ROFF20. Good Boy, la recensione del thriller di Jan Komasa
Con Good Boy il regista polacco Jan Komasa, già candidato all’Oscar per Corpus Christi, torna a raccontare il rapporto tra individuo e istituzioni, ma questa volta lo fa con i toni lividi del thriller psicologico. Dopo aver affrontato il tema della fede e della colpa, Komasa si concentra ora sul concetto di educazione e sull’illusione borghese di poter redimere il male attraverso il controllo.
La storia segue Tommy (Anson Boon), diciannovenne violento e senza radici che vive di piccoli crimini in una metropoli inglese. Dopo una notte di bravate, il ragazzo viene catturato da una coppia benestante, Chris e Kathryn (Stephen Graham e Andrea Riseborough), che sostengono di volerlo “aiutare”. In realtà, lo incatenano nello scantinato della loro elegante villa di campagna, trattandolo prima come un prigioniero e poi come un figlio adottivo, sottoponendolo a un programma di “rieducazione” fatto di regole ferree, punizioni e rituali quotidiani atti a farlo comportare da “bravo ragazzo”.
Komasa costruisce un film claustrofobico, quasi teatrale, in cui la casa diventa laboratorio e prigione, metafora di una società borghese ossessionata dal controllo. I due coniugi incarnano la deriva paternalista di chi, convinto della propria superiorità morale, crede di poter correggere il mondo con le proprie regole. Il ragazzo, invece, rappresenta la generazione perduta del disordine: impulsiva, connessa ai social solo per trovare validazione, ma priva di radici e di empatia.
Nel corso del film, la relazione fra “educatori” ed “educato” si trasforma in una dinamica di potere disturbante, che rimanda a Funny Games di Haneke (ma al contrario!) e a Dogtooth di Lanthimos. L’elemento horror è tutto psicologico, ma Komasa dosa la tensione con abilità: ogni gesto quotidiano — una cena, la lettura di un libro, la visione collettiva di un film — diventa potenzialmente minaccioso.
A livello simbolico, Good Boy mette a nudo la crisi dell’educazione contemporanea e la violenza nascosta dietro il concetto di “normalità”. Tommy è un mostro creato dall’indifferenza e dai social, ma anche vittima di un sistema che pretende di aggiustare tutto con la forma. Le sue bravate online, mostrate all’inizio e nei video che vengono mostrati al ragazzo durante il film come una “cura Ludovico” sono l’altro volto dello stesso problema: l’ossessione per l’apparenza, la performance, il bisogno di visibilità.
Il cast sostiene perfettamente questa ambiguità. Stephen Graham (che ricordiamo come ideatore e interprete della serie Adolescence) è straordinario nel rendere Chris, figura autoritaria ma fragile, uomo che confonde la morale con la punizione. Andrea Riseborough riesce a dare a Kathryn una dolcezza inquietante, un misto di maternità, malattia mentale e fanatismo. Anson Boon (Mobland, Pistol), dal canto suo, si conferma tra i giovani interpreti più coraggiosi del cinema europeo: la sua fisicità scattosa e lo sguardo febbrile trasmettono perfettamente l’idea di un ragazzo-cavia in bilico tra violenza e redenzione.
Come già in Corpus Christi e The Hater, Komasa dimostra una regia elegante e misurata, ma anche una certa tendenza all’allegoria pesante. Alcuni spunti restano sospesi — come la figura della donna delle pulizie, immigrata irregolare che introduce un subplot crime abbastanza irrisolto — e le vere motivazioni dei coniugi restano volutamente ambigue. Vogliono davvero redimere Tommy? La loro è una vendetta verso un figlio perduto? O cercano solo un modo per sfogare le proprie frustrazioni? Komasa non lo chiarisce, lasciando che lo spettatore si perda in un gioco di specchi morali.
Nel finale, il film assume i contorni di una fiaba nera, dove la punizione e la redenzione diventano indistinguibili. Komasa non offre una morale univoca, anzi la rimanda al pubblico: chi è, davvero, il “good boy”? Il ragazzo violento o i suoi carcerieri educati?
Pur con qualche ingenuità e un paio di passaggi irrisolti, Good Boy resta un film ambizioso, intelligente, coerente con la poetica di un autore che ama scavare nei paradossi morali del nostro tempo.
Roberto Giacomelli
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