Passenger, la recensione
«Lo scorso anno 130 milioni di persone sono partite per un viaggio on the road… oltre 15 mila non sono mai tornate».
Basta questa didascalia iniziale per chiarire immediatamente le intenzioni di Passenger, nuovo horror diretto da André Øvredal, ovvero trasformare la fascinazione romantica del viaggio americano in qualcosa di profondamente sinistro. Il road movie, da sempre simbolo di libertà, scoperta e fuga, si ribalta qui in una trappola notturna fatta di strade isolate, regole non scritte e presenze che sembrano appartenere a un folklore dimenticato. Il film costruisce così una vera e propria mitologia dell’orrore attorno ai dispersi sulla strada, giocando con suggestioni da leggenda metropolitana, racconti tramandati tra viaggiatori e ammonimenti che sembrano usciti direttamente da un falò nel deserto.
Maddie (Lou Llobell) e Tyler (Jacob Scipio) decidono di lasciare il loro appartamento per inseguire il sogno di lui: vivere on the road a bordo di un van attrezzato con ogni comfort. Maddie sembra condividere quell’idea di libertà assoluta, tanto da essersi occupata personalmente dell’arredamento del mezzo, ma ben presto si scontra con i disagi e le difficoltà di una vita su quattro ruote. I veri problemi, però, arrivano durante una notte su una strada isolata, quando il loro van viene affiancato da un’automobile il cui conducente sembra chiedere disperatamente aiuto prima di finire fuori strada. Tyler e Maddie si fermano per soccorrerlo, ma ormai è troppo tardi: l’uomo è morto in circostanze poco chiare. Ed è troppo tardi anche per loro, perché fermandosi hanno attirato l’attenzione del “Passeggero”, un’entità soprannaturale antichissima che si attacca come un parassita ai viaggiatori che infrangono alcune regole fondamentali: mai guidare di notte, mai fermarsi, mai parcheggiare in luoghi non sicuri. Regole che, in quella zona, sembrano ormai parte dell’ABC della sopravvivenza. Da quel momento il viaggio dei due si trasforma in un incubo senza via d’uscita.
Lo svedese André Øvredal è uno degli autori più solidi dell’horror contemporaneo. Lo aveva già dimostrato con l’ottimo Troll Hunter nel 2010, con il terrificante The Autopsy of Jane Doe nel 2016 e con il sorprendentemente riuscito Demeter – Il risveglio di Dracula nel 2023. Passenger si colloca invece su coordinate più vicine a Scary Stories to Tell in the Dark: un horror pensato per dialogare con un pubblico più ampio, meno interessato alle derive autoriali e più ai brividi immediati.
Eppure, il film funziona proprio perché non pretende di essere altro da ciò che è. Passenger ha il sapore di quegli horror fine anni ’90 che invadevano le sale estive e i palinsesti televisivi di Mediaset: film magari semplici, ma costruiti attorno a un high concept efficace e capaci di regalare suspense genuina. Vengono inevitabilmente in mente Jeepers Creepers, Radio Killer o Desert Vampires, tutti esempi di horror on the road che puntavano su un’idea forte e su una progressione di scene madri destinate a imprimersi nella memoria dello spettatore. Øvredal recupera esattamente quel tipo di cinema diretto e senza sovrastrutture metaforiche troppo ingombranti.
La sceneggiatura originale di TW Burgess e Zachary Donohue è molto abile nel costruire un sistema di regole che dona consistenza alla mitologia del Passeggero. C’è tutto un sottobosco di “hobo code”, riferimenti religiosi e superstizioni da viaggiatori che contribuisce a dare profondità a questa creatura, rendendo il film quasi un racconto folkloristico moderno. Il prologo iniziale, lungo e tesissimo, è esemplare nel mettere subito in chiaro il tono della storia e nel suggerire che quelle strade abbiano divorato persone molto prima dell’arrivo dei protagonisti.
Øvredal indulge forse troppo nel jump scare facile, ma quando decide di orchestrare la paura attraverso regia, montaggio e gestione dello spazio dimostra di essere ancora un maestro. Due sequenze in particolare sono autentici gioielli di suspense: quella nel parcheggio, con il van che lentamente si allontana mentre lo spazio sembra deformarsi attorno alla protagonista, e soprattutto la scena nel bosco illuminato dal proiettore, momento di efficace terrore cinematografico in cui il regista sfrutta magistralmente luci, ombre e suono.
Il problema arriva nell’ultimo atto. L’epilogo, pur coerente con il gusto quasi nostalgico del film e spettacolare nella messa in scena, eccede un po’ nel trasformare l’orrore in baracconata. La paura sottile e misteriosa costruita fino a quel momento lascia spazio a un’escalation più fracassona che spezza parzialmente l’atmosfera.
Anche il design del Passeggero, pur sostenuto da una mitologia intrigante, non colpisce quanto dovrebbe: il look ricorda molto certe creature alla Insidious e, nonostante alcune apparizioni efficaci, manca quell’impatto iconico che avrebbe potuto renderlo davvero memorabile.
Resta comunque un horror estremamente godibile, costruito con mestiere e con una chiara consapevolezza del genere in cui vuole inserirsi. Øvredal sa perfettamente come tenere lo spettatore agganciato allo schermo e il film possiede un ritmo costante che non concede tregua. Inoltre, il concept sembra già pensato per eventuali sequel o espansioni seriali: se il pubblico risponderà bene, Paramount potrebbe davvero aver trovato un nuovo franchise horror da sfruttare.
Nel frattempo, Passenger rimane un riuscito horror (pre)estivo: una corsa notturna tra la paura pura, perfetta da vivere con popcorn, amici e qualche luce accesa in più del solito.
Roberto Giacomelli
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