Predator: Badlands, la recensione

A.D. 1987: John McTiernan firma un fanta/action interpretato da Arnold Schwarzenegger e Carl Weathers che farà la Storia, avviando un franchise che si estenderà su diversi media. Quel film si intitola Predator.

A.D. 2014: dopo una lunga gestazione, vede la luce il film Alien vs. Predator, cross-over tra le due più celebri saghe fanta-horror del cinema contemporaneo, anticipato da fumetti e videogame che avevano già fuso i due franchise. Il film, scritto e diretto da Paul W.S. Anderson, avrà un sequel, ma non saranno considerati canonici nella continuity di entrambe le saghe.

A.D. 2022: dopo la fusione con Disney, la ri-nata 20th Century Studios tenta il rilancio del franchise di Predator con un coraggioso prequel ambientato ai tempi dei Nativi d’America. Il film s’intitola Prey e porta la firma di Dan Tratchenberg: non esce al cinema, ma pubblico e critica apprezzano molto il risultato.

Questi sono i tre tasselli da prendere in considerazione per giungere a Predator: Badlands, settimo lungometraggio della saga Predator che vira prepotentemente in una direzione davvero molto distante da tutte quelle battute fino ad ora all’interno di questo media-franchise.

Perché, però, abbiamo citato quei tre titoli? Predator di John McTiernan è semplicemente la luce del faro che guida tutta l’operazione, un film che oggi ci sentiamo tranquillamente di definire un Capolavoro per l’importanza che ha avuto (e ha ancora) all’interno di un genere, tracciando nuove e innovative coordinate.

Alien vs. Predator, che non era esattamente un film infallibile, aveva avuto l’audacia (e la presunzione) di unire per la prima volta i due franchise confermando anche per il pubblico mainstream quel collegamento avanzato dagli esperti tra le pagine dei fumetti e annunciato furbamente in una scena cult di Predator 2 del 1990. Predator: Badlands riprende questo collegamento e pur escludendo gli xenomorfi dall’azione mette al centro del racconto la Wayland-Yutani, corporazione multinazionale creata e resa nota proprio dalla saga di Alien grazie ai cosiddetti “sintetici”, androidi senzienti presenti in ogni capitolo del franchise lanciato da Ridley Scott.

Ovviamente Prey traccia la nuova rotta e Predator: Badlands ne eredita anche il regista Dan Trachtenberg, uomo chiave per lo “svecchiamento” del franchise, co-autore anche del lungometraggio d’animazione Predator: Killer of Killers (2025), in cui già abbiamo avuto un assaggio dell’azione che ci aspetta in Badlands, in particolare per il bellissimo ultimo atto di quel trittico animato.

Siamo su Yautja Prime, il pianeta natale degli yautja, la razza extraterrestre protagonista della saga Predator, e il giovane Dek fa di tutto per essere accettato dal suo clan, di cui suo padre è il leader. Ma Dek è considerato debole dai suoi simili e non degno di guadagnare il “mantello” dell’invisibilità, per questo motivo – aiutato dal fratello- Kwai – il giovane yautja fugge verso il pianeta inospitale Genna per cacciare e uccidere il suo “trofeo”, un Kalisk, creatura dalle facoltà rigenerative che nessun yautja è mai riuscito a sconfiggere.

Arrivato su Genna, Dek non solo deve far fronte agli innumerevoli pericoli che popolano l’ambiente, tra flora e fauna, ma anche i sintetici della Wayland-Yutani, una corporazione terrestre che ha stanziato su Genna un accampamento di soli androidi per studiare la popolazione animale del pianeta e riportare sulla Terra dei campioni. Dek dovrà allora unire le forze, suo malgrado, con Thia, un sintetico “empatico” rimasto senza gambe che vorrebbe riunirsi con i colleghi di missione, in particolare con sua “sorella”, la spietata Tessa.

Se con Prey Trachtenberg aveva, in fin dei conti, seguito il modello del 1987 cambiando epoca e location, con Badlands si avventura in una drastica rivoluzione all’interno del franchise: adottare per la prima volta il punto di vista di uno Yautja e alleggerire il tono dell’intero film.

Trasformare lo Yautja in protagonista, fornendolo perfino di un nome e di sentimenti che potremmo definire umani (anche se molto basici: rancore, lealtà, affetto, orgoglio), va irrimediabilmente a ridefinire la sua funzione all’interno del racconto trasformandolo da villain in anti-eroe. Di conseguenza, serve un nuovo villain contro cui farlo scontrare, che qui si sdoppia nel leader del suo clan, nonché perfido e anaffettivo genitore, e un sintetico femmina che ha come unico obiettivo portare a termine la missione per cui è stato programmato. Questo non snatura troppo la personalità del Predator, semmai la approfondisce, mostrando una gamma comportamentale fino ad oggi mai approfondita e solo accennata in Alien vs. Predator, altro film in cui lo Yautja faceva team-up con un altro essere (una donna umana, in quel caso) per perseguire un obiettivo comune, esattamente come accade in Badlands con il sintetico “buono” interpretato da Elle Fanning.

Quello che invece traghetta verso un drastico cambiamento all’interno del franchise è il tono leggero di cui si diceva e che potrebbe seriamente infastidire i fan più puri e duri del sanguinoso cacciatore alieno. Il team-up porta a scambi ironici tra Dek e Thia, con quest’ultima che si comporta come la spalla sarcastica della coppia, pronta a sottolineare il comportamento da macho di Dek e la sua etica da cacciatore solitario fin troppo ferrea. Inoltre, va ad aggiungersi alla coppia anche un “animaletto” con occhioni languidi e aspetto repellente ma carino che sembra pensato appositamente per vendere pupazzi di peluche. Certo, questo animaletto è un predatore letale che squarta qualsiasi cosa si mette sul suo cammino, ma la logica che ne ha mosso l’inserimento nel racconto è perfettamente in linea con il merchandise disneyano (ehi Grogu, sei tu?).

Nonostante questo alleggerimento generale che dovrebbe rendere Badlands più fruibile a un pubblico più ampio, il film porta in scena un massacro cruento piuttosto consistente che a livello di bodycount forse riesce anche ad avere il primato all’interno della saga. Solo che in Predator: Badlands non ci sono esseri umani ma solo creature extraterrestri e androidi, che se smembrati, decapitati, maciullati e fatti esplodere producono un profluvio di liquidi di vario colore e consistenza, ma mai sangue rosso, ammortizzando di molto l’effetto shock che ha permesso al film, per la prima volta all’interno della saga, di guadagnare in USA un rating PG-13, che in Italia è diventato un più che adeguato 10+.

Dalla sua, comunque, Predator: Badlands ha un notevolissimo world-building con una bella resa dei due pianeti su cui si ambienta la storia (Yautja Prime e Genna), ricchi di dettagli e di invenzioni visive e narrative, come la letale flora che popola Genna, su cui anche l’erba può essere tagliente come le lame. Anche l’azione è di primissimo ordine, con numerose sequenze action coreografate e realizzate benissimo che animano in maniera forsennata le quasi due ore di durata del film. Il look di Dek è così così, forse il peggiore di quelli visti fino a questo momento all’interno della saga, e probabilmente influenzato al ribasso dall’esigenza di modificarne la mandibola per la mobilità nelle numerose scene in cui il protagonista parla. Tra l’altro si tratta di una lingua, quella yautja, creata appositamente per questo film in maniera non dissimile da come fu fatto per il dothraki de Il trono di spade e l’elfico de Il signore degli anelli, con una grammatica e una struttura creati da zero.

In definitiva, dunque, Predator: Badlands è un robusto action avventuroso con un gran senso del ritmo, ottimi effetti speciali e tanti momenti che si faranno ricordare; di contro, però, porta a un evidente addomesticamento il franchise di Predator cercando di aprirlo a un pubblico più ampio che non è detto possa essere interessato a questa mitologia. Il rischio? I fan di vecchia data potrebbero rigettare (o addirittura odiare) questo drastico mutamento e allo stesso modo non incontrare l’interesse di eventuali nuovi spettatori. Vedremo, al momento possiamo dire che da parte di 20th Century Studios sono stati tanto coraggiosi quanto incoscienti.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • I momenti d’azione, intensi, ricchi e ben coreografati.
  • C’è un gran senso generale dell’intrattenimento.
  • Il grande lavoro di world-building.
  • Il look del protagonista.
  • I fan più duri e puri del Predator potrebbero storcere il naso, anche a ragione, sentendosi traditi.
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