ROFF20. California Schemin’: l’esordio alla regia di James Mcavoy sui Silibil N’ Brains, la band rap scozzese che si finse americana
Based on a true lie.
Dundee, Scozia, 2003. Gavin Bain (Séamus McLean Ross) e Billy Boyd (Samuel Bottomley) sono due giovani appassionati di hip hop, che passano le giornate tra la monotonia del lavoro in un call center al sogno di sfondare nel mondo della musica. Bullizzati da ragazzi in giacca e cravatta, con il loro skate i due attraversano un contesto sociale privo di grandi prospettive, lontano dal clamore di Londra dove cresce sempre di più l’hype verso il rap americano sull’onda del successo di Dr. Dre, Snoop Dogg ed Eminem. Può esistere un Eminem inglese? La sfida lanciata dalla Neonote diretta da Anthony Reeds (James Mcavoy) viene colta da Gavin e Billy che viaggiano fino a Londra per un’audizione, ma verranno derisi per il loro forte accento scozzese. I selezionatori non erano interessati alla musica “straniera” e il duo non aveva l’estetica da MTV ricercata dall’etichetta. I due escogitano quindi un piano, fingendosi americani e provando nuovamente la fortuna a Londra, dove questa volta verranno invece accolti a braccia aperte.
La storia vera, o meglio, la vera bugia dei Silibil N’ Brains, porterà il duo ad una classica parabola di ascesa e caduta, in cui il successo fulmineo trasforma e corrode i protagonisti, portando al limite i rapporti con i propri cari e soprattutto con sé stessi. Il film riesce con particolare efficacia a mostrare quanto sia difficile interrompere la spirale del successo e quel rapporto di diffidenza-imitazione tra provincia e città. Se all’inizio il piano dei due giovani era firmare il contratto per poi svelare a tutti l’ipocrisia dell’industria, i due non riescono a trovare la forza di interrompere il proprio sogno, continuando a vivere come realtà una fantasia in cui la posta in gioco diventa sempre più alta. Per Billy, che nel suo lavoro al call center è molto abile, il segreto per vendere è dire agli altri quello che vogliono sentirsi dire. E Gavin, insicuro e a disagio nel contesto di provincia, inizia a vivere basandosi su quelle parole, abbandonandosi ad una serie di bugie da cui sarà sempre più difficile tornare indietro.
Sebbene possa sembrare una scelta a prima vista peculiare esordire come regista con un film di questo tipo, in realtà per James Mcavoy in questo soggetto ci sono tutte le caratteristiche e temi che avrebbe voluto portare sulla scena: un film che mettesse al centro il suo territorio e la sua cultura di origine e che fosse un’opera di intrattenimento capace di ragionare sulla rappresentazione e autorappresentazione della Scozia, come dimostra il murales (dipinto apposta per il film) di Trainspotting con scritto “Being Scottish it’s Shite”. Dall’altro lato il film sottolinea ironicamente il relativo provincialismo generale del Regno Unito negli anni 2000, per cui se Dundee è provincia di Londra, allo stesso tempo anche Londra è provincia rispetto a Los Angeles, in un contesto in cui la British Invasion degli anni ‘60 guidata dai Beatles è solo il ricordo del passato ed è ormai capovolta dal pop ripulito dell’estetica di MTV, che assorbe qualsiasi subcultura e la rigurgita in mainstream.
Con una regia precisa che riesce bene a trasmettere l’energia dei live e dei momenti più concitati, ma anche dei momenti più nostalgici grazie all’alternanza tra il punto di vista dell’old media diegetico al racconto extradiegetico, California Schemin’ riesce a coprire la evidente semplicità narrativa grazie ad una particolare sensibilità nelle scelte di sceneggiatura. Il soffermarsi sul tema della lingua, dell’identità e della maschera, del rapporto tra centro e periferia e tra arte e industria, rende il film particolare e con una propria identità nonostante riprenda uno schema narrativo riconoscibile già dopo poche scene. E questo grazie anche alle ottime interpretazioni dei protagonisti (con relativo cambio di accenti e un divertente allenamento basato su stralci di film e serie cult americane) di cui risulta particolarmente vincente la chimica e la sensazione di affetto sincero, unica cosa reale in un continuo alternarsi di finzioni.
Mario Monopoli
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