Playing God, la recensione del corto in stop-motion di Matteo Burani

Arriva l’8 dicembre 2025 al Festival del Cinema di Porretta Terme – all’interno della selezione di cortometraggi Sayonara Film proiettati prima dei film in concorso, alle 20.30 presso il Cinema Kursaal – uno dei più sorprendenti corti animati italiani degli ultimi anni: Playing God, diretto da Matteo Burani e animato da Arianna Gheller, entrambi fondatori dello studio di animazione Studio Croma. Non si tratta di un “piccolo” film, ma di un’opera che ha già raccolto prestigiose attenzioni internazionali: selezioni ad Annecy, Clermont-Ferrand, Tribeca, Nastri d’Argento, fino alla vittoria del 44° Fantafestival e alla candidatura agli Oscar 2026 come rappresentanza italiana nella shortlist dei corti animati. Un curriculum straordinario per un’opera di appena nove minuti, realizzata artigianalmente in stop-motion e clay-animation.

Playing God racconta, senza dialoghi e con un rigore da film muto espressionista, la storia di una creatura d’argilla che prende vita tra le mani di uno scultore. Una nascita inquieta, frutto di una lavorazione violenta, che avviene in un laboratorio buio, opprimente, quasi una grotta mitologica. Attorno a questa nuova creatura si muove una schiera di figure deformi, sculture incompiute o “abortite”, rese vive da una disperata e dolorosa animazione. Il mondo costruito da Burani e Gheller sembra uscito da un incubo di Francis Bacon reso tridimensionale, dove la materia è corpo, dolore, carne.

L’arco narrativo è minimo ma potentissimo: la creatura nasce, osserva, teme, cerca un posto in un mondo che non la vuole. È un racconto di rifiuto, di identità negata, di creature considerate scarti. Ed è proprio nella scelta di raccontare il punto di vista dell’“opera fallita” che Playing God trova la sua carica emotiva e politica.

Tecnicamente, Playing God è un trionfo dell’animazione frame-by-frame perché la clay-animation conferisce alla creatura un’espressività tattile, umida, quasi organica e la pixilation su materiali e pupazzi crea movimenti scattosi, disturbanti, perfettamente integrati nel tono horror. Inoltre, le luci sono studiate chirurgicamente per evocare claustrofobia e rivelare le imperfezioni della materia, che diventano esse stesse emozione.

Burani e Gheller portano avanti un’idea oggi rara: l’animazione come artigianato puro. Ogni crepa nella plastilina, ogni sbavatura, ogni tremito del pupazzo è un dettaglio che accentua la condizione fragile e disperata della creatura. Un realismo sporco che richiama figure come Quay Brothers e Jan Svankmajer, ma con una sensibilità italiana più viscerale, meno intellettuale e più emotiva.

Il film è al tempo stesso un horror esistenziale e una riflessione sulla figura del creatore: un artista-Dio che crea e distrugge senza pietà, generando vita e insieme condannandola. In filigrana c’è anche un discorso sulla violenza dell’atto creativo, sulla responsabilità dell’artista verso le proprie opere e sull’identità fragile dell’individuo che cerca riconoscimento in un mondo ostile.

Se si vuole individuare un difetto, è il rischio che il corto – a tratti così ermetico – possa risultare criptico per chi cerca una narrazione più lineare. La sua estrema densità metaforica rischia di schiacciare l’emozione sotto il peso del significato. Ma è un rischio che progetti così ambiziosi devono necessariamente correre.

Playing God è una rarità. Un corto che vive di carne, materia, ombra, paura, e che utilizza l’animazione nel modo più puro, come linguaggio primordiale. Playing God è semplicemente uno dei cortometraggi italiani più importanti degli ultimi anni.

Roberto Giacomelli

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