Psycho Killer, la recensione

Quella dei serial killer è una moda che, a ben vedere, non è mai veramente passata. Il cinema se ne è innamorato da decenni, dai primi film sonori alla stagione dei grandi thriller polizieschi degli anni ’70, fino alla definitiva consacrazione con Il silenzio degli innocenti e, soprattutto, Se7en, mentre negli ultimi anni il fenomeno è stato ulteriormente alimentato dall’enorme successo dei true crime televisivi, delle docuserie e dei podcast dedicati a omicidi reali e assassini seriali. Il pubblico sembra non essere mai sazio di entrare nella mente del mostro, cercando di analizzare ciò che spesso è impossibile comprendere.

Non sorprende quindi che il cinema continui a riproporre serial killer più o meno originali, ma fa certamente un certo effetto ritrovare dietro a uno di questi progetti un nome come Andrew Kevin Walker, lo sceneggiatore di Se7en. E se David Fincher non è della partita, Walker torna comunque alle proprie ossessioni con Psycho Killer, sceneggiatura sviluppata per anni e affidata infine a Gavin Polone, qui al debutto nella regia di un lungometraggio. A completare il richiamo per gli appassionati dell’horror contemporaneo ci pensano i produttori: Roy Lee, già dietro Barbarian e Weapons, figura tra i produttori del film.

La protagonista è Jane Archer (Georgina Campbell), agente della polizia stradale del Kansas, la cui vita viene sconvolta dal brutale assassinio del marito, anch’egli appartenente alle forze dell’ordine. Jane decide di mettersi personalmente sulle tracce dell’assassino, trasformando quella che nasce come una ricerca privata in una caccia attraverso le strade del Midwest. Le tracce conducono a un serial killer sadico e metodico, soprannominato il Satanic Slasher. Ma più Jane si avvicina a lui, più scopre che dietro la sua scia di sangue si nasconde qualcosa di molto più perverso di una semplice serie di omicidi.

La premessa è semplice e già ampiamente frequentata dal thriller contemporaneo, ma Psycho Killer prova a trasformarla progressivamente in qualcosa di più oscuro, muovendosi lungo la sottile linea che separa il serial killer movie dall’horror. E proprio qui il film trova i suoi momenti migliori.

Perché il Satanic Slasher è un cattivo che funziona. James Preston Rogers, ex wrestler professionista, ha una presenza fisica imponente e Gavin Polone sa sfruttarla costruendo intorno al personaggio un’aura disturbante. Il look è quello di una creatura uscita direttamente dall’immaginario del cinema horror, ma senza trasformarlo in un semplice mostro mascherato: il killer conserva qualcosa di umano, rendendo ancora più inquietante la sua apparizione. È una presenza scenica che avrebbe meritato persino maggiore spazio, perché ogni volta che compare il film acquista immediatamente una consistenza diversa.

Molto brava è anche Georgina Campbell, che abbiamo già apprezzato in Barbarian. Qui l’attrice si ritrova nuovamente immersa nell’horror, ma con un ruolo molto più tradizionale, quello di una donna trasformata dal dolore in una cacciatrice. Campbell riesce a reggere bene la componente fisica e soprattutto la progressiva discesa di Jane in un mondo sempre più folle.

Il film prende poi una deriva decisamente più bizzarra quando il Satanic Slasher arriva a chiedere asilo nella congrega di satanisti guidata da Mr. Pendleton, interpretato da un divertito Malcolm McDowell. È una sequenza che sembra provenire da un altro film: orge, rituali satanici, personaggi sopra le righe e un’atmosfera da delirio collettivo che sfocia in un massacro sanguinosissimo. È probabilmente l’apice di Psycho Killer, proprio perché in quel momento Polone smette di preoccuparsi troppo della plausibilità e abbraccia apertamente il gusto per l’eccesso. L’horror prende definitivamente il sopravvento sul thriller e il film fa deflagrare una cattiveria che fino a quel momento aveva soltanto intuito.

Peccato che la scrittura non riesca a mantenere la stessa lucidità quando arriva il momento di spiegare dove voglia realmente andare a parare questa storia.

La vera novità di Psycho Killer arriva infatti nella parte conclusiva, quando il film introduce una deriva complottista che avrebbe potuto rappresentare la vera sorpresa dell’intera operazione. Il problema è che questa svolta arriva in maniera piuttosto improvvisa e soprattutto non viene sviluppata con sufficiente chiarezza. Senza entrare nei dettagli per non rovinare il finale, diciamo che la sceneggiatura di Andrew Kevin Walker introduce una serie di elementi che pretendono di dare un significato più ampio agli avvenimenti precedenti, ma lo fa proprio nel momento in cui sarebbe necessaria la massima precisione narrativa.

Ne nasce una sensazione di scrittura pasticciata, quasi come se il film avesse improvvisamente bisogno di spiegare troppo e troppo velocemente. Il paradosso è che l’idea alla base della svolta non è affatto male: se fosse stata seminata meglio lungo il percorso, sviluppata con maggiore coerenza e soprattutto integrata organicamente nella storia, avrebbe potuto rappresentare la vera chicca di Psycho Killer. Invece finisce per lasciare più interrogativi che soddisfazione, aprendo buchi narrativi che diventano difficili da ignorare.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui la ricezione americana è stata così severa. Psycho Killer non è certamente il nuovo Se7en che il nome di Andrew Kevin Walker potrebbe far sperare e nemmeno l’horror definitivo suggerito dal richiamo ai produttori di Barbarian e Weapons. Ma definirlo un disastro assoluto significa ignorare gli elementi che invece funzionano: un antagonista notevole, una protagonista efficace, una buona dose di cattiveria e almeno un paio di sequenze capaci di spingere il film verso territori decisamente più interessanti del semplice thriller sul serial killer.

Alla fine, Psycho Killer è un film imperfetto, a tratti sorprendentemente divertente e a tratti vittima della propria sceneggiatura. Gavin Polone dimostra di avere una certa dimestichezza con il ritmo e con l’horror, mentre James Preston Rogers si porta dietro una presenza che meriterebbe di essere recuperata in un altro film. Ma è proprio la sceneggiatura di Walker, quella che avrebbe dovuto rappresentare il principale punto di forza, a far traballare l’intero edificio nel momento decisivo.

Non è Se7en, dunque. E forse non voleva nemmeno esserlo. Ma avrebbe potuto essere qualcosa di molto più interessante se avesse avuto il coraggio di lasciare qualche mistero in più e qualche spiegazione confusa in meno.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • James Preston Rogers è un serial killer inquietante e dotato di una notevole presenza scenica.
  • Georgina Campbell offre una buona prova e regge con convinzione il ruolo della protagonista.
  • La componente horror esplode in alcune sequenze davvero folli e sanguinose, soprattutto quella nella congrega satanista.
  • La svolta complottista finale arriva troppo bruscamente e non viene sviluppata con sufficiente chiarezza.
  • La sceneggiatura apre diversi interrogativi senza riuscire a fornire risposte realmente soddisfacenti.
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