Robin Hood – Il prezzo del sangue, la recensione

Esistono almeno due Robin Hood. Il primo è quello che abbiamo imparato ad amare attraverso secoli di riscritture: l’eroe romantico, il fuorilegge dal cuore d’oro che ruba ai ricchi per dare ai poveri, capace di maneggiare l’arco con straordinaria precisione e di guidare un’allegra brigata nella lotta contro l’ingiustizia. È il Robin Hood filtrato dalla letteratura moderna e poi consacrato dall’immaginario popolare, dal Robin Hood di Alexandre Dumas padre fino al cinema, passando per il celeberrimo Robin Hood animato Disney del 1973, diretto da Wolfgang Reitherman, e per incarnazioni cinematografiche come quella iconica di Errol Flynn ne La leggenda di Robin Hood di Michael Curtiz e William Keighley del 1938, oppure quella di Kevin Costner in Robin Hood – Principe dei ladri di Kevin Reynolds del 1991.

Poi c’è un altro Robin Hood, quello più vicino alle antiche ballate inglesi: un fuorilegge, certo, ma anche un uomo violento, capace di uccidere e tutt’altro che interessato a rappresentare una versione medievale del moderno paladino dei poveri. È un personaggio molto più ambiguo, figlio di una tradizione popolare nella quale l’eroe non deve necessariamente essere buono per risultare affascinante. È proprio a questo Robin Hood degli antichi racconti tramandati oralmente che guarda Michael Sarnoski con Robin Hood – Il prezzo del sangue, adattamento oscuro e profondamente personale del mito che nel titolo originale, The Death of Robin Hood, mette già in chiaro quale sia il punto d’arrivo.

Nelle campagne inglesi del 1247, dopo un violento scontro con gli uomini che hanno occupato la fattoria di Little John e rapito sua figlia Margaret, l’anziano Robin Hood rimane gravemente ferito. Little John conduce l’amico al Priorato di San Clemente, dove viene affidato alle cure di suor Brigid. Robin, però, preferisce presentarsi sotto mentite spoglie con il nome di Randolph. Mentre le ferite lentamente guariscono, l’uomo è costretto a fare i conti con una vita costruita sulla violenza e sulla morte. L’arrivo della piccola Margaret al priorato introduce però una nuova variabile: per la prima volta Robin si trova a doversi prendere cura di qualcun altro, mentre il suo passato è destinato inevitabilmente a raggiungerlo.

Con il sostegno produttivo di A24, Sarnoski affronta dunque il mito di Robin Hood da una prospettiva decisamente insolita. E a sorprendere non è tanto la scelta di raccontare il ladro e l’assassino invece dell’eroe, quanto il modo in cui il regista utilizza questo materiale per costruire un dramma intimista che ha pochissimo a che spartire con l’immaginario avventuroso al quale siamo abituati ad associare il personaggio.

Il risultato è un film che può spiazzare proprio per il suo andamento. La prima mezz’ora sembra infatti appartenere a un’altra pellicola: è cupa, sporca, violenta, attraversata da combattimenti brutali e omicidi mostrati con una fisicità quasi disturbante. Il Robin Hood di Hugh Jackman entra in scena come un vecchio animale ferito, ancora capace di uccidere ma ormai consumato da una vita trascorsa nella violenza. Ed è proprio con un omicidio che lo spettator lo conosce, la spietata uccisione di una ragazzina che cerca vendetta. Per atmosfera e crudezza si possono intravedere echi di The Northman di Robert Eggers, forse la reference principale di questo primo atto.

Poi, però, Sarnoski cambia completamente registro. L’arrivo al Priorato coincide con una brusca frenata narrativa e il film abbandona quasi del tutto l’azione per concentrarsi sul suo protagonista. È qui che torna il cinema più intimo di Sarnoski, quello che avevamo già conosciuto in Pig: un cinema interessato più alle ferite interiori che a quelle fisiche, ai personaggi che devono confrontarsi con ciò che sono stati e con ciò che avrebbero potuto essere.

Robin diventa così un uomo anziano che osserva la propria esistenza da una distanza nuova. La piccola Margaret, il personaggio del lebbroso, segnato dalla saggezza e dalla malattia, e la stessa suor Brigid diventano strumenti attraverso i quali il protagonista è costretto a guardarsi dentro, confrontandosi con i propri peccati e con la possibilità di una redenzione. Non è nemmeno detto che questa redenzione debba arrivare: ciò che interessa a Sarnoski è soprattutto il percorso di consapevolezza di un uomo che comprende, forse troppo tardi, il prezzo delle proprie scelte.

Ed è proprio Hugh Jackman a rendere credibile questo percorso. L’attore offre una prova sofferta e fisicamente provata, tutta giocata sulla stanchezza di un corpo e di un’anima che hanno combattuto troppo a lungo. È una performance che, per intensità e malinconia, può ricordare quella di Logan, altra interpretazione nella quale Jackman aveva dovuto confrontarsi con un eroe ormai arrivato al crepuscolo della propria esistenza. Jodie Comer è una presenza altrettanto efficace nei panni di suor Brigid, mentre Bill Skarsgård è quasi irriconoscibile nel ruolo di Little John.

Il problema è che Robin Hood – Il prezzo del sangue sembra a tratti talmente innamorato della propria dimensione intimista da dimenticare di essere anche un film costruito intorno a una figura leggendaria. La scelta di sottrarre invece di aggiungere funziona sul piano tematico, ma non sempre su quello narrativo. Il film rallenta molto nella parte centrale e, soprattutto, rinuncia quasi completamente a costruire un vero climax. Si ha la sensazione che un maggiore equilibrio tra la componente drammatica e quella avventurosa, magari con qualche concessione all’azione anche nell’ultimo atto, avrebbe permesso alla storia di arrivare alla conclusione con una forza maggiore.

Ed è un peccato, perché Robin Hood – Il prezzo del sangue ha idee, personalità e soprattutto un protagonista interpretato da un Hugh Jackman in stato di grazia. È un’operazione coraggiosa, lontanissima dal Robin Hood da fiaba che abbiamo conosciuto attraverso Disney e Hollywood e molto più interessata all’uomo che alla leggenda. Ma proprio questa scelta, insieme alla radicale sottrazione di elementi avventurosi, finisce per lasciare un po’ di amaro in bocca: si esce dal film con la sensazione di aver visto qualcosa di interessante e spesso molto bello, ma anche con la consapevolezza che sarebbe bastato pochissimo per trasformare una buona rilettura in una grande rilettura.

Robin Hood – Il prezzo del sangue arriva nei cinema italiani il 12 agosto distribuito da I Wonder Pictures.

Roberto Giacomelli

PRO CONTRO
  • L’interpretazione di Hugh Jackman.
  • L’approccio autoriale e personale di Sarnoski.
  • La prima parte violenta e brutale.
  • Ritmo disomogeneo.
  • Eccessiva attenzione alla sottrazione nella seconda parte.
  • Assenza di un vero climax conclusivo.
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Valutazione: 6.5/10 (su un totale di 2 voti)
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