Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, la recensione

Ci sono film che cercano di raccontare la lotta di classe attraverso il dramma sociale, altri che scelgono la satira feroce, altri ancora che si affidano al thriller. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia – pessimo e fuorviante titolo italiano che sostituisce l’originale e ben più efficace How to Make a Killing – sceglie invece la strada della commedia nera, raccontando una storia di avidità, privilegi e omicidi con un tono leggero e spesso divertito.

Becket Redfellow è il figlio di Mary Redfellow, giovane erede di una delle famiglie più facoltose dello Stato di New York. Quando la donna rimane incinta di un ragazzo di umili origini e decide di tenere il bambino, viene immediatamente ripudiata dalla propria famiglia. Cresciuto a Newark, nel New Jersey, lontano dal lusso e dai privilegi che gli sarebbero spettati per nascita, Becket porta con sé una promessa fatta alla madre poco prima della sua morte: non arrendersi finché non avrà ottenuto la vita che merita.

E la vita che Becket ritiene di meritare è quella di erede dell’immensa fortuna dei Redfellow. Esiste però una clausola testamentaria creata appositamente per escluderlo dall’asse ereditario: il patrimonio finirà nelle sue mani soltanto nel caso in cui tutti gli altri membri della famiglia, nati prima e dopo di lui, dovessero venire a mancare. Una norma assurda che, in un momento di disperazione, l’ormai adulto Becket decide di interpretare nel modo più letterale possibile. Inizia così a eliminare uno dopo l’altro i propri parenti, mascherando gli omicidi come tragici incidenti. Mentre l’FBI sembra incapace di collegare gli eventi, una vecchia fiamma dell’uomo inizia a sospettare che dietro quella lunga serie di sfortunate coincidenze si nasconda qualcosa di molto più sinistro.

Scritto e diretto da John Patton Ford, il film rappresenta un libero rifacimento di Sangue blu (1949), adattandone la sceneggiatura firmata da Robert Hamer e John Dighton. Dopo il convincente I crimini di Emily, il regista rimane nei territori del noir contemporaneo ma decide di contaminarli con una vena più apertamente pop e ironica, spostandosi verso la commedia nera senza abbandonare del tutto il gusto per il crimine e per i personaggi moralmente ambigui.

L’operazione funziona soprattutto grazie ai suoi interpreti. Glen Powell conferma ancora una volta di possedere un carisma naturale e una notevole capacità di adattarsi a registri diversi. Il suo Becket è un protagonista paradossale: un assassino seriale che il film cerca continuamente di rendere simpatico e persino comprensibile. Powell riesce nell’impresa grazie a un’interpretazione misurata che asseconda il tono brillante dell’opera senza mai trasformare il personaggio in una caricatura.

Ancora più sopra le righe è Margaret Qualley, perfettamente a suo agio in un ruolo che le permette di aggiungere ulteriore imprevedibilità a una storia già di per sé piuttosto bizzarra. La chimica tra i due e la presenza in un ruolo di rilievo di Jessica Henwick contribuisce non poco a mantenere vivo l’interesse anche nei momenti in cui la sceneggiatura tende a girare un po’ a vuoto.

Al di sotto della superficie leggera e divertita, Ricchi… da morire prova anche a ragionare sulla lotta di classe. Lo fa però ribaltando completamente il punto di vista tradizionale. Qui non c’è il povero che sogna di abbattere il sistema o di ribellarsi ai privilegi dei più ricchi. Al contrario, il protagonista è un uomo che rivendica proprio quei privilegi, convinto che la ricchezza gli appartenga di diritto e disposto a tutto pur di ottenerla. È un paradosso interessante che il film sfrutta con una certa intelligenza, costruendo una satira in cui il desiderio di ascesa sociale lascia il posto alla rivendicazione di uno status perduto.

Curiosamente, il film va anche contro uno dei luoghi comuni più diffusi nel cinema contemporaneo. Qui la ricchezza non viene rappresentata come una gabbia dorata o come una fonte di infelicità. Al contrario, viene mostrata come qualcosa di desiderabile, capace di cambiare concretamente la qualità della vita delle persone. Una posizione piuttosto insolita che conferisce alla pellicola una personalità tutta sua.

Il problema è che il meccanismo narrativo, inizialmente molto divertente, tende a mostrare presto la corda. La progressiva eliminazione dei parenti Redfellow regala alcuni momenti riusciti, ma col passare dei minuti diventa sempre più schematica e prevedibile. Gli omicidi si susseguono con una formula che perde gradualmente mordente e fantasia, senza mai spingersi verso territori davvero crudeli o eccessivi. Patton Ford sceglie infatti di mantenere sempre il film entro i confini di una commedia accessibile a tutti, rinunciando a qualsiasi deriva più nera o grottesca.

Anche la struttura a flashback, che parte dalla fine per ricostruire gli eventi, porta con sé qualche limite. È evidente che la sceneggiatura abbia bisogno di costruire un finale capace di sorprendere lo spettatore e giustificare il racconto retrospettivo. Tuttavia la soluzione scelta non convince pienamente. Più che rappresentare il culmine naturale della storia, sembra quasi smorzarne l’energia proprio nel momento in cui dovrebbe raggiungere il massimo della tensione.

Alla fine, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia si conferma un film gradevole, ritmato e ben interpretato, capace di intrattenere senza particolari difficoltà. Il suo limite principale è però quello di non lasciare un segno duraturo. Si guarda con piacere, strappa più di un sorriso e sfrutta bene il talento del proprio cast, ma difficilmente rimarrà impresso nella memoria una volta usciti dalla sala.

Dal 17 giugno al cinema con Lucky Red.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • Il buon cast, ottimamente assortito.
  • Premessa narrativa divertente e ricca di potenziale.
  • Buon ritmo e tono leggero ben gestito.
  • Il meccanismo degli omicidi diventa ripetitivo.
  • Finale poco convincente.
  • Intrattiene ma non lascia il segno.
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Valutazione: 6.0/10 (su un totale di 1 voto)
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