Roofman, la recensione
Ci sono storie in cui la realtà sembra romanzata da uno sceneggiatore e, proprio per l’assurdità e la forza di raccontare situazioni al di fuori dell’ordinario, la loro trasposizione cinematografica appare come un passaggio tanto naturale quanto inevitabile. È’ questo il caso di Roofman, lungometraggio di Derek Cianfrance – regista capace di spaziare dal dramma romantico, Blue Valentine, al thriller crepuscolare, Come un tuono – presentato nel 2025 al Toronto International Film Festival. L’opera, una commedia con toni polizieschi, è tratta da eventi realmente accaduti, e si avvale della partecipazione di un cast di primo livello: Channing Tatum, Kirsten Dunst, Peter Dinklage, Ben Mendelsohn e Juno Temple.
Il film segue la vicenda di Jeffrey Manchester (Channing Tatum), un ex militare e padre di famiglia che, oppresso dalle difficoltà economiche, intraprende un percorso criminale per cercare di assicurare un futuro migliore alla figlia, con cui ha un legame complicato. Il suo piano è tanto semplice quanto ingegnoso: introdursi nei ristoranti McDonald’s passando dai tetti prima dell’alba e mettere a segno una serie di rapine. Questo peculiare metodo d’azione gli fa guadagnare il soprannome di “Roofman”. Pur essendo un malvivente, Jeffrey si distingue per un’insolita gentilezza nei confronti delle persone coinvolte, come dimostra l’abituale gesto di offrire la propria giacca ai dipendenti infreddoliti prima di rinchiuderli nelle celle frigorifere dei ristoranti.
Roofman, sin dalle prime sequenze, si caratterizza per un’ironia sarcastica e sopra le righe che colloca il lungometraggio nella scia delle moderne action comedy pregne di pungente umorismo e situazioni dal ritmo serrato. La pellicola inizia in medias res, catapultando lo spettatore in una concitata rapina, e prosegue con una narrazione incalzante e fin troppo dinamica: gli eventi si susseguono con tale rapidità da far pensare che il regista voglia trascinare il pubblico nel vortice della vita di Jeffrey, rendendolo partecipe del disorientamento esistenziale che tormenta il protagonista. Channing Tatum, con il suo statuario carisma e un’espressione costantemente sorniona, dà vita a un personaggio che cela dietro sorrisi e battute le profonde inquietudini dell’uomo contemporaneo: un padre che non si sente valorizzato dalla propria famiglia, divorato dalle insicurezze e incapace di trovare un posto nel mondo. Jeffrey Manchester, così come Luke Glanton interpretato da Ryan Gosling in Come un tuono, tenta di dare una svolta alla sua vita ripartendo da zero; il film, in maniera analoga, dopo venti minuti ricchi di avvenimenti, segue lo stesso percorso narrativo: si ferma, attenua la tensione e assume progressivamente i tratti di una commedia romantica.
Tale svolta affievolisce l’impianto action, e soprattutto la componente paradossale che caratterizzava la vicenda reale – Jeffrey si nasconde in un negozio di giocattoli che diventa il suo rifugio segreto – rendendo la pellicola meno incisiva e originale, e riconducendola nei canoni della classica storia di riscatto e di seconde occasioni concesse dalla vita. Cianfrance tenta di costruire un racconto in bilico tra la tensione emotiva e l’ambiguità della doppia vita del protagonista, sospeso tra il ruolo di criminale ricercato e quello di avvenente rubacuori, che prova a ricostruire la propria esistenza trovando in una nuova famiglia – quella della madre single Leigh e delle sue figlie – l’occasione di un autentico riscatto. Ed è forse nel rapporto che Jeffrey instaura con le ragazze che il film trova la sua dimensione migliore: è qui che il protagonista si confronta davvero con gli errori del proprio passato, il rapporto ormai compromesso con la propria figlia, e cerca di cambiare sé stesso.
Tuttavia, Roofman non riesce a imporsi né per il coinvolgimento affettivo della relazione con Leigh – interpretata da una sensibile e premurosa Kirsten Dunst – un passaggio affrontato in maniera un po’ superficiale, né per l’impronta più marcatamente da action-comedy. Quest’ultima resta sorprendentemente poco valorizzata e solo la svolta finale tenta di rilanciare la narrazione che aveva ormai perso slancio, ma l’esito è paradossale: la conclusione risulta poco incisiva e fin troppo prevedibile. Ed è un peccato, in quanto la storia vera da cui trae ispirazione la pellicola possedeva tutte le caratteristiche per essere raccontata con il tono farsesco e bizzarro tipico delle commedie surreali che hanno reso celebri i fratelli Coen. Roofman, invece, sceglie una strada più convenzionale, con un intreccio che si muove nei canoni di una placida commedia romantica, e finisce per cadere in cliché narrativi, rinunciando a gran parte del potenziale insito nella vicenda.
Luca de Pascale
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Non sono d’accordo con la recensione, io l’ho trovato un film interessante e molto ben recitato, bravi sia Tatum che la Dunst, inoltre come storia l’ho trovata interessante, divertente e commovente allo stesso tempo