pilotata nientemeno che dallo stesso Mr. 0. Attirati dalla promessa di un lauto compenso, Luffy e la sua ciurma – la ladra-navigatrice Nami (Emily Rudd), il cuoco donnaiolo Sanji (Taz Skylar), il burbero spadaccino Zoro (Mackenyu) e il cecchino mitomane Usopp (Jacob Romero) – promettono di riportare la principessa a casa sana e salva, aiutandola magari a ristabilire la pace nel suo paese.

Gli otto episodi di questa seconda stagione, tuttavia, si fermano appena prima dell’arrivo ad Alabasta. I nostri pirati preferiti dovranno prima affrontare un discreto numero di membri della Baroque Works e visitare isole popolate da dinosauri, giganti vichinghi, renne parlanti, streghe guaritrici e molto altro. Faremo inoltre la conoscenza di nuovi personaggi che, proprio come Luffy, hanno ingerito i misteriosi Frutti del Diavolo: le loro inimmaginabili abilità daranno così vita a scontri epici e surreali.

Ritmicamente, questa seconda stagione risulta più scorrevole rispetto alla prima: un miglioramento dovuto all’assenza dei monologhi da leader narcisista di Luffy e all’aver evitato la “perdita di tempo” di dover introdurre i membri della ciurma uno ad uno. Arrivato a questo punto, lo spettatore ha già stretto il suo patto narrativo con il mondo sgangherato di Eiichiro Oda e con le eccentriche personalità dei protagonisti; non aspetta altro che vederli sfidare i temibili pirati della Rotta Maggiore, anch’essi disposti a tutto pur di trovare il tesoro di Gol D. Roger, il One Piece, e diventare il nuovo Re dei Pirati.

In effetti, la trama vive in parte di rendita grazie alla sconfinata fantasia dell’opera originale, ma anche in questo caso va fatto un doveroso plauso alla capacità di sintesi degli sceneggiatori. I veri fiori all’occhiello, tuttavia, restano la scenografia, i costumi e l’ottimo uso della CGI, elementi imprescindibili per ricostruire il mondo del manga. In un’altra epoca sarebbe stato impossibile ottenere il medesimo effetto visivo e, pur con tutto l’impegno di questo mondo, il risultato sarebbe sembrato una grande pagliacciata.

La maestria del comparto tecnico e degli effetti speciali, essenziali per restituire la magia di quell’universo, consiste proprio nello sfrondare e riadattare gli scenari più complessi. Si riesce così a conferire persino ai più “plasticosi” oggetti di scena e alle scenografie quella patina brillante e vivace, perfetta per un’opera cromaticamente accesa e cartoonesca come One Piece. Certo, siamo ancora lontani dalla lucentezza e dalla ricchezza produttiva di altre serie Netflix. Nell’episodio dell’isola dei giganti vichinghi, ad esempio, i combattimenti nella giungla sembrano quasi tratti da un reality di arti marziali, mentre le scene dentro la pancia della balena ricordano addirittura una versione teatrale di Pinocchio.

Il budget appare oggettivamente ridotto, un limite comunque giustificabile per una produzione che rimane un continuo esperimento; un’opera che, per le sue stesse caratteristiche strutturali e pur essendo realizzata con tanto spirito, potrebbe non piacere a un pubblico over trenta.

Gli ingredienti segreti della serie risiedono più che altro nella suggestiva somiglianza con il manga e nell’incredibile energia del cast, sempre più bravo e carismatico. Se questo show dovesse mai ricevere una candidatura agli Emmy, dovrebbe essere proprio per il casting: ciascun interprete, anche secondario, mette anima e corpo per infondere nuova vita a personaggi iconici. Tra le new entry di questa stagione spiccano un Capitano Smoker (Callum Kerr) deciso e inamovibile, una Tashigi (Julia Rehwald) imbranata ma appassionata e, soprattutto, una Nico Robin (Lera Abova) sensuale e ammaliante. Per non parlare del colpo di scena finale, che ci regala un perfetto Joe Manganiello nei panni di Mr. 0. Persino la “carne da macello” dei ruoli minori funziona davvero, sempre grazie a un azzeccato mix di trucco, costumi e interpreti calzanti. Forse l’unico elemento che risulta un po’ pacchiano è la resa di Tony Tony Chopper: se nella sua versione cucciolosa è un adorabile insieme di pixel, nella sua forma adulta e combattente finisce per apparire legnoso e “pupazzoso”.

Un altro personaggio che meritava di essere gestito meglio è il villain, Re Wapol, a cui viene concesso troppo poco spazio e che sarebbe risultato molto più terrificante con un uso più accorto della CGI. Ma tornando al cast principale, gli interpreti di Luffy e della sua banda non saranno ancora da Emmy, eppure la loro energia e il loro coinvolgimento sono così evidenti da dare un’anima all’opera, rendendoli molto più simpatici rispetto alla prima stagione. Il Luffy di Iñaki Godoy è colui che beneficia più di tutti di questa nuova situazione: ora può omaggiare il personaggio al meglio grazie alla sua mimica da adolescente briccone e combinaguai, piuttosto che tediare lo spettatore con continui sproloqui sui propri sogni, manco fosse un Martin Luther King da strapazzo.

La terza stagione è già in preparazione e i rumors del web ci dicono che i nuovi episodi potrebbero debuttare già nel prossimo 2027 con il titolo One Piece: The Battle of Alabasta. Se la produzione seguirà lo stesso canovaccio vincente, possiamo già considerarci soddisfatti.

Ilaria Condemi de Felice

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